Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…

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A te, giovane donna ingabbiata!
prigioniera nel caldo abbraccio
lussuoso metallo suvizzato
di un sultano ricco e veloce

accogliente vagina del potente
che osservi superba e distante
il mondo metropolitano di sotto
proteggi con un vetro i sensi
da fatiche, fetori urbani e precariati

sacerdotessa della velocità
voli verso i divertimentifici
di società in eterna crisi,
custode del focolare su gomma
difendi con sguardo sospettoso
il benessere luccicante al neon

emulatrice di maschi alfa
provi compassione dell’intorno
scrutando il girovago nulla,
non decostruisci, nauseata dei lenti
l’arrogante cilindrata dell’ego.

A te, dico:
scendi con me, andiamo in giro
a piedi, straniati e sovversivi
scapestrati e rivoluzionari
verso i dimenticati percorsi
della città psicogeografica d’autunno,

riconquista le strade buie e vere
le terre incognite ai margini
i vicoli inconsueti dell’anima
che esorcizzi di gas accelerando.

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“Crimes of the Future”: tra nuovi vizi e nuove carni

versione pdf: “Crimes of the Future”: tra nuovi vizi e nuove carni

Crimes of the Future

Ritmo lento, film a tratti soporifero, trama non articolata e scene ridotte all’osso, azione quasi inesistente… Ma si tratta del nuovo, atteso capolavoro del maestro del genere body horror David Cronenberg e quindi un suo perché il film “Crimes of the Future” ce l’ha, deve avercelo, ed è forte nel suo essere semplice e contorto allo stesso tempo. La specie umana sta evolvendo, in cosa precisamente è difficile da stabilire, se non attraverso gli strumenti immaginifici della fantascienza: nuove funzionalità, nuovi organi non previsti – quasi sempre tumori solidi – crescono nel corpo di alcuni esseri umani – come accade al protagonista Saul Tenser (Viggo Mortensen) -, forse indotti a formarsi da un subconscio che materializza istinti repressi e desideri o più probabilmente a causa di inquinamento e scelte ecologiche scellerate compiute da un’umanità segnata, ridotta di numero e impoverita.

L’asportazione di questi “ospiti” organici diventa pubblica performance artistica ad opera della bella Caprice (Léa Seydoux), ex chirurgo prestato all’arte concettuale; l’autopsia in vitam, un ricercato gesto artistico eseguibile da pochi per la soddisfazione collettiva; l’autolesionismo è erotico e le ferite di un bisturi sono come pennellate d’artista: l’uomo ha imparato a giocare col proprio organismo, le proprie malattie e di conseguenza con le proprie emozioni. Come chiaramente si afferma nel film: “la chirurgia è il nuovo sesso!”. Avendo azzerato nel corso degli anni ogni forma di dolore (la sovraesposizione informativa e il consumo di massa di arte e cultura ci renderanno insensibili?), l’umanità così anestetizzata deve ora cercare nuove soglie di piacere da condividere in un amplesso sociale, esplorare nuovi confini corporali da oltrepassare, assaporare nuove sfide evolutive delimitate da un labile confine legislativo… Ma non tutti sono disposti ad accettare queste mutazioni: all’inizio del film una madre uccide, soffocandolo con un cuscino, il proprio figlio ghiotto di plastica perché non riesce ad accettare questa sua “mostruosità alimentare”. Forse un riferimento alla nostra convivenza forzata con plastica e microplastiche che stanno di fatto inquinando terra e oceani, e a un nostro possibile futuro da plasticofagi? Già oggi un certo mercato alimentare propone raccapriccianti “alternative proteiche”!

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“L’uomo che cammina” per la Pace!

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Scrive Christian Bobin, riferendosi alla resurrezione del Cristo senza peraltro mai nominarlo, in L’uomo che cammina: <<L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte. Coloro che ne seguono le orme e credono che si possa restare eternamente vivi nella trasparenza di una parola d’amore, senza mai smarrire il respiro, costoro, nella misura in cui sentono quel che dicono, sono forzatamente considerati matti. Quello che sostengono è inaccettabile.>> Cosa c’entra il Gesù camminante di Bobin con la 60ª edizione della Marcia per la Pace Perugia-Assisi  ̶  organizzata per la prima volta nel 1961 da Aldo Capitini  ̶  svoltasi lo scorso 10 ottobre? Apparentemente nulla, dal momento che si tratta di una marcia laica, aconfessionale, inclusiva, apartitica, anche se mai apolitica perché tutto è “politico”, nel senso nobile del termine: anche i granelli di sabbia sollevati dai piedi dei marciatori sono politici. La vera politica è azione senza colore ma di valori, è scelta di movimento, di fede folle, di cammino verso un obiettivo ideale ma concretizzabile passo dopo passo, pacificamente, senza assaltare sedi di sindacati o di partiti. C’entra perché i matti, credendo, avendo fede nella realizzazione di un mondo migliore, non attendono immobili l’arrivo del cambiamento ma si fanno movimento, camminano, pur nella limitatezza dello spostamento (“solo” 24 km per i partecipanti alla Marcia). Ancora Bobin: <<Il movimento è dare tutto se stesso>>; il marciatore per la pace consegna simbolicamente per poche ore il proprio corpo, non solo i propri ideali e il proprio tempo, nel tragitto tra Perugia e Assisi (città in guerra tra loro nel medioevo), alla causa. Una consegna che non si esaurisce con il raggiungimento del traguardo sportivo perché <<dio è un uomo che cammina ben oltre il tramonto del giorno>>; la marcia interiore continua ritornando a casa, all’indomani della confortante e colorata marea umana, nei propri luoghi d’esistenza, tra le pieghe di abitudini da scardinare in nome di un’autentica evoluzione dell’umanità ma a partire da se stessi e non pretendendola solo dagli altri: l’“I Care” milaniano  ̶  tema di questa storica edizione  ̶  è un prendersi cura, un interessarsi in prima persona e non più delegato, una responsabilità diretta dell’individuo a partire dal microecosistema del vissuto quotidiano.

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Mal’ore

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Sono le mal’ore notturne
quelle d’inverno cattive e cieche,
strappano virgulti d’anni
alle amicizie sfiorate
con folate di morte
gelate dai rami del futuro

non avvisano dall’uscio
una voce che prepari,
battute lasciate a metà
tra rossi calici ancora pieni
sotto ruderi di cielo

l’età fermata, nel buio cristiano
della pietra inattesa
mentre s’illudono di respiri
e di nuvole impigliate
in finestre di chiesa
come incensi sul mondo

i tristi sopravvissuti
al giorno in più.

(immagine: Alfred Kubin – The Way to Hell, 1904)

Angelo Branduardi – Ballo in Fa# Minore

versione pdf: Mal’ore

In ricordo di Antonio Scarpone…

Ciao Antonio… e grazie!

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Arrivederci Antò, ci ribeccheremo di nuovo alla fine di questo tunnel chiamato ‘vita’!

Cinque Terre

dedicata ad Antonio

Gli inerpicarsi sudati
in strane, inattese
primavere d’inverno
su nere rocce salate
scavate dal ritmo naturale
di una poesia infinita,
essere giovani, di nuovo
tra spruzzi feroci
dal mare natalizio
che ignora
i non degni di Byron.

La sete di altri scorci
inesplorati, senza futuro
e sprazzi di storia
nel rosso tramonto che
annuncia speranze d’orizzonte,
una preghiera involontaria
diventa strada tra pietre
antiche
come voci evocate.

Proteggimi, pieve di costiera!
agitata da onde di tempo
al tremolio di devote candele
con spuma di persi pensieri

hai salutato nei secoli
schiere di ignoti partenti
su legni
verso lontane fortune.

(m.n.)

Quando una persona cara, un amico, ci lascia per sempre, subito dopo aver realizzato l’inesorabilità dell’evento chiamato “morte”, che ci priva della presenza ma non del suo riverbero, andiamo istintivamente alla ricerca di quelle briciole lasciate lungo il cammino condiviso con chi è scomparso. Facciamo così con tutti, sempre: è una ricerca naturale, umana, spontanea, da non rimandare; è un modo – con i nostri poveri mezzi umani – per contrastare l’oblio, il traffico di una vita occupata molto spesso da cose inutili e assurde che ci allontana dall’essenza che conta. Una mossa da fare a caldo per mettere dei paletti cronologici e dire “da qui la dimenticanza non passerà!”. Fissare la storia, la micro-storia: quella che non va sui libri di Storia Ufficiale ma che è importante per chi l’ha vissuta.

Si tratta di ricordi personali, che tali restano, e di tracce pubbliche, come quelle lasciate da Antonio che era ed è poeta, vernacolista, scrittore, saggista, cinefilo, estimatore del grande Fabrizio De André, letterato per studi universitari e per passione, uomo colto inizialmente per il piacere in sé del sapere e in seguito insegnante per il piacere di trasmettere quella conoscenza agli altri, soprattutto alle giovani menti che ha avuto l’occasione di incontrare e plasmare operando nel delicato mondo della scuola. Le briciole sono la testimonianza concreta di ciò che è avvenuto realmente e non di ciò che sarebbe potuto essere e non si è verificato per altri motivi; forse queste briciole, da raccogliere e valorizzare ogni giorno e non da nascondere sotto il tappeto del tempo, sono solo uno stratagemma attuato da noi viventi per alleviare il dolore del distacco e dell’assenza improvvisa, fatto sta che attraverso di esse riusciamo a proseguire un discorso lasciato a metà e che non avremmo voluto interrompere. Beato, dunque, chi come Antonio ha lasciato e lascia tracce non solo esistenziali, affettive, biografiche ma anche “intellettuali” da poter rileggere, ripercorrere, rivivere mentalmente. E da cui continuare a trarre un insegnamento perenne…

Di seguito ho pensato di elencare alcune di queste briciole, ma chissà quante altre avrà sparse in giro nel corso della sua esistenza culturalmente attiva e vissuta all’insegna di una sana e autentica voglia di vivere…! Si tratta di tracce scritturali lasciate da Antonio soprattutto, ma non solo, risalenti al periodo di quando ho avuto l’onore e il piacere di averlo tra i collaboratori della rivista letteraria trimestrale “Nugae – scritti autografi” da me diretta fino al 2009. Quando possibile, ho lasciato il pdf (liberamente scaricabile) o il link al post contenente il contributo di Antonio; in altri casi si tratta di collegamenti a sommari di numeri non disponibili in versione pdf ma solo cartacea.

Ho pensato a questo elenco sperando di fare cosa gradita non solo a familiari, parenti e amici “stretti”, ma soprattutto a chi passerà per caso su questo blog non conoscendo il Prof. Antonio Scarpone di Galdo degli Alburni (SA) e trapiantato a Sarzana (SP) per lavoro, a chi non ha fatto in tempo a sviluppare un’amicizia con Antonio, e avrebbe voluto, o a chi lo ha semplicemente sfiorato in questa esistenza e ha capito che c’era molto, ma molto altro ancora da capire e conoscere… Buona lettura e grazie! (m.n.)

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Matrix Resurrections

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Matrix 4 e la crisi di mezza età

(un po’ di spoiler qua e là, attenti!)

Stasera, vedendo al cinema Matrix Resurrections, ho rivissuto alcune delle sensazioni provate con Trainspotting 2 e Blade Runner 2049. Personaggi che tornano sul luogo del delitto, questioni da affrontare, trame da completare forse più per nostalgia che per altro. Con i sequel si rischia tantissimo e lo sappiamo, ma si ritorna al cinema, dicevo, per nostalgia dei protagonisti che abbiamo amato 20 o 30 anni prima. E i produttori lo sanno.
Siamo tutti dei fottuti pantofolai cinquantenni; ci abboffiamo di pillole blu (non quella della Pfizer, l’altra: quella che Morpheus offre a Neo insieme alla rossa che libera) e pensiamo che il nostro vissuto sia solo un videogioco. Andiamo dall’analista, ci affidiamo alle sue cure, ma è proprio lui che c’inganna e ci prescrive le pillole blu. I rivoluzionari che c’avevano liberati molti decenni prima, si sono imborghesiti e hanno raggiunto un compromesso con i vecchi nemici: le macchine. Forse non conviene risvegliare proprio tutti tutti… Un po’ di umanità lasciamola ancora a nanna! La tregua dopo una guerra porta sempre a un Piano Marshall (o a un PNRR) che accontenta un po’ tutti: però cara Niobe, che tracollo… caspita! Posso capire le rughe e la vecchiaia, ma ti ricordavo più combattiva. Non resta che risvegliare l’altra metà del cielo: l’amata Trinity. Ma vorrà lasciare marito, figli e hobby, la sua vita tranquilla, per un mezzo squilibrato che la tampina in un caffè? Eppure Matrix si nutre proprio di questo equilibrio tra paura e desiderio che produce molta più energia. Più efficienza dalle batterie umane che ricordavamo nel primo capitolo della saga. Neo e Trinity si fanno un bel sonnellino nelle loro capsule per la resurrezione: sono abbastanza lontani tra loro per non creare pericolose interazioni ma anche abbastanza vicini per dare vita all’energia che serve al sistema. Della serie: vivete, producete ma senza dare fastidio.
Diamo una seconda possibilità a questi cinquantenni imbolsiti e disincantati: ma che vogliono sti giovani che ci risvegliano dal nostro riposino? Vogliono fare la rivoluzione?

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Allons enfants

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La preghiera del mattino al dio sesso
è un cero senza fiamma
per battesimi silenti,
segno della croce prima del sonno
e pugno chiuso alla levata

cerchiamo un salterio all’alba
che canti le storture
indigerite dell’esistere
o una tarda rivoluzione
sanguinaria d’inverno
più mite d’estate

oscillo tra mani giunte
e la calda stretta su fredde armi
che tacciono da troppo
troppo tempo
nelle sagrestie del non detto.

“Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders

versione pdf: “Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders

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“… Ma questi miracoli in pieno giorno
Solo in poesia possono ancora stupire…”
(Il passaggio degli angeli – Capitolo XIII)

C’è un libro dietro gli angeli berlinesi del regista Wim Wenders, immortalati nei film “Il cielo sopra Berlino” (1987) e “Così lontano così vicino” (1993): il titolo è “Il passaggio degli angeli” (Le Passage des anges), romanzo del 1926 scritto dal belga francofono Odilon-Jean Périer; anche se definirlo romanzo è limitativo: si tratta infatti di prosa poetica in salsa — direbbero, forse, gli appassionati del genere — urban fantasy, la cui architettura ricorda, è vero, il racconto lungo, interrotto di tanto in tanto da versi a corredo di un’atmosfera “magica” e gravida di eventi, ma che dalle regole del romanzo si svincola con maestria fin dalle prime pagine. Périer, prima di ogni altra cosa, è un poeta surrealista, cercatore di una purezza angelica oltre le umane imperfezioni. La città descritta in questo romanzo breve è una città in perenne attesa di una svolta: “Attendono tutti un temporale, una soluzione.” Il tono è sibillino, imprevedibile, istintivo, come se fossero gli occhi del poeta a scrivere direttamente su carta e non la sua mente. È la storia sovrannaturale e bizzarra di tre angeli — Alpha, Michel e Misère — scesi in una città senza nome (perché la storia è adattabile a tutte le città passeggiate dai poeti, prim’ancora che alla Bruxelles di Périer) a osservare la vita insignificante e assurda degli umani: “Infine apparvero gli Stranieri. […] Tutti avevano visto degli angeli, ma nessuno credeva agli occhi del vicino. Quei personaggi misteriosi si presentavano con naturalezza, come degli amici che si ritrovano nel momento del bisogno. Se ne stavano in piedi sugli alberi, seduti sui bordi dei tetti, in fila, senz’ali, magri, decenti, vestiti di grigio perla o d’azzurro. […] Chi li aveva incontrati […] parlava di poesia, di amore, di libertà.” Solo i forti e i filosofi troppo saggi non li vedono, mentre “Tutte le ragazze avevano già il loro angelo, amico intimo.”

Odilon-Jean Périer
Odilon-Jean Périer

Le città da sempre hanno bisogno di miracoli: “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica, Il miracolo della 34ª strada” (1947) di George Seaton… C’è bisogno di interrompere il dominio asfissiante della ragione e del positivo, per dare spazio — sospendendo momentaneamente l’incredulità — al meraviglioso, al surreale, al sovrannaturale, all’incredibile possibilità di una visione dall’alto. Ma gli angeli di Périer, al contrario, si lasciano miracolare, si calano nell’umanità, assecondando la Legge Marziale degli spiriti solidi, perdendo ben presto la loro divinità; non è una sconfitta, un difensivo lathe biosas epicureo o un mimetizzarsi per timidezza (“dei veri angeli non hanno bisogno dell’aureola”), bensì è il prezzo dello scambio: “degli angeli non scendono sulla terra senz’apportarvi dell’incertezza”, senza alterare gli schemi delle umane sicurezze e dei poteri; in cambio imparano tutto o quasi sui pregi e difetti della specie ospitante (“C’è molto da fare, molto da sperimentare, qui… […] Ci è permesso d’esaminare da vicino le loro gioie, le loro cerimonie.”), diluendosi in essa, innamorandosi, ascoltando le domande e i desideri del mondo, simulando una vittoria dei filosofi saggi e dei realisti che amano il buon senso, il visibile e la scienza: “Non pensavano più in alcun modo a volar via. Molti di loro avevano messo su un po’ di pancia…”.

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I tre angeli sperimentano l’amore e il piacere (“Michel, con le lacrime agli occhi, dovette arrendersi a quell’amore terrestre”; mentre Misère conosce Christine Ègalité, la fanciulla armata del Circo Jacques: anche ne “Il cielo sopra Berlino” di Wenders c’è una ragazza, Marion, che lavora nel circo ma è una trapezista che indossa finte ali d’angelo), la sensualità e la bellezza, la violenza che lascia cicatrici, gli scrupoli e la perdizione, la vita coniugale e la carnalità occasionale, la libertà e il disprezzo per la saggezza dei vecchi, la religiosità morbosa e l’idolatria (le strutture sociali e culturali della nazione si allineano alla religione ufficiale e al Maestro di turno), l’ebbrezza del consenso popolare, il possesso e la gelosia, la pressione dei doveri di un soldato, la noia e il dolce far niente (“aveva il tempo di cogliere con agio la vita terrestre, ammirando le vetrine, inseguendo le ragazze, toccando ogni cosa”). Il futile e la bassezza morale: per dimenticare di provenire dal cielo e avere la sicurezza, una volta per tutte, di essere diventati uomini. Lo scopo di questa full immersion nell’umanità è quello di salvarla dall’inerzia, dalla codardia e dalla cauta disperazione, dagli “artifici della gentilezza e del linguaggio”: “Uomini! Ci sono delle cose da fare nella vita di un uomo, e voi rapidamente vi decidete a dormire, senza indugi: ah, come rinunciate senza pena al vostro bel potere…”. La bellezza dell’esistere prevale su ogni falsa religione: solo la poesia può farsi garante di questa bellezza. Non mancano i dubbi e un senso di straniamento: “Che cosa siamo venuti a fare qui? […] Un bel mattino ci troviamo in piedi tra delle strane bestie, graziose e folli, seducenti. Perché noi tre, tra tutti gli angeli?”. Il romanzo fantasioso e magico di Périer diventa filosofico (anche se l’Autore ci avverte che il suo scritto non ha motivazioni profonde, obiettivi edificanti o simboli da cercare): forse per comprendere il senso del nostro esistere qui e in questo modo, per riconquistare le ragioni del nostro esserci, bisogna diventare, o almeno sentirsi, un po’ come degli angeli calati per caso in una realtà aliena e riuscire a stupirsi (“Vedo la città in cui abito; com’è strana…”) anche delle cose più scontate, a riscoprire e quindi riscoprirsi, a sperimentare con una curiosità primordiale; stupore e curiosità fanciullesca che nel primo film “angelico” di Wenders sono ben rappresentate dalle parole di una poesia di Peter Handke, (contestato) Premio Nobel per la letteratura nel 2019 e collaboratore ai testi del regista, intitolata “Elogio dell’infanzia” (Lied vom Kindsein) e che del film ne costituisce la filigrana (una sorta di poesia-copione) su cui si innestano le immagini di un regista istintivo e privo di un piano ben preciso:

“… Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente
veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?…”

Ma non tutti ce la fanno a riprendere il candore delle domande ancestrali, neanche tra gli angeli: c’è chi “vuole inebriarsi della stupidità del mondo”, chi si dà alla politica, chi si illude con un’attività senza rischi come il cinema che simula la vita vera (“… nulla è più buffo del fatto di vedere gli uomini evolvere in funzione dei sogni che gli si attribuiscono.”)… Si cerca di capire se abbiamo perso la nostra originalità: “Sono ancora l’angelo che ero?”. Forse gli esseri umani sono tutti angeli caduti in terra e divenuti immemori della propria spiritualità. Per agire sulla Storia bisogna fare delle scelte, manifestarsi, perché “… l’errore è di restare un angelo tra queste persone. Tutto è facile, — per me solo. Ma se mi occupassi della gente? Se tentassi d’animare uno dei tanti imbecilli… […] Scopro le vie deserte della mia città. […] Domani comincerò ad agire sugli uomini.” Occuparsi di Politica, scegliere l’anarchia anche se un po’ fuori moda: l’astensionismo e l’antipolitica per giungere, paradossalmente, al vero senso dell’uomo politico che non delega, libero ma in prima linea. Forse alla fine il vero miracolo è ritornare a vedere la bellezza naturale delle cose e della realtà con occhi umani: “Chi ha mai creduto ai miracoli? Non accade nulla. È la mezzanotte di una giornata come le altre…”.

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San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

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“… Mi piacciono le scelte radicali…”

(da Mesopotamia, Franco Battiato)

Numerose sono state nel corso degli anni le riduzioni cinematografiche della vita del Santo di Assisi proposte a un'”agiografia per immagini”; anche alcune fiction televisive hanno tentato di raggiungere il grande pubblico del mainstream con risultati non trascurabili. Tuttavia, due sono le opere filmiche che maggiormente occupano ancora oggi l’immaginario collettivo: “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli (1972) e “Francesco” di Liliana Cavani (1989). Entrambe ripercorrono, più o meno fedelmente, le determinanti tappe biografiche — riprese dalle Fontiche lentamente ma inesorabilmente condussero il giovane Francesco verso scelte esistenziali irrevocabili: l’età spensierata e scapestrata, il disincanto che seguì alla disastrosa esperienza bellica, i finti ideali nobiliari traditi o ridimensionati, la prigionia presso Perugia, la convalescenza e la rivalutazione delle priorità scambiata per disturbo da stress post-traumatico (sembra che Francesco, abbracciando la povertà totale e riconoscendola ora più di prima nel messaggio evangelico, non voglia distaccarsi da quella precarietà esistenziale sperimentata in guerra e che ha decretato il tramonto definitivo degli entusiasmi giovanili e della ricerca di glorie terrene), il graduale distacco da uno stile di vita familiare e sociale non più consono alla propria evoluzione interiore, la pubblica spogliazione e la rinnegazione del “padre biologico”, l’inizio di un’autentica vita povera in contrapposizione a quella ricca e agiata della Chiesa ufficiale del tempo… Tappe che ormai, al di là delle sfumature e delle omissioni tra le versioni dei vari biografi vicini o lontani cronologicamente al Santo, costituiscono i pilastri ufficiali di un immaginario che ha attraversato i secoli.

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Sessantottino, più “figlio dei fiori” che serafico, delicato e dall’aspetto angelico, quasi efebico, il Francesco di Zeffirelli propone una versione poetica, dolcemente rivoluzionaria e romantica del Santo (per i più critici eccessivamente edulcorata e quindi poco veritiera dal punto di vista storico); Chiara è una biondissima e bellissima hippy folgorata sulla via di Woodstock: i Sessanta sono da poco trascorsi e la loro influenza sul regista è tangibile. Gli uccellini e i prati fioriti non mancano, così come le inquadrature in stile documentario naturalistico sulla vita degli insetti e degli animali: l’ecologismo flower power — da contrapporre agli asfissianti e distruttivi meccanismi capitalistico-consumistici — è rispettato alla lettera, così come il rifiuto della guerra, di tutte le guerre, di ogni epoca: da quella medioevale tra Perugia e Assisi, fino al più recente Viet-fucking-nam!; il primato spirituale su quello materiale: c’è una cecità, da cui guarire, che colpisce l’anima prima ancora che gli occhi. La rappresentazione dei poveri (ma anche quella dei ricchi) rasenta il grottesco tipico del circo felliniano. I francesismi materni sono dei divertenti intercalari linguistici che insistono sull’origine anche transalpina del Santo. La goliardia di Francesco ricorda quella del Romeo Montecchi shakespeariano (anch’egli immortalato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli), ma alla fine entrambi saranno catturati in maniera inesorabile dall’amore: Romeo da quello contrastato e tragico per Giulietta, Francesco da quello altrettanto difficile e in salita per Cristo, e non per Chiara, come una parte di noi avrebbe intimamente e laicamente desiderato. D’altronde la santità coerente e la “verticalità” non sono per tutti.

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Anche lo scontro padre-figlio, tra Pietro di Bernardone e François, viene rappresentato come gap generazionale tra “boomer” e figlio ribelle; in realtà dietro l’incomprensibilità tra padre e figlio, ammorbidita con soluzioni da commedia e qualche ceffone, si cela una storia ben più drammatica: Pietro di Bernardone (che nel film sembrerebbe in fin dei conti solo un ingenuo bonaccione accecato dal commercio e dalle ricchezze) incarcerò fisicamente Francesco, tra le mura di casa, pur di dissuaderlo dai suoi “pazzi” propositi e dai generosi gesti scellerati nei confronti dei poveri di Assisi. Ancora lontano dal suo Gesù di Nazareth del ’77, Zeffirelli propone un Francesco che è più vicino — non per lo stile ma per la dinamicità e “modernità” dei personaggi — al Jesus Christ Superstar di Norman Jewison. Indiretta ma assolutamente non secondaria la funzione emotiva della colonna sonora affidata al maestro Riz Ortolani: non poche associazioni giovanili cattoliche hanno adottato per anni, fino ai giorni nostri, alcuni brani diventati in seguito parte integrante del repertorio musicale religioso. Anche Francesco, però, come Gesù Cristo, ha il suo musical nostrano: Forza venite gente (1981) di Mario e Piero Castellacci. Quello del Francesco zeffirelliano, insomma, è un brand dal successo intramontabile, capace di adattarsi alle più svariate forme di espressività artistica e mediale.

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È incredibile come già in questa pellicola (e soprattutto nell’esempio stesso di San Francesco) sia contenuta la tesi — esposta attraverso le parole di Papa Innocenzo III — di un famigerato saggio di Matthew Fox, frate domenicano espulso a causa di questo libro dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger, intitolato In principio era la gioia (Original blessing). Afferma il Papa del film rivolgendosi a Francesco: “Nella nostra ossessione per il peccato originale, a volte si dimentica l’originale innocenza. Fa che non succeda anche a te!”. La gioia del messaggio evangelico è affogata nel senso di colpa e l’iniziale entusiasmo vocazionale viene ricoperto e soppiantato dalle incrostazioni del ritualismo e dalle formalità dogmatiche: un monito non troppo velato a un certo tipo di Chiesa stanca, secolarizzata e corrotta, capace di mantenere solo un presidio per convenienza e senza una precisa volontà di rinnovamento. Lo stesso attuale Papa Francesco — che ha scelto proprio questo nome con il chiaro intento di rinnovare la Chiesa a cominciare dall’interno — ha dovuto ridimensionare il suo iniziale entusiasmo rivoluzionario e tornare nei ranghi.

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Ora sesta

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Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.

Feriale

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La parte più vera è quella feriale
nascosti angoli d’autunno
alla vista di traffici umani

dopo i facili uragani d’agosto
lontano da movimenti congiunti
sono senza testimoni le gite raminghe.

(ph M.Nigro©2021)

Old water

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Raccogli segni fossili
di quando c’era il mare
dove ora parli ai monti,

non toglierli da lì, dal loro attimo
non pensare che siano morti,
torneranno le antiche acque
per umani errori da punire

riprenderanno a muoversi
agitando code e valve
padroni in città sommerse
scendendo da liquide alture.

Lamentazione per il Signor Ics

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Dove sono le doloranti fila in posa
davanti ai feretri del gramo poeta
e dei filosofi noiosi le camere
ardenti di idee non morte
in libri ignorati da masse
bisognose di carezze kitsch
e paillettes tra piatti da lavare e sogni
infranti come lampadine sotto stivali,

– catodico è il facile consenso
già masticato da trucco e parrucco,
predigerito è questo nostro amore
che batte il tempo
alla canzone del momento –

dove il cordoglio fatto marea di fiori
per le non principesse sfortunate
e i non re di imperi a buon mercato.
Quando la veglia funebre
per l’impopolare signor ics
e lo stonato portinaio dei nostri averi,

– ore e ore sotto il sole ignorante
per un selfie col morto,
lo chiamano omaggio (ma a sé stessi!),
lo scrittore mondano va in tv
perché ha capito il congegno
e vuol essere amato come una soubrette –

nella chiesa dei non artisti
a quando l’affollata messa
per chi del proprio giorno ormai finito
ne ha fatto un’arte di sopravvivenza?

versione pdf: Lamentazione per il Signor Ics

Come in cielo così in terra

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Quanta storia hai vissuto
fronduto testimone immobile,
in te l’impermanenza di foglie
e volatili animule tra nidi
come speranze di passaggio.

E poi il nulla apparente
gli autunni dell’uomo,
nel profondo scavano
silenziose volontà
le radici di sotterranei cieli.

(ph M.Nigro©2021)