Hic et nunc, ieri e altrove

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Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

Sapori passati

BLADE RUNNER 2049

E sembra di ieri
la puntuale sosta al chiostro,
nell’aria calda del golfo
un odore di ginestre vesuviane
intorno ai luoghi natii
gialli vagiti e mamme come te
con culle fresche d’ospedale,
strani biscotti dall’infanzia
bagnati in acque speciali
non più avvolti
nella carta blu dei ricordi
anche se il sapore è lo stesso di
quando eravamo famiglia.

Ogni tanto viaggiare da soli
ricercare le vibrazioni disperse
di quel che siamo stati, l’ombra di noi nel tempo
ascoltare le voci indigene, spiare il via vai
piangere non visti dietro gli occhiali dell’oggi
interrogare i vecchi come se fossero
echi di padri assenti,
osservare la gestualità sul palcoscenico
nella matrice non mediata dal cinema.

La comitiva distrae
con parole inutili e le cose da fare
insieme.
Ogni tanto stare al mondo
da soli.

“The Words” su Iris News

… dunque la scrittura è solo emozione, attimo e non è anche tecnica? Assolutamente no! Ma spetta a noi scegliere se vogliamo vivere un’esistenza tecnicamente perfetta ma piatta, scrivendo tante cose e riempiendo fogli interessanti e insignificanti oppure rispettare noi stessi e assecondare quel caos che ci indica nella tempesta quand’è il momento di fissare su carta quello che veramente conta e in che modo. Siamo disposti a vivere il DOLORE, la sua rivoluzione e rivelazione, per raggiungere quell’attimo di perfezione e di verità nelle parole che scriviamo? Dice “il vecchio” (Jeremy Irons) nel film, come pronunciando una maledizione: «… pensi che non ci sia un prezzo da pagare? Sono parole nate dalla gioia e dal dolore: se rubi quelle parole, prendi anche il dolore!»

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Non c’è più tempo

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Non abbiamo tempo

da perdere

o da cercare, trovare

e poi riperdere,

abbiamo bisogno ora

di persone facili, decifrate in partenza

dall’esperienza del dolore

da non attendere in vie alberate

sotto finestre illuminate non per noi

ululando futuri nati morti

alle fermate di tram desiderati e persi

o sezionare a crudo su

tavoli crudeli di tempo anatomico

perché non c’è più

tempo come il tempo che sta in cielo

infinito e incosciente, fatto di pioggia

e venti caldi, fulmini e saette.

Abbiamo bisogno – ora! –

di porte aperte, socchiuse a invitarci

o già sfondate

da rabbiosi calci di decenni

a perdere tempo

e a lasciarsi andare lungo

la corrente immemore

di autunnali fatalità.

Queste parole sono la mia terra

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Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me.

(“This Land Is Your Land”, Woody Guthrie)

 

Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’intervista, all’indomani della pubblicazione della mia raccolta “Nessuno nasce pulito”, adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Quasi una pacifica (e ossimorica) dichiarazione di guerra a un territorio invisibile, popolato da lettori e critici invisibili, presenti o futuri, vicini o lontani, non importava. Una dichiarazione preventiva, pur in assenza di detrattori ufficiali, ma necessaria, programmatica, un manifesto assertivo valido per tutti i tempi, scritto più per me stesso che per gli altri.

In seguito, leggendo finalmente “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, ho, in più punti del celebre epistolario, individuato stralci di saggezza e benevoli consigli paterni (e mai paternalistici) indirizzati a Franz Xaver Kappus, che riprendevano in maniera decisamente più esaustiva la mia acerba dichiarazione di assertività.

Il frenetico bisogno di consenso che emerge agli esordi, l’inutile necessità di combattere i detrattori (solo dopo si comprende che è inutile e distraente), l’energia mentale, che dovrebbe essere impiegata sapientemente in una privata ricerca poetica, sprecata in tediose ed esasperanti battaglie sociali (o social, visti i tempi e le mode comunicative): tutti questi fattori di tensione rappresentano veri e propri veleni per l’anima. Oltre che un’irreparabile perdita di tempo.

Scrive Rilke: <<Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico…>> soprattutto se questa, come dirà in seguito, <<nasce da necessità>>. L’urgenza meditata, e non il dilettante autocompiacimento rilassato o lo sfogo amoristico, imprime quasi sempre bontà nell’opera: questo accade perché nell’urgenza, spesso dignitosamente dolorosa o comunque non vissuta con piglio hobbistico ma con un responsabile impegno verso se stesso e il mondo, il poeta è più vero, trasparente, naturale come il suo dolore (o la sua gioia), il suo linguaggio è più asciutto ma mai freddo e sterile, e non inquinato da tecnicismi accademici o razionali barocchismi per stupire, il suo pensiero è destrutturato, diretto, efficace, lontano da scuole o manifesti letterari ufficiali.

E ancora, ribadendo l’elogio dell’inutilità degli altri nella critica poetica: <<… Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato [l’infanzia, ndb]; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita…>>

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Un’intervista per “Cinque Colonne”

Ringraziando Giorgio Moio per le domande e per questa opportunità, propongo un breve stralcio dell’intervista per il magazine “Cinque Colonne”

<<A questo punto parlaci della tua poetica, di come lavori. Qual è il tuo intento?

Come dico sempre: non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Almeno in una prima fase: poi, è chiaro, si ritorna sui propri versi utilizzando gli strumenti della ragione, ma ormai la struttura di base è già stata posta. Non “decido”, per intenderci, l’utilizzo di un enjambement in un dato momento. Il ritmo interiore detta, e io scrivo; le elaborazioni scientifiche del verso le lascio ai professori della metrica. Il mio intento è quello di essere una semplice antenna…>>

Per leggere l’intera intervista, clicca qui!

“Il sorriso di Noodles” su AgoraVox


E come Noodles alla fine del film “C’era una volta in America”, anche noi, a conclusione di un anno, non possiamo fare altro che sfoggiare il classico sorriso inebriato alla “nonostante tutto”, consapevoli che si tratta di un sorriso artificiale ottenuto con “l’aiutino”, stupefatto, inebetito, chimico, nel nostro caso alcolico visti i menù delle feste, di un disincantato sorriso d’ufficio tanto per tirare a campare, illudendoci di aver vinto per il solo fatto di essere ancora vivi. E per molti il traguardo è quello, non di essere “vivi di qualità”. Perché, proprio come per Noodles, ci sono momenti assurdi nella vita in cui il sorriso non può che essere strappato fuori in questo modo, dal sogno, dal fumo che stordisce: le naturali, e reali, vie della felicità non funzionano, anzi non esistono, essendo la felicità un miraggio inventato dal marketing e da alcuni filosofi idealisti. Perché solo l’ironia che tutto mescola può salvarci, insieme al jazz e a un buon whisky; e se la vita è ironica, perché non dovremmo esserlo anche noi?

Il mio pensiero di fine anno intitolato “Il sorriso di Noodles” è stato pubblicato su AgoraVox Italia; per leggerlo: qui!

Lapide

Lapide in Villa Borghese

benedetta da Esculapio dio

di mali incurabili,

piccolo altare per

sacrifici proibiti,

tu che fosti testimone

di sguardi clandestini

e labbra

ebbre di dolci morsi,

cosa sei ora

se non fredda pietra

bagnata da lacrime

di pioggia e ricordi?

Eppure gli alberi

intorno al silenzio

della realtà ritornata

sono gli stessi

dei discorsi speranzosi

nati già infetti

da un destino crudele.

L’erba e le ghiande

abbandonate a marcire

verso altre primavere

sono forse le briciole

delle carezze di ieri

che preparavano a 

nuovi incontri?

Riciclo dell’amore

immortale

per fede caparbia

in una vita bizzarra,

fino all’ultimo

respiro del mondo

e di noi.

(ph M. Nigro)