
Avanzano, non per vergogna
rossori autunnali di boschi spenti
e gialli d’ottobre a segnare
la vita in ritirata,
raggi d’alba infilzano
coltri di nebbie mattutine
sul cuore in ripresa
dopo notti d’inganno,
il peso, eredità del giorno prima
le notizie crudeli
mentre celebri il nome,
risale alla gola il “Che peccato!”
di una vegliarda morente
lungo sponde di futuro.
Non c’è unguento miracoloso
né luce per pagare il conto,
solo parole archiviate
private lacrime fatte di vino
a frantumare gli amati silenzi
a rendere eterno l’ormai condannato
a dirci contenti per un giorno
nel gorgo danzante di una fine prevista.
♦
