Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

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Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

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Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

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Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

Morti davvero

Non troverete titoli d’oro sui dorsi colorati
dei libri ereditati, costretti a leggerli tutti
per capire il punto esatto in cui compaio
sulla scena, assetato di salvifiche parole

se non materia postuma di roghi familiari
dopo lustri indifferenti e alibi illetterati,
è lì che un mio riassunto da decifrare
tra le righe lette e le impressioni a matita
ancora tremerà per farsi notare
dall’occhio che scava per amore in ritardo
per espiare la cecità di quando si è vivi,

no, non perdonerò il vostro scivolarmi accanto
come acque annoiate intorno a gocce d’olio,
ma non sarò da compiangere tra ceneri e ossa
pezzi di marmo e fiori putrescenti

quelle sono cose dei morti,
morti davvero.

(immagine: Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850 ca.)

Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

versione pdf: Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

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C’è un prima e un dopo

Appare chiaro un prima e un dopo
di te, fossato di senso tra epoche
ogni cosa testimonia il duro passaggio
il sapore che ancora oggi hanno gli eventi
al tuo semplice esserci stata, faro silente.

Rimasugli d’anni ottanta
trafiggono dolci le afose solitudini,
un walkman appeso alla cintura del tempo
una canzone sempreverde,
il giovane volto di chi la cantò
è già annegato tra onde di memoria.

Ma restami accanto nell’ora buia!
come in quella luminosa e in ritardo,
c’è un prima e un dopo, un divario
insolubile e crudele che sa di morte e speranza

sono un naufrago nel presente
e tu faro eterno, seme che morendo
indica la strada giusta al crocicchio
di restanti giorni.

Già pubblicata QUI!

“Limelight” – The Alan Parsons Project

Riflessioni da sterrato

Braccia al cielo e gambe piantate in terra
non ricordo più il perché del nostro distacco
ma ho in mente le geometrie casalinghe
le cucine materne, incerate su cui fare compiti

mi dissocio da battaglie mondiali
sono troppo occupato a risorgere
ho un programma da onorare,
vorrei pregare ma mi distrae
la trasparenza di donne in chiese di luce

braccia lievi al cielo, gambe doloranti sulla strada
l’estate semplice è presto detta
mi inebria il peso di vite passate, ne farò poesia?
ho bisogno di lente riflessioni da sterrato
peripatetico sull’imbrunire penso al da farsi,

ho un programma da soggiogare al tempo
folto è l’elenco delle cose mancanti, ma
posseggo braccia svampite e gambe concrete.

(ph M.Nigro©2025; titolo: “Lo sterrato”)

La verità è semplice come una volpe di notte

Ho visto una volpe sotto casa l’altra notte
ormai si spingono spavalde tra gli umani,
ho visto una volpe annusare il cibo lasciato per i gatti
l’ho vista per caso aprendo la finestra insonne dell’uomo libero.

Ho visto una volpe da sola l’altra notte sotto casa
cercava come me l’inizio della storia degli estinti
il senso dell’esserci tra partenze e arrivi
la morte che ha ridato dignità alla vita
il ricordo da cui cominciare il racconto
il bandolo della matassa esistenziale,
confusa girava tentando il filo giusto da seguire,

non ne avevo mai vista una sotto casa prima dell’altra notte
eppure mi dicono che vengono qui spesso,
ero io distratto a guardare le stelle lassù in cieli notturni e quieti
mentre la verità passa sotto un lampione e ha la forma di una volpe.

“La volpe” – Ivano Fossati

Nota a “Scrigno” di Rosaria Di Donato

Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.

Michele Nigro 

Un evocare da campane

Un evocare da campane serali
tra dormiveglia di turni in strada
allontana il presente che sa come graziare
i condannati da neri pronostici,

un evocare da campane, dolci
pugnali alle spalle, riporta esistenze materne
lasciate indietro per il troppo da farsi,
avremmo dovuto fissare in ambra di tempo
ricordi ordinati e aneddoti ormai persi,

avremmo voluto leggere con una fame diversa
i nostri salvifici libri che attendono più avidi occhi,
le fughe dal reale scritte da penne estinte
conforto alla vita,
sbandati e ignari giriamo in tondo
su mondi piatti e analfabeti
paludati nell’oggi profanato.

Ruberemo pagine clandestine
per sopravvivere all’esistenza
malgrado la regnante follia
alla vigilia di guerre, segreti
riarmi preventivi fatti di carta
testi sacri a perdonarci per gli anni di pace
mentre grandi manovre di sovrani
escludono ritorni a domini di poesia.

Un evocare da campane in provincia
per non somigliare al mondo,
impiegheremo ferie dal quotidiano
per tentare di comporre versi umani,
per essere spie mute tra gente parlante
lasciando sfuggire pomeridiane beltà
aggredite dal tempo.

Peripatetico

Calde sono ancora agli occhi viaggiatori
le eterne mura di Gerusalemme
e le note illuminate nei concerti rock,
quando forte ci sbatteva la follia dell’abbandono
su treni notturni di fortuna.
Ora che le ultime luci dei tramonti a lavoro
riportano memorie peripatetiche
a dimora tra ronde di quiete selvaggia,
non resta che il ricordo di glorie inconsapevoli
in qualche verso educato alla pazienza.

Forse torneranno a illuderci di nuovo
le fughe d’estate, gli entusiasmi a ogni ora
per partenze amorali, vivendo di rendita,
ci riavranno in pugno i miraggi
per il gusto di domani indefiniti,

lasceremo che le correnti dell’ultima avventura
riconducano alle origini del tempo
quel che sopravvive del sogno.

Terre rare

Sanno di madre e di anni archiviati
aneddoti sconfitti dall’oblio
biblioteche perdute, andate
in un dolce fumo per sempre nel tempo.

Uomo, per cosa stai vivendo?
I tuoi passi nel vuoto dell’oggi
senza strada di senso a tenerli uniti
speranzosi per piccole gioie,
navigazione a vista
tra sprazzi di antiche foto
assediate dal nulla di facili parole
e imbarazzanti foschie di battaglie.

È nel ricordo ereditato
nei nomi segnati a fortuna
su alberi di carte familiari,
in questo scrigno povero di casa
che dimorano come esseri viventi le terre
dell’anima, per futuri incerti
annebbiati di presente

quelle più rare
che sono già tue,
senza guerre d’uomini.

(ph M.Nigro©2025; titolo: Semaforo rosso all’alba nelle terre rare)

versione pdf: “Terre rare”

Nota a “Paesaggio” di Dino Villatico

C’è qualche “poeta” contemporaneo che, per vendere una copia in più o per farsi applaudire durante (e dopo) i funerali di giovani autori in qualità di pubblico portatore (per auto-investitura) della fiaccola balsamica della buona parola che rincuora, ha fatto da tempo la scelta furba di una “poesia consolatoria”, farmaceutica, a mo’ di unguento per le scottature dell’esistenza. Questi “poeti” li lasciamo nel loro brodo di coltura!

Non è certamente uno di questi “fenomeni” il poeta romano Dino Villatico (classe 1941), che nella breve ma intensa silloge intitolata “Paesaggio” (Edizioni del Mediterraneo, 2020) esordisce scrivendo che “La vita che ci assedia si conclude / nel buio di un terrifico silenzio…”. No, non si tratta di una poetica finalizzata a terrorizzare il lettore ritornando su un tema – quello della morte – apparentemente inflazionato in quanto esaminato nei secoli da tutte le forme d’arte, ma è una parola dedita a una verità “escatologica” che libera dalle catene illusorie di sopravvivenze eterne: prima facciamo nostro questo destino che trova pieno compimento nell’oblio, più dolce sarà la pace interiore che conquisteremo prima della fine (“E tutto il resto che ci accade è come / se non ci fosse mai accaduto”). Sciocco è quello scrittore che tramite le sue opere cerca l’eternità; in realtà il vero obiettivo del cammino terreno dovrebbe essere l’accettazione dell’oblio che ci attende, la diluizione delle nostre azioni fisiche e mentali nel calderone ironico e rasserenante della dimenticanza. E così sarà, ci ricorda Villatico.

La morte in sé non è un male: è un fatto naturale che riaccade da quando esiste la vita, la controparte che ci illude e ci lega alle certezze materiali, la vita che ci vizia attraverso i sensi. In un primo momento non ci si rassegna “al perpetuo silenzio d’ogni voce”; vorremmo capitalizzare in eterno i pensieri elaborati, le deliziose letture che ci hanno accompagnato, le persone amate con cui abbiamo condiviso il nostro cammino, e invece tutto “si estingue in una cecità forzata”.

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Nota a “Padre Nostro” di Massimo Ridolfi

Raccomanda Rainer Maria Rilke in Per scrivere poesia (da I quaderni di Malte Laurids Brigge): “… Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate.” Se per alcuni potrebbe risultare inappropriato fissare su carta la cronistoria sotto forma di poesia di un’agonia e dell’assenza imminente di un proprio caro, per un poeta è atto naturale, è sperimentazione sulla propria pelle di quel che un poeta normalmente fa nel quotidiano: prima assorbe e in seguito traduce in versi la realtà, tutta, non solo quella riguardante gli altri  – comodamente a distanza – ma partendo dal proprio dolore, dalle perdite più intime, dagli abissi che la vita ci mostra in casa, dai deserti che avanzano intorno a noi.

In Padre Nostro (ed. Letterature Indipendenti, collana “In questa Semi Eternità”, 2020), il poeta teramano Massimo Ridolfi, soprattutto nelle sezioni Lettere a mia madre, Lettere per un ascolto e Lettere agli amici, fornisce un esempio vivo di cosa significa distillare un dolore privato in versi pubblici, tradurre in una poesia diretta e comprensibilissima una perdita che colpisce l’intimità e la storia personale di chi scrive: perché la poesia del dolore non è sfogo casalingo ma si collega alla politica, alla storia del mondo, all’attualità, alla società e alla critica sociale; i canali sensoriali spalancati dalla tragedia riescono a vedere sfumature inedite, e a denunciarle, tra le pieghe dell’ovvio, di ciò che in altri momenti è considerato scontato.

No, il poeta non si isola nel suo dolore ma sfrutta il dolore per darsi al mondo, per risorgere a vita pubblica, come dichiara nel sottotitolo della raccolta, pur partendo da una condizione di naturale solitudine: nessuno può aiutarci a portare e a sopportare una perdita; ci si indigna e si leva un grido di protesta per una società ingiusta e prigioniera della burocrazia, si riesce persino a ironizzare sulle cosiddette istituzioni e su uno stato assente, ma alla fine ogni uomo sa – il poeta in modo particolare – che deve salvarsi da solo e lottare – rifiutando ogni compromesso – contro nuove dittature e vecchi meccanismi incancreniti. Contro il potere ipocrita e che nasconde verità, il poeta contrappone le sue verità, quelle genuine e quotidiane, che nascono da sentimenti su cui è impossibile barare, ma “se volete sentir parlare / di verzure e di viole / dovete rivolgervi altrove”. Certo, la poesia è preghiera, anche quando potrebbe sembrare bestemmia o ribellione verso un dio che non aiuta; alla fine ci si aggrappa alle cose concrete, alle persone che ci sono, agli affetti che puoi vedere e toccare. La poesia come dichiarazione di un’antimetafisica urgente e necessaria; solo la parola può cristallizzare e forse nel tempo calmierare le crude verità di un dolore che sovrasta: prendere appunti mentre muore una madre non è dissacrazione della morte, anzi è sacralizzazione di quel fenomeno (riaprire e rileggere quelle pagine di diario estremo sarà ulteriore atto di coraggio necessario alla resurrezione); per chi ama la carnalità dell’esistenza, la morte, e ciò che la precede, è un insulto alla dignità della persona: la poesia ristabilisce l’ordine, fissa la tragicità del momento in versi che non osano abbellire l’attimo ma semplicemente sublimarlo, ricordarlo per onorarlo in eterno. Diventare cronisti di chi non può più esprimersi. La morte di un proprio caro risveglia da certi sopori; non può esserci primavera e quindi rinascita senza una morte aggiuntiva, la propria, quella dell’anima del poeta che assiste: il dolore smuove energie insospettate, dà il via a processi inimmaginabili e drammaticamente meravigliosi; il segreto è lasciar fare, vivere la trasformazione senza opporsi, ridarsi alla vita quando esistenza e dolore trovano un compromesso, un equilibrio.

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Totale dedizione

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Lontana nel tempo e nello spazio
è la totale dedizione
a quell’amore cuscinetto
tra le vite di ieri, sfiorato

ne colgo ancora i bagliori
in gloriose biografie,
come lampi di sole nei miei occhi
riflesso da un comignolo girevole.

~

(ph M.Nigro©2024)

Giacevi così mi parve…

La casa del custode
con la sua luce tenue
da una vita privata
veglia ancora oggi
su quello che fummo,
in epoche che sembravano
clementi come un ultimo giorno
di scuola e di speranze.

Hai avuto la tua occasione
esanime dalle zampe verdi
che giaci sulla banchina
della mia partenza a tratti,
in attesa dell’aruspice passante
per leggere in te
ardui futuri da sovvertire.

Tentenni ancora
nei pressi della stazione,
non hai dimenticato
quella possibilità di andare.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)

(immagine: quadro di Renato Guttuso, Sera a Velate – 1980)

“Voglio un piano quinquennale, la stabilità.”

Cambiano i colori, le forme di sempre
nuove scale di grigi nell’aria tersa della fine
tutto è più chiaro di ritorno dall’inferno,

chissà se riconoscerà la strada di casa
anche la parola persa nel trasloco
dalla vita di ieri alla dimora della speranza,
se saprai portare il peso delle vite sfiorate
dei viaggi iniziati a caso
delle ore occupate per miracolo
dei personaggi indossati
delle fughe sui traguardi laureati
delle esistenze provate in camerino
ma senza andare in scena,
se il loro ricordo non premerà troppo forte
sull’osso dell’espiazione.

Un altro autunno dirà messa
sull’altare dei trascorsi equinozi,
cambiano i nomi dei tuoi mille lavori
e i volti dei passanti senza traccia,

ti stupisce ancora sull’orlo della notte
la consumata trama degli anni dispersi,
sai già che molti di quelli che sei stato
le loro insperate parole a matita
non faranno ritorno al richiamo del tramonto.

(1) il titolo di questo componimento è stato consapevolmente “preso in prestito” dal testo del brano “Live in Pankow” dei “CCCP-fedeli alla linea”.

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