Lamentazione per il Signor Ics

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Dove sono le doloranti fila in posa
davanti ai feretri del gramo poeta
e dei filosofi noiosi le camere
ardenti di idee non morte
in libri ignorati da masse
bisognose di carezze kitsch
e paillettes tra piatti da lavare e sogni
infranti come lampadine sotto stivali,

– catodico è il facile consenso
già masticato da trucco e parrucco,
predigerito è questo nostro amore
che batte il tempo
alla canzone del momento –

dove il cordoglio fatto marea di fiori
per le non principesse sfortunate
e i non re di imperi a buon mercato.
Quando la veglia funebre
per l’impopolare signor ics
e lo stonato portinaio dei nostri averi,

– ore e ore sotto il sole ignorante
per un selfie col morto,
lo chiamano omaggio (ma a sé stessi!),
lo scrittore mondano va in tv
perché ha capito il congegno
e vuol essere amato come una soubrette –

nella chiesa dei non artisti
a quando l’affollata messa
per chi del proprio giorno ormai finito
ne ha fatto un’arte di sopravvivenza?

versione pdf: Lamentazione per il Signor Ics

Lamento degli amnesici mascherati

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Siamo stati forgiati nella fucina della solitudine,
non chiediamo aiuto mentre affoghiamo
non emettiamo suono alcuno
perché preferiamo il silenzio anche in punto di morte.

Senza chiedere l’elemosina del consenso
maciniamo chilometri dolenti
tra gli inciampi del buongiorno
e gli inganni della sera,
coltiviamo amori insonni
come lucciole per un domani dei sensi.
Ma è il confine della vita persa e dei colori cangianti
a sembrare invalicabile
nel via libera a singhiozzo dei prudenti.

La vita originale è perduta ormai,
non ricordiamo più il volto della città consueta
le priorità naturali dell’esistere,
spacciamo per grasse libertà
quel che resta del nulla decantato
sul fondo dell’abitudine.
È una sirena non di mare
questa musica nuova e stridente
che sfreccia tra i nostri sabati.
Non ricordiamo più
la via della facile speranza
quando la donavano a grappoli
agli angoli delle strade di ieri.

È strana quest’atmosfera
di finta salvezza sul finale
di battaglie private intrecciate a telegiornali
di catastrofe pulita, inodore
e di morti non visti, né toccati.

Malediciamo i colpi della vita
ma con l’altra metà del cuore
li benediciamo come maestri, alla fine,
da accogliere con il sorriso rassegnato
sull’uscio della disperazione fatta casa.

I passi solitari nella città mascherata
verso mete non desiderate
e i bocconi di fiele ingoiati a comando
con l’abitudine scandalosa del prigioniero
che chiama ‘mondo’ i suoi metri quadrati
nel corso degli anni condannati,
saranno le assurde nostalgie
del futuro, in tempi di insperata serenità:
è incredibile come l’essere umano
si affezioni ai travagli dell’esistere
e ai muti maltrattamenti del quotidiano.
Non siamo cronaca, ma solo crocifissi senza sangue
dispersi tra la folla del solito,
siamo le bianche vittime
delle silenti frustate della vita.

Risponderemo colpo su colpo
con la mente e il coraggio del cuore
finché ce la faremo,
siamo organizzati nei cunicoli della storia
per affrontare gli accidenti notturni
e le ingiustizie del mattino.
Siamo aperti alla nera fantasia
degli educati tribolamenti
e all’estro dell’imprevisto che bagna il bagnato,
nutrimento sono per noi
il malanno dei cari
e le noie del prossimo,
le cadute di stile e dei gravi
e le grigie notizie dal mondo.
A chi ci affidiamo non è ben chiaro,
ma abbiamo fede nell’infedeltà del cammino.

Un giorno, forse, torneremo a desiderare
le cose che oggi abbiamo dimenticato
per disabitudine a quel che dovrebbe essere
o per una salvifica amnesia: nel non ricordo s’acquieta il dolore.
Sarà bello e spietato come un matrimonio incosciente ma agognato
all’indomani di guerre mondiali finite e lasciate andare.

Tramonta, falso sole di clausura!
Lasciateci liberi di non tornare a vivere,
di tornare a risorgere un giorno
insieme a quest’umanità martoriata dai numeri
ma ancora distratta da futili motivi serali.
Uniremo i nostri dolori domestici
a quelli di tutte le nazioni del pianeta,
torneremo alla sorgente della speranza
anche quando ci saranno musica e balli per tutti
come se nulla fosse accaduto,

alla fonte di quel silenzio che salva
quando i mondi sono spenti e chiusi.

versione pdf: Lamento degli amnesici mascherati

(immagine: dal film “Matrix”)

“Elogio del post apocalittico”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Elogio del post apocalittico” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Indiana Jones e l'”approccio americano” dalla geopolitica all’archeologia

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Chi non vorrebbe vivere una vita come quella di Indiana Jones? Avventurosa, culturalmente interessante, sessualmente soddisfacente e al tempo stesso indipendente, geograficamente movimentata, appagante dal punto di vista professionale e universitario? Lo so, è un archeologo immaginario, un parto della mente di quel genio prolifico che risponde al nome di George Lucas (e della regia altrettanto geniale di Steven Spielberg), e come ho avuto modo di ribadire per quanto riguarda i supereroi, nel post dedicato a Joker, e alla loro improbabile esistenza nel mondo reale, la stessa cosa dirò riferendomi al nostro archeologo giramondo: è molto improbabile che tutte queste virtù – “immortalità”, capacità di sopravvivere a situazioni intricate, sapienza da bibliotecario mista a un atletismo che rasenta l’autodistruzione adolescenziale, fortuna con le donne, tempismo sfacciato, ecc. – si materializzino in un’unica persona. Eppure dietro l’ovvia irrealtà del personaggio si cela una certa “americanità” che invece è realissima e storicamente documentata. Il modo in cui Indiana Jones approccia alla risoluzione dei problemi che incontra nel corso delle sue avventure è tipicamente americano, anzi sarebbe più corretto dire “statunitense”. Indiana Jones parte dal presupposto che per uno statunitense il mondo sia come la tavola di un immenso gioco di ruolo privo di regole in cui muoversi senza chiedere il permesso a nessuno, senza tenere conto delle leggi locali… Tutto sembra facile e aperto nel mondo di Jones, nonostante le fatiche delle sue gesta. L’importante è raggiungere il proprio obiettivo, agguantare l’oggetto prezioso che ha innescato l’impegnativa quest, in nome di un bene comune internazionale. In questo gli statunitensi sono bravi: far passare per battaglia universalmente necessaria, un qualcosa che interessa solo l’America, la sua gloria o quella di un suo singolo cittadino, la sua ricchezza museale, come in questo caso.

Indiana Jones apre porte, si cala con delle funi in meandri, sfonda pareti, s’arrampica in proprietà private, ammazza e insegue (o si fa inseguire da) i cattivi usando – rubandoli – tutti i mezzi (terrestri, acquatici e aerei) che trova a portata di mano, profana catacombe e città sepolte, usa femori di scheletri per fabbricare torce, danneggia pavimenti a martellate, deturpa monumenti in paesi stranieri (Italia compresa: vedi Venezia), agguanta, rubacchia, scippa, incendia per sbaglio, depreda, così come fanno i suoi avversari, però a fin di bene, sgraffigna, rimuove, dissacra, gratta via, sfregia se necessario, causa crolli, altera l’equilibrio di luoghi delicati che erano rimasti in santa pace fino al suo arrivo…

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“Joker” su Pangea.news

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Il mio articolo “Joker, perché i supereroi non possono esistere” (già pubblicato su questo blog, qui, con il titolo “Joker è tutti noi”) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Riflessioni cimiteriali, prima puntata

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“… Vivere venti o quarant’anni in più
È uguale
Difficile è capire ciò che è giusto
E che l’Eterno non ha avuto inizio
Perché la nostra mente è temporale
E il corpo vive giustamente
Solo questa vita…”
(“Fisiognomica”, Franco Battiato)

Con il passare degli anni il “giro visite” al cimitero si allunga sempre più: se prima si andava a trovare solo parenti di una certa età passati a miglior vita, ora nell’elenco sono compresi anche amici coetanei “estinti”, e si ha la crescente sensazione che la morte non sia più un fatto estraneo, generazionale, lontano nel tempo, che riguarda i “vecchi”, ma che cominci a riguardare anche quelli con cui si è condiviso un pezzo di cammino, una parte di quell’entusiasmo iniziale che caratterizza gli anni dell’onnipotenza, gli anni verdi in cui si crede di poter fare tutto e soprattutto di essere immortali. E questa sensazione di immortalità la avverte anche chi è stato colpito dalla morte nell’intimità familiare: è proprio un qualcosa di connaturato all’età giovanile ed è giusto e normale che sia così; quando si è giovani non si pensa alla morte, punto e basta.

È bello trascorrere alcune ore al cimitero: è un luogo meraviglioso, con alcune venature di naturalità selvaggia. Se non fosse per il marmo e il cemento delle sue “case” (prevalenti nei cimiteri non gotici), si potrebbe pensare a un giardino; nessuno che parla a vanvera, che t’interrompe mentre leggi un libro che ti sei portato dietro; una fresca fontanella presso cui rianimarsi quando fa caldo; niente traffico umano o veicolare, solo pensieri essenziali, racconti (anche inventati) che trasudano dalle lapidi, il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, il sole come se stessimo al mare, i fiori, quel costante sentimento agrodolce sospeso tra nostalgia e destino, la pace: quella eterna per gli ospiti e quella momentanea per noi di passaggio. La natura dove si onora la morte è un ossimorico meme per la vita. Bisogna diffidare dei camposanti senza natura. Sarebbe bello abitarci nei cimiteri: in effetti un giorno, volenti o nolenti, c’abiteremo; sarà l’ultima dimora del nostro transito terrestre: se prima di nascere eravamo un’idea, un nugolo di cellule venute al mondo grazie alla pazienza e all’amore di una madre ospitante, con la morte abbiamo bisogno di un luogo che accolga quel nugolo divenuto qualcosa di più complesso e articolato, di usurato e vissuto, con tutto il suo carico di energia accumulata, di cicatrici, di rughe e ferite mai rimarginate. Se l’utero materno è la tomba della non vita, al cimitero c’è la tomba che accoglie ciò che resta di una vita vissuta.

E le storie legate a quelle cicatrici? Che fine fanno? La maggior parte diventano polvere di tempo se nessuno le fissa su substrati mnemonici; e in effetti non tutte le storie sono degne di essere fissate, eppure sono state a loro modo storie, ordinarie, non eccezionali, ma comunque storie, che non hanno cambiato il corso del Grande Racconto dell’umanità ma pur sempre percorsi esistenziali che hanno modificato la traiettoria di qualche micro-universo locale, ignorato, non immortalato dalla cronaca mondiale e presenti nel ricordo di pochi testimoni oculari. E quando anche questi saranno trapassati, non ci sarà più nessuno a raccontare le storie ereditate. Tutto andrà perso e i visitatori del futuro vedranno solo visi muti e date, nomi e cognomi di persone che non potranno raccontare più niente a chi si fermerà dinanzi alle loro tombe.

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Giorni e non

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Quando domani tornerai a vivere
riconoscerai i giorni della non vita
che oggi chiami con nomi di fantasia:
sedia, arcobaleno, benda, corvo, sacchetto
di plastica i pensieri mentre pedali nella sera.
Il mondo è una stanza enorme e vuota
con la porta di coraggio antico stagionato
e una maniglia per aprirti alla storia
solo dal tuo lato – dice il venditore di api
abituato a farsi pungere da tre generazioni.

La stampante senza che nulla le dica
come un gatto dalla lingua elettrica
parte a pulirsi le testine di notte, nel silenzio
tramando scritture clandestine alle mie spalle,
“lei” sa cosa fare

nel buio del suo sesso d’inchiostro
puntato su fogli bianchi d’inconscio
descrive meglio di voi assenti i giorni persi
contando pillole e respiri di madri bambine.

– video correlato –

“Jump” – Van Halen

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Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

  ♦

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Tenersi al mondo

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a Gabriele Galloni*

Mi stupirò per sempre
dell’aria sotto l’ala che fa portanza
del ferro contro ferro sulle rotaie
scintillanti nella notte della storia,
di quest’uomo, errore evolutivo
che sogna e muore, progetta e crepa
si rialza e s’ammazza
lavora e soccombe,

spera e non vede
l’inconsistenza dell’alito
che lo tiene al mondo.

∗ dedica postuma,

poesia pubblicata, inconsapevolmente, nel giorno della sua partenza.

“Elogio del post apocalittico” su Poliscritture

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Per aver accolto, letto e pubblicato il mio articolo “Elogio del post apocalittico”, desidero ringraziare la rivista “POLISCRITTURE”, laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate… Per leggerlo: QUI!

[…] Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. […]

Fermoposta

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Mi sposterò dal punto in cui
spererete di cogliermi in fallo,
divergono le strade nate insieme
dal punto madre sopravvissuto
di tanto in tanto un toccarsi d’ufficio
ma ognuno vivrà un tramonto
diverso come la verità senza cronaca
delle nostre vite per sentito dire.

Ve ne farete un’idea
sarà quella sbagliata,
pedaggio salato e prevedibile
da chi impegnato a fissare
esistenza su carta e pelle
non ama raccontarsi.

Quadri e paesaggi anticipati
rancori stagionati, lontani
e consensi casuali
dai rami più giovani,

seppellirete uno sconosciuto
chiamato fratello, o forse
ci salverà una voce estranea
che diremo d’amare per non morire
aspettando pensioni esotiche
già descritte in altre raccolte acerbe.

(immagine: dal film “La casa sulle nuvole”)

“Cast Away” e la retorica del saremo migliori

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori.

 Alla mia Kelly

In questi giorni di quarantena, in tv e sul web, è tutto un gran pullulare di messaggi retorici del tipo: “ce la faremo!”, “ne usciremo!”, “andrà bene!”, “saremo migliori!” e altre simili, doverose, confortanti ingenuità. C’è chi dice – vedi Guccini, Arminio e altri – che non saremo migliori affatto, che l’umanità, una volta passato il pericolo, tornerà lentamente alle sue precedenti abitudini, buone o cattive che fossero; che l’uomo per sua natura, pur essendo un sapiens, dimentica presto, o meglio, si ri-adatta alle nuove condizioni imposte dai governi e dalle emergenze a tempo determinato, continuando nel sottocutaneo ad aggirare il vero cambiamento, quello profondo e permanente, a favorire se stesso e le proprie egoistiche comodità. In poche parole saremo come quelli che in questi giorni per strada portano la mascherina sotto il mento o sulla fronte: ci innamoreremo dell’idea fasulla di fare il nostro dovere, di “portare la mascherina” per salvare il mondo, ma in fondo torneremo a essere gli imbroglioni di sempre, e le prime persone che torneremo a imbrogliare sono proprio quelle che vediamo riflesse nello specchio del bagno: noi stessi.

No, no, fermi tutti: questo post non vuole essere una paternale in stile De Luca o un “fare nome e cognome” alla premier Conte. Niente affatto. Se state pensando di interrompere la lettura a causa di questa premessa, vi prego di non farlo, di avere fede e di arrivare fino in fondo. Allo stesso modo vi chiederei di non catalogare subito come pessimistico il mio pensiero: parlo di “retorica del cambiamento” a ragion veduta, perché la vera evoluzione interiore viaggia su altre frequenze, alla maggior parte di noi sconosciute. La “mutazione pratica” che la nostra società dovrà subire sarà legata solo ed esclusivamente a una questione di cautela nei confronti di una convivenza forzata tra noi e Covid-19, in attesa di strumenti migliori per combatterlo, isolarlo, tenerlo a bada, studiarlo, renderlo inoffensivo, possibilmente distruggerlo in caso di “incontro” ravvicinato. Quarantena e convivenza forzata che, inaspettatamente per molti, stanno rappresentando occasioni preziose per rivalutare priorità, riscoprire stili di vita arrugginiti, gesti antichi (come leggere!), abitudini impolverate (come ascoltare un vinile!), pratiche culturali in disuso, hobby e “fai da te”, affetti o vecchi rancori, varchi meditativi pieni di ragnatele, riflessioni impegnate offerte dal disimpegno; per riflettere su un prima e un dopo, per ripercorrere gli errori planetari in materia di ecologia, di sfruttamento energetico, di comportamento consumistico del singolo o di intere popolazioni.

Ci stupiamo del ritorno di una certa natura, animale e vegetale, relegata ai margini, ghettizzata, scacciata e schiacciata, rinchiusa in riserve delimitate dal nostro via vai, dai nostri affari, dal nostro traffico di specie superiore, senziente e intelligente; realizzando che, forse, i virus più dannosi presenti su questo pianeta siamo proprio noi.

Il rallentamento delle nostre attività, personali e comunitarie, questo immobilismo forzato, ci indurranno a una riflessione in grado di renderci migliori in futuro? La maggior parte di noi tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, e non vedo perché non dovrebbe essere così, però con un’accortezza maggiore e un’esperienza segnante sulle spalle capace di stimolare una salutare critica non solo teorica ma addirittura pragmatica; altri, invece, torneranno in gara ancor più nevroticamente e con una dose raddoppiata di violenza inespressa a causa dell’inazione e dell’energia non spesa: durante i primi tempi del ritorno alla normalità non mancheranno gesti inconsulti, reazioni spropositate, rigurgiti ritardatari di autodiscipline maldigerite. O forse no…

Perché un’esperienza forzata dovrebbe renderci migliori?

Continua a leggere ““Cast Away” e la retorica del saremo migliori”

Lievito figlio

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Durò poco l’epopea dei lieviti
e dei morti senza ferita
ammucchiati sotto le mura porose
della deserta Troia digitale.

Era ignoto il grano raccolto
da macinare al buio
di epoche in declino,
altri i pani da far crescere
come figli imprevisti
e cuocere al sole di dystopia.

Ma il guardiano di storie
conosceva già quella fine
raccontata dagli avi,
furono tenuti in disparte dagli uomini
per ostentata profezia.

Avvisaglie evolutive e coprifuoco
sul teatro della storia,
preservi dalla sventura la madre
di future bianche farine,

non ti chiede di distogliere dalla vita
la crudele signora invisibile
il tuo sguardo assetato
di lievito figlio.

– video correlato –

“Lievito figlio”, lettura a cura di Michele Nigro

(immagine: Matteo Massagrande, “Bryant Park,” 2018 – fonte)