L’uomo del vetro

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Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…

versione pdf: Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…

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A te, giovane donna ingabbiata!
prigioniera nel caldo abbraccio
lussuoso metallo suvizzato
di un sultano ricco e veloce

accogliente vagina del potente
che osservi superba e distante
il mondo metropolitano di sotto
proteggi con un vetro i sensi
da fatiche, fetori urbani e precariati

sacerdotessa della velocità
voli verso i divertimentifici
di società in eterna crisi,
custode del focolare su gomma
difendi con sguardo sospettoso
il benessere luccicante al neon

emulatrice di maschi alfa
provi compassione dell’intorno
scrutando il girovago nulla,
non decostruisci, nauseata dei lenti
l’arrogante cilindrata dell’ego.

A te, dico:
scendi con me, andiamo in giro
a piedi, straniati e sovversivi
scapestrati e rivoluzionari
verso i dimenticati percorsi
della città psicogeografica d’autunno,

riconquista le strade buie e vere
le terre incognite ai margini
i vicoli inconsueti dell’anima
che esorcizzi di gas accelerando.

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Libri usati

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Il poeta quando rimesta antiche ferite
tra spaghi rileganti di parole nuove
deve fare piano, muto alle musiche in voga
per non disturbare la felicità del mondo

solo un giallastro, stanco libro usato
ha memoria, preso da rigattieri virtuali
comprende la smania nelle sue mani,

somigliano a quelle dell’altro padrone
ossute, tremanti, ora seppellite coi ricordi
che la felicità del suo mondo ieri ignorava.

(ph M.Nigro©2022)

Gli insonni

Morning. by Guillermo Lorca.

Gli insonni vivono silenti
fasce privilegiate di tempo,
s’incontrano carbonari
lungo i margini del giorno a venire

affilano lancette crudeli
aspettando albe e caffè.

(immagine: “Morning”, by Guillermo Lorca)

Il richiamo dalla vita bassa

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Il richiamo dalla vita bassa
è un afrore profano di chiese
una danza di bianche pelli
rivestite d’afa e dolci voglie
mogli sognate e giovani madri,

“abbandonerai un giorno
la dimora delle parole che scavano
e ti unirai ai sensi ignoranti,
sarete una sola carne analfabeta
un unico testo non scritto!”

Posa il libro chiuso sulla pancia di lei,
sale e scende al suo respiro presente
come letture d’istinto che salvano vite,

ma intanto bastone della vecchiaia
ti spezzi al passo lento di pazienze estive,
altri ritmi rispettosi sfiorano di sera
il tuo tempo che sfiora e passa.

“La Fortezza Bastiani…” su Pangea.news

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Il mio articolo La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Se ne vanno i simboli pop

Morten Lasskogen - titolo 'Perso' (2020)

Se ne vanno i simboli pop
insieme alle età del mondo
in un tramonto senza appello,
cadono petali di sogni acerbi
da fiori nati morti al tempo

è la terra a mancare tutt’intorno, zolla dopo zolla
per solitari passi futuri, nell’aria dell’oblio
sospesi tra gente straniera e di mare

illusione di primavera
ideata per essere creduta
da mortali, fino all’ultimo respiro
di quel viaggio che inganna
tra splendori di pelle tersa.

(dedicata a Olivia Newton-John)

[immagine: di Morten Lasskogen; titolo “Perso” (2020)]

Pioggia che non risolve

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Il dolore che ci lega ha una pausa
estiva è la fuga filiale, rapida e sola
disseminata di operose gru
come antenne nel cielo dell’Aquila.

La lunga frescura sotto il grande sasso
e il ritorno a nuove quarantene sudate,
le insoddisfatte madri in attesa di ventagli
colpi di tosse, cannonate senza guerra

è una mancanza di progetti
a lacerare l’afa interiore dell’immobile
quest’assenza di speranza
dopo una pioggia che non risolve.

Scrivere è… scrivere

versione pdf: Scrivere è… scrivere

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La prima stesura la devi buttare giù, col cuore…

e poi la riscrivi, con la testa.

Il concetto chiave dello scrivere è… scrivere,

non è pensare.”

(William Forrester, dal film “Scoprendo Forrester)

Aveva ben presente  ̶  l’aveva già vissuto  ̶  quel momento romantico in cui si contempla per la prima volta il prodotto (finito?) dei propri lombi scritturali, con tenerezza, certo, ma non senza una giusta dose di severità e attenzione con cui correggere nel tempo le cose da raddrizzare, e che solo un buon padre riesce a vedere nei suoi preziosi eredi fatti di parole. Non aveva ancora trovato un editore disposto a pubblicarlo e già non gli importava nulla di ciò che avrebbero pensato o detto gli altri, i lettori, i “critici” (di quale critica?), gli stessi editori che avrebbe consultato senza ricevere risposta nella maggior parte dei casi, i probabili editor  ̶  entità appartenenti a una moderna mitologia, un ibrido sulfureo tra ragionieri d’azienda e cuochi in cerca di ricette adatte a tutti i palati del mainstream  ̶ , le sgallettate intellettualoidi che tra un bicchiere di vino e un rossetto sgargiante si spacciavano per recensitrici del New Yorker ma in realtà buone solo a tenere compagnia in lupanari o a fare video-letture con generose bocche a culo di gallina mostrando tette da usare come comodi leggii per libri inconsistenti e bisognosi di attrattiva; e poi i cacciatori di difetti a cottimo, i detrattori professionisti iscritti all’albo dei suprematisti alfabetizzati, i vecchi e falliti poeti di provincia ed ex archivisti di stato in cerca di gloria prima di morire, i presenzialisti incapaci di stare da soli e tutta quell’altra varia umanità che gravitava come un nugolo di mosche agitate intorno agli escrementi della cultura di massa. E i poeti pop in giro per l’Italia a vendere mediocrità e troppo impegnati a spiluccarsi l’ombelico pubblico per badare alle pubblicazioni di perfetti sconosciuti assetati di codici isbn.

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“L’infinito”, Giacomo Leopardi

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«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

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La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

versione pdf: La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

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Il confino è come la Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Inizialmente spaventa, respinge, predispone l’animo a un rapido e risolutivo allontanamento per fare ritorno a quella – così definita dal senso comune – “vita civile” e colorata che solo la città saprebbe offrire. In un secondo fatale momento il confino comincia a legare a sé i suoi frequentatori, li affascina, insidia il loro passo cittadino con nostalgie semplici, con richiami mai espliciti o invadenti, facendo leva su elementi naturali, primordiali, che parlano alla parte ancestrale del visitatore. Ogni confinato ha la sua Fortezza Bastiani (luogo geografico indefinito) che droga la volontà lentamente, nel corso degli anni del bisogno più urgente, a piccole dosi, fino a renderlo dipendente; dolcemente, inesorabilmente, in alcuni momenti ossessivamente dipendente dalle sue forme, dai suoi colori e odori, dalle visioni notturne, dai suoni che non avverte in altri luoghi, un misto tra rumori casalinghi, familiari e musiche naturali ricche di silenzio, lì dove la natura ancora abbraccia le costruzioni umane, sul valico di un delicato compromesso. Il passaggio è graduale, avvertito dal profondo delle ossa; il trascorrere del tempo è lieve ma senza inganni, senza disillusioni; i gesti ordinari, impossibili da coltivare in altri contesti caotici, diventano azioni sacre, confortanti, geometriche, rituali, senza mai risultare insensate. L’ordine che regna al confino è di tipo monastico-militaresco ma è necessario per giungere a un’origine pura e cristallina del pensiero, per salvarlo dalla confusione annebbiante dei restanti giorni, quelli lontani vissuti in città. Anche per il confinato in tempo di pace, come per il Giovanni Drogo della Fortezza Bastiani di Buzzati, l’orizzonte è gravido di avvenimenti, di novità mai definite ma auspicate, che la pace campestre – così come il deserto – ignora perché già realizzate in se stessa; di guerre culturali nell’altrove, ma che vengono a prendere forza e a procurarsi armamenti interiori nella quiete bucolica di un paesaggio elementare, esempio particellare di più ampi, complessi e rumorosi schemi metropolitani. Il dubbio se il tempo speso al confino sia un tempo sprecato, e che fugga in quanto è un tempo dolce, appagante un ordine interiore, resta fino alla fine dei giorni; ma è un tormento addomesticato dalla benevolenza dei traguardi raggiunti dall’anima, da ciò che si riporta in città sotto forma di nuova energia. Ci si innamora del confino come della Fortezza Bastiani che tutto sorveglia e in teoria protegge nella semplice e rassicurante ripetizione di una regola non scritta, ma naturale, spontanea, primitiva, non riproducibile altrove. Quando si ritorna in città, niente è come prima della partenza perché il confino Bastiani ha già modificato il DNA del confinato, ha alterato nel profondo la classifica delle priorità, quelle “false”, che non sapevamo essere false prima di abbandonarci fiduciosi alle dolcezze dell’autoesilio. Perché è dai deserti – ma questo lo si apprende in seguito, dopo anni di esercitazioni – che arrivano le migliori speranze, le glorie attese, i finali che fanno storia (“Avete tutti la smania della città, e non capite che è proprio nei presidi lontani che si impara a fare i soldati”). Dalle città luminose e ricche di vetrine che mostrano occasioni sentimentali a buon prezzo, non giungono che saldi per l’anima, effimeri sconti esistenziali. All’inizio l’assuefazione culturale è potente e la città richiama all’ordine i suoi figli dispersi su confini anonimi, in cerca di verità trasversali che inizialmente essi stessi ignorano e perché estranei a una solitudine non ancora richiesta o cercata. Scrive Buzzati: “… una forza sconosciuta lavorava contro il suo ritorno in città, forse scaturiva dalla sua stessa anima, senza ch’egli se ne accorgesse.”

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L’imbrunire è quell’ora indecisa

Hansruedi Ramsauer

L’imbrunire è quell’ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l’anima indigesta e reflussa
si sveglia senz’aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d’uva fragola
progenie di quella rubata all’infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s’allunga la speranza
verso il sole dell’attesa
paziente stagione dell’essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l’uomo in questo inferno.

(immagine by Hansruedi Ramsauer)

Dylan

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Si trasformerà prima o poi
l’amore non dato e ricevuto
in strada da percorrere a piedi
verso quel mondo di sogni resi reali

dalla sorridente disperazione
di chi non si arrende

vagabondo che cerchi di cancellare
il suo volto dagli archivi del dolore.

Incroci deserti e polverosi, binari roventi
fontane poco generose, indicazioni sbiadite dal sole
fedele zaino macchiato di voglia d’andare, senza chitarra
la musica è già in te
ne hai fatto scorta
prima di staccare la spina dalla mortale routine,

quanti chilometri per lenire
le ferite non viste
quanti volti nuovi
per capire cosa farne di te.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“Maggie’s Farm”, Bob Dylan

“Rock di sera…” in spagnolo

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Sprazzi tratti dal componimento “Rock di sera… buon tempo si spera!” (pubblicato nella raccolta “Nessuno nasce pulito”), e utilizzati come flashforwards intercalati nel testo del racconto lungo “Call Center, reloaded”, sono stati gentilmente tradotti in spagnolo dalla speaker radiofonica barcellonese Maria-Rosa Monferrer… che ringrazio di cuore!

Se pone el sol triste
de comienzo de Septiembre
en los grises aparcamientos periféricos
vacíos de humanidad errante,
entre relucientes vidrios de botella
y calmos retazos de juventud.
Al fondo, paisaje de autopistas
para eléctricas notas de prueba.
Las grúas en el cielo róseo-azul
como púas dolorosas
sobre almas solitarias
esperan el rock nocturno.

Tramonta il sole triste
d’inizio settembre
sui grigi parcheggi periferici
vuoti d’umanità vagante
tra lucenti vetri di bottiglia
e calme schegge di gioventù.
Sottofondo autostradale
per elettriche note di prova.
Le gru nel cielo rossazzurro
come plettri dolorosi
su anime solitarie
attendono il rock notturno.

Dejo a mis espaldas
engaños y medias verdades
mientras piso
el acelerador melancólico
de sangre y basura.
Rincón sórdido de negra alegría
y vacías pancartas blancas
a la espera de colores y ojos.
Cuando incluso la última
flecha doliente de sol
desaparezca tras nuevas tierras,
le prenderemos fuego al escenario.
¡Ponte sol, ponte!

Mi lascio alle spalle
inganni e mezze verità
mentre spingo
sull’acceleratore malinconico
di sangue e spazzatura.
Angolo squallido di gioia nera
e vuoti cartelloni bianchi
in attesa di colori e occhi.
Quando anche l’ultima
freccia dolente di sole
scomparirà dietro nuove terre,
daremo fuoco al palcoscenico.
Tramonta sole, tramonta!

Espontáneos aglomerados humanos
en busca de energía sonora
me recuerdan soledades
o viajes para un solo pasajero.
Imaginamos ser el centro
pero siempre estamos en la periferia
de nosotros mismos
y de nuestros sueños.

Spontanei agglomerati umani
in cerca di energia sonora
mi ricordano solitudini
e viaggi per un solo passeggero.
Ci illudiamo di essere centro
ma siamo sempre alla periferia
di noi stessi
e dei nostri sogni.

Continua a leggere ““Rock di sera…” in spagnolo”