Le ostriche di Johannesburg

(tratto dalla raccolta di racconti “Esperimenti”)

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“… Nessuno si preoccupava più del vertice saltato, perché tanto tra sei mesi ne avrebbero fatto un altro nel Burkina Faso dal titolo: “Le proteine digeribili nell’Africa del Nuovo Millennio: prospettive e speranze per un mondo migliore”.

Mentre il Presidente di turno dell’ U.P.S.P. succhiava senza tregua la polpa delle ostriche dal loro involucro grossolano aiutandosi con un cucchiaino d’argento, sentì qualcosa di duro e liscio sotto i denti e fece appena in tempo a sputare fuori il corpo estraneo che altrimenti avrebbe ingoiato insieme al premiato mollusco. Si trattava di una perla. Sul mercato dei gioielli avrebbe fruttato un bel po’ e la rarità della scoperta (i cuochi sono molto attenti a certe preziose sorprese mentre cucinano) causò interessi e ipocrite pacche sulla spalla da parte di chi aveva solo gustato la polpa senza la fortuna di masticare perle. I bottoni delle camicie erano messi a dura prova e i tailleur delle signore puzzavano di frittura…”

N I G R I C A N T E

“Signor Presidente…! Fuori piove a dirotto e la città a quest’ora sarà piena di poveracci che vagano alla ricerca di un posto asciutto in cui ripararsi, dal momento che le loro bidonville avranno già imbarcato acqua e altre cose indefinibili…!” – disse il segretario affettato con un tono tra il divertito, pensando alle “cose indefinibili” su cui aveva a stento trattenuto la lingua e il preoccupato, pensando al doppiopetto del Presidente, firmato Ermenegildo Zegna. Il costoso abito non avrebbe reagito bene all’acqua piovana se per caso il Presidente, colto da un raptus di solidarietà popolare, avesse deciso di camminare a piedi tra le strade di Johannesburg fino al quasi vicino centro congressi in cui si teneva il “raduno” internazionale dell’Unione Presidenti Solidali e Preoccupati (sigla U.P.S.P. – che sembra più un richiamo usato da vecchi sporcaccioni quando vogliono attirare l’attenzione di giovani ragazze sugli autobus o all’uscita delle scuole!…

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“La pioggia nel pineto” di G. d’Annunzio, letta da Barbalbero

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E se la famosa poesia di Gabriele d’Annunzio intitolata “La pioggia nel pineto” fosse letta da Barbalbero?

Barbalbero (o Fangorn) – caratterizzato da una voce bassa e profonda e da una parlata lentissima, a sottolineare l’ampia disponibilità di tempo di un essere millenario – è un personaggio di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J. R. R. Tolkien e compare solo nel romanzo “Il Signore degli Anelli”.

Lettura – rallentata con il programma Audacity – a cura di Michele Nigro.

“Storia naturale del nerd”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Storia naturale del nerd” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Poesia e comicità

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Poesia e comicità hanno (almeno) due aspetti in comune: le pause e il non detto. La pausa in poesia può essere realizzata con vari strumenti testuali e visivi, oltre che con la più scontata punteggiatura; il comico (quello autentico, non necessariamente volgare, che non usa tante parole per stupire e strappare una risata artificiosa) utilizza le pause per dare il tempo a chi ascolta di realizzare nella propria mente la fine della battuta (o l’immagine di questa), innescando la risata.
L’altro aspetto è il “non detto”: per il comico corrisponde a ciò che ha lasciato sottintendere grazie alla pausa; per il poeta è l’indicibile insito nel poetare, anche quando questo è lineare, prosaico: ma è un indicibile che viene comunque “detto”, in un altro modo, sfruttando frequenze non esplicite. Non è un sottinteso che ammicca a una conseguenza logica, che cerca un risultato tangibile sul volto dello spettatore, ma è un dire altro, un dire che non fa ridere nell’immediato ma porta lontano, a volte non soddisfa e non sazia, non innesca quella risata derivante dal gioco alchemico esistente tra la “principale” e la “subordinata” della battuta comica. La vera comicità, come la vera poesia, fa breccia grazie alle sfumature, ai gesti quasi impercettibili, ai velati rimandi, e non allo “spiegato”, all’esplicito, anche se i due linguaggi – quello comico e quello poetico – sono totalmente differenti, lontani, apparentemente inconciliabili. Il poeta non si preoccupa di “farsi capire” dal lettore, pur essendo comprensibile, così come il comico non dovrebbe tirare fuori la risata allo spettatore con delle forzature, dei facili trucchetti per provocare un’ilarità/fiammata che fa molta luce ma dura poco: il tempo di giungere a casa e la battuta che ci ha fatto ridere a crepapelle in teatro, ripensandola, non ci fa più ridere, è andata a finire già nel dimenticatoio, nel cimitero delle stupidaggini. La parola è importante, ma non è poi così importante, anche se è quella che alla fine vediamo stampata nel libro di poesie o nel copione del comico: intorno a essa giocano una partita fondamentale la musicalità, l’immaginazione provocata dal verso, il tono che il componimento ha nell’insieme o i cambi di tono a seconda delle varie fasi di cui è composta una poesia (vale anche quando la leggiamo da soli nella nostra mente); e nel caso del comico, la gestualità, persino quella microscopica, la presenza di scena, la mimica facciale, il movimento dell’attore sincronizzato al testo, in poche parole la recitazione che è diversa dagli altri tipi di recitazione. Per entrambe queste arti, la “genialità”: non quella folle, sopravvalutata nei film, abbinata al disordine, ma quella che produce originalità, trasversalità, idee che disarmano.  
 
 
versione pdf: Poesia e comicità
 

Moratoria poetica

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Avete ragione, care amiche e cari amici poeti (o forse dovrei scrivere poet* per essere al passo coi tempi) quando andate dicendo che oggi si pubblica troppo, che ci sono troppe raccolte (quelle degli altri però, non le vostre) di poesia in circolazione… Avete stramaledettamente ragione!
Allora facciamo una cosa onesta, democratica e sincera, una cosa che stesso la vostra giusta lamentela mi suggerisce, ed è la cosa più logica da fare: facciamo una moratoria delle pubblicazioni poetiche per un decennio (limitiamoci “sperimentalmente” al solo ambito poetico), di TUTTE le pubblicazioni poetiche, e torniamo – come credo e mi auguro stiate già facendo similmente al sottoscritto – a leggere esclusivamente i poeti estinti già assurti all’olimpo dei grandissimi verseggiatori, i “classici” per capirci, gli autori affermati e celebrati dalla critica… Meglio se sono morti: quelli vivi sì, sono bravi anche loro (alcuni), ma sono troppo vivi per essere già importanti. Se sono un po’ morti è meglio.
Leggere solo loro e non i coevi: questi ultimi sono da ignorare, più di quanto non lo siano già, ovvero ignorati, da parte di tutti noi. Se abbiamo detto che si pubblica troppo ed è complesso seguire tutti, va ignorato anche il già pubblicato recentemente, non solo ciò che si pubblicherà a breve.
C’è solo un modo per sfuggire al traffico cartaceo dei giorni nostri e alla conseguente (secondo alcuni e a ragione) scarsa qualità imperante causata da una certa (apparente?) disponibilità editoriale a pubblicare tutto e tutti. Il motto è o dovrebbe essere: “Diminuire la quantità per far riaffiorare la qualità” soprattutto quella passata. Ma siete disposti a sacrificare anche le vostre pubblicazioni? Quelle che ritenete (e vorrei vedere il contrario) validissime? Quelle che coccolate come figli, ritenendole necessarie al dibattito letterario e indispensabili per segnare quest’epoca dal punto di vista poetico? Ah no? Non lo siete? Non siete disponibili? Pensate che le vostre opere (e questo in fin dei conti è ciò che pensa ogni autore del proprio prodotto) siano meritevoli di esistenza? Che si debba comunque pubblicare, poi sarà il tempo dell’analisi critica (ma quale e quanto tempo?) a decidere chi sopravvivrà all’oblio? Allora sono solo “gli altri” che pubblicano troppo, non voi? Sono gli altri che con i loro ridicoli volumetti sfornati senza cura generano bailamme intorno al vostro capolavoro…
Ah, ho capito: ora mi è tutto chiaro in maniera cristallina!
 
A me comunque l’idea della moratoria piaceva…
 

Scherzosi viaggi

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Ho dato una botta a Sereni
e un’altra a Toma
per superar odi e veleni
e i mesi in coma.

Non mi solleva Manganelli
o l’ode a Ferlinghetti
ho perso i versi quelli belli
ma spuntano i mughetti.

Dov’è l’onesto Saba
e il viaggiatore Gatto?
Diretti già alla Caba
in compagnia d’un matto.

Montale e il buon Pessoa
insieme a Majakovskij
un giro di canoa
e respiriam nei boschi.

Con Milton e Neruda
non tutto è già perduto
meglio una donna nuda
che un capo ormai canuto.

(ph M.Nigro©2021)

Wrong Poet

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“M’avete preso dal verso sbagliato!” –
disse il poeta che era nel giusto.

The Padre P.I.O. Show, reprised

Perplessità in salsa sci-fi sui santi e beati plastificati, cerificati, reliquizzati…

p.i.o

“… La robotica aveva fatto passi da gigante durante quegli ultimi venti anni e l’immagine del santo con il volto siliconato, che suscitò tanto scalpore nel 2008, stava per essere archiviata definitivamente. Le ricerche riguardanti il cervello positronico avevano dato molte soddisfazioni sul versante della gestione industriale e commerciale: robot capaci di gestire sportelli bancari, o di pilotare petroliere in pieno oceano senza commettere alcun errore, avevano da tempo fatto la loro comparsa sui vari scenari della vita pubblica.

Stavolta si trattava, però, di applicare gli stessi concetti in un campo decisamente più delicato ed emotivamente sensibile: riproporre al pubblico credente il corpo di un santo morto da sessant’anni. L’equipe internazionale di esperti aveva lavorato per più di un anno sui pochi resti del frate, cercando di riprodurre un simulacro umanoide in metallo leggero. Non era tanto importante creare esattamente le fattezze corporee del santo che sarebbero state ricoperte da una muscolatura e un tegumento in gomma compatta e dall’immancabile saio, quanto piuttosto fabbricare delle mani convincenti e soprattutto un volto “realistico”, utilizzando una plastica morbida capace di assecondare i movimenti dei sottostanti meccanismi robotici; congegni precisissimi che avrebbero dovuto interpretare esattamente le espressioni umane, le smorfie, gli stati d’animo del frate. Un’impresa faraonica, se confrontata con la vecchia e sorpassata maschera in silicone.

I tecnici, grazie alla prova a cui stavo per assistere, avrebbero presto saputo se gli sforzi di quei lunghi mesi fossero stati inutili o se potevano finalmente dichiarare aperta una nuova stagione della robotica. Il “santo robot” avrebbe potuto interagire con i fedeli, ascoltarli, toccarli, benedirli, schiaffeggiarli se necessario, coccolarli, sbatacchiarli, incensarli, trastullarli, mandarli fuori a pedate dalla cripta, tirare le orecchie ai bambini, confessarli, ungerli, battezzarli, sposarli, cresimarli proprio come avrebbe fatto il vero frate Pio da Pietrelcina durante gli anni perduti della sua vita carnale.

Si passava così da una venerazione statica a una venerazione dinamica e interattiva: i fedeli, pur sapendo che non si trattava di un vero corpo umano, sarebbero stati felici di illudersi dinanzi al robot. Avrebbero fatto finta di poter recuperare un rapporto mai vissuto con il famoso frate; si sarebbero riscaldati al fuoco confortante delle sue sante parole come bimbi seduti ai piedi di un nonno ecumenico, parole elaborate in tempo reale e senza esitazione dal calcolatore centrale del p.i.o.

Avrebbero, insomma, vissuto una nuova e sofisticata fase di illusione attuata dalla santa madre chiesa, che farebbe di tutto pur di non allentare la presa sull’emotività e sulla fedeltà delle sue pecorelle smarrite.

La spettacolarizzazione della religione stava per raggiungere il suo massimo livello storico, facendo apparire ridicoli tutti gli sforzi architettonici dei secoli passati, tutte le crociate lanciate in nome di Dio, tutta la maestosità del vicario di Cristo fatta di ori e raffinati paramenti…”

Pdf dell’intero racconto*: The Padre P.I.O. Show, reprised

*racconto apparso per la prima volta sul n. 17/18 – 2008 della rivista “Nugae”; in seguito pubblicato anche sul blog “Nigricante”, nella raccolta di racconti “Esperimenti” e nell’antologia “Nostra Signora degli Alieni”.

Da bocca a bocca

Da bocca a bocca
da banco a banco
da Ustica a Ustica
da scuola a scuola
da virologo a virologo
da psichiatra a psichiatra
da capra a capra
da ministra a ministra
da donna a donna
da cuore a cuore
da miliardo a miliardo
da ombrellone a ombrellone
da me a me

qual è la giusta distanza
per evitarmi, non incontrarmi
nei corridoi dell’assurdo
per stare lontano da voi
da questo mondo bizzarro
dai suoi pupari sudati
dai burocrati che fanno sgambetto

da orecchio a orecchio
da occhio a occhio
da mento a mento
da vagina a vagina
da cazzo a cazzo
da uomo a uomo
da pianeta a pianeta

qual è il metro da usare a fine scena
per morire in pace, sotto i raggi di Luna
tra un mojito e uno spritz caldo
tra il mio silenzio e la storia già morta?