I colombi di Occam

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I detrattori come i colombi
hanno una psiche semplice,
inutile e dispendiosa è la costruzione
di barriere tra stati, muri e reti elettrificate.

Occupare gli spazi – direbbe Occam
è la soluzione più naturale
– la ricerca della sintesi
e della via corta -,
occuparsi del proprio cammino
restare sul pezzo presente
dell’esistente
coltivare obiettivi come se fossero
orchidee rare,

trovando occupato
e il vostro sguardo rivolto altrove
nidificheranno lì dove il vuoto pensiero è
in astinenza da consensi e folle di chiunque.
Coveranno uova nate marce nei liberi anfratti
di chi non ha ancora imparato a stare
solo.

“Sokushinbutsu Project”, di Massimo Mascheroni ed Enrico Ponzoni

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Se non avete idea di come i suoni “scomodi” e catarticamente disturbanti dell’industrial noise possano convivere con la descrizione musicale di un rituale religioso buddista, allora non vi resta che ascoltare le quattro tracce – ognuna con una propria “personalità” -, lasciandovi trasportare da esse in dimensioni altre, che compongono il “Sokushinbutsu Project” (Industrial Ölocaust Recordings, 2021) di Massimo Mascheroni (ODRZ) ed Enrico Ponzoni. Sokushinbutsu significa letteralmente “Buddha nel suo stesso corpo” e si riferisce a un antico rituale praticato fin dal 1100 da alcuni monaci buddisti giapponesi. Le quattro tracks conducono l’ascoltatore dalle dolorose e impegnative fasi preliminari con cui il monaco buddista, l’asceta, si prepara mentalmente e fisicamente, fino al processo finale di morte e di auto-mummificazione: un modo, originale e lontano dalla nostra mentalità edonistica, per contrastare l’entropia e il naturale disfacimento post-mortem del corpo. Se il processo riesce, il corpo resta intatto dopo la morte e la mummia, profumata dagli altri monaci e rivestita con paramenti sacri, può essere così esposta in un tabernacolo e ricevere la visita dei fedeli. Il monaco che si sottopone con successo a questo rituale è un sokushinbutsu, ovvero un Enlightened, un Illuminato: un vero asceta capace di dimostrare la completa padronanza della mente sul corpo, anche al di là della morte. Una pratica inconcepibile per noi occidentali che andiamo in crisi dopo pochi giorni di lockdown e ignoriamo da tempo il concetto di autodisciplina e di distacco dal corpo. Auto-mummificarsi per “salvarsi”, per “morire in maniera alternativa”, per conservarsi negli anni e proiettarsi verso un futuro in cui essere “diversamente vivi”.

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Studio 71

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Ci si affeziona alle spire del gorgo
diventano casa accogliente
la lenta decadenza dell’intorno
l’acqua inizialmente fredda per la rana in pentola
il cauto passo immobile che non rischia
le passanti lasciate passare, con buona pace di Brassens

sono ormai perse nel tempo
le mille versioni di note
non trasmesse al pianeta,
la disco music mai ascoltata in Italia
rimasta impigliata tra le strade della New York dei ’70,
le estinte band di generi contaminati
vecchi vinili impolverati
microfoni nostalgici di glorie analogiche

cercando di peccare d’onnipresenza
scivolate addosso come cicliche occasioni

ma crudele è l’oceano che divide i timpani dai suoni
del mondo,
attendevano che le andassimo a raccogliere
dal vivo, noi
schiavi di mode masticate da altri
pigri sonori di borborigmi postprandiali.

“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)

Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.

Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.

La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.

E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.

Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

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Come in cielo così in terra

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Quanta storia hai vissuto
fronduto testimone immobile,
in te l’impermanenza di foglie
e volatili animule tra nidi
come speranze di passaggio.

E poi il nulla apparente
gli autunni dell’uomo,
nel profondo scavano
silenziose volontà
le radici di sotterranei cieli.

(ph M.Nigro©2021)

Carpere diem

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Se l’obbedienza è dignità, fortezza
La libertà una forma di disciplina”
All’inizio non ci volevo credere quando gli “esperti” in tv e sulla carta stampata annunciavano, in tempi non sospetti, prima ancora dell’inizio della “liberazione vaccinale” realizzata in queste settimane e che sembra avanzare spedita verso un “risorgimento immunitario”, che il post-covid sarebbe stato caratterizzato a livello psicologico da una sorta di “limbo decisionale”: della serie, anche quando saremo quasi tutti vaccinati e avremo, forse, raggiunto la tanto leggendaria immunità di gregge, vivremo un periodo di “auto-lockdown” nonostante i cancelli delle gabbie aperti da un bel po’. Saremo come quei cani che abbaiano da dietro il cancello fino a quando però il cancello è chiuso; una volta spalancato, con tutta la libertà di mordere sbattuta in faccia, si diventa buoni, mansueti, diplomatici: si pianifica con calma il morso da dare. Tanto c’è tempo. Sarà l’espressione di un “gene inibitorio” rimpolpato dalla clausura, nutrito a pizza e streaming. La “glocal culture”, che a me piace, sarà la sua giustificazione filosofica: un riscoperto “localismo” per non allontanarsi troppo da casa, così come quando si sceglie il lato del letto matrimoniale più vicino al bagno, in caso di urgenze fisiologiche.
Sicuramente non sarà così per tutti, molti stanno pronti e scattanti sulla linea di partenza da mesi e quando il mossiere sparerà il colpo non si faranno pregare due volte prima di ritornare in pista a 100 all’ora.
Per alcuni ci sarà un attimo di indecisione prima di lanciarsi col paracadute nei cieli liberi del “dove si va?”; sarà l’improvviso eccesso di zona bianca che, abbagliandoci, ci travolgerà e che all’inizio sembrerà ingestibile, abituati al buio della quarantena che protegge e delle regioni colorate che intralciano la carriera del virus.
E le notizie di mezzi di trasporto mal gestiti e che addirittura uccidono, certamente non aiutano il ri-lancio; nei ritorni alla normalità di movimento – dopo mesi di immobilismo – molti cercheranno con rabbia e avidità di arraffare tutto il guadagno non fatto, “arronzeranno” sulla manutenzione e sulla qualità di un turismo che ha bisogno sì di ripartire ma di riprendere quota rispettando la qualità (e la sicurezza). L’immoralità di pochi si ripercuoterà sulla ripresa di tutti (e sulla vita di alcuni).
Ma neanche queste tristi notizie, per fortuna nostra e degli operatori, ci bloccheranno a terra: ripartiremo prendendo tutti i mezzi di trasporto che l’invenzione umana ha messo a disposizione per la gloria della specie e non per la sua morte, con la voglia di esplorare, e sarà bellissimo.
C’inventeremo mille pigrizie per non ripartire ma alla fine, come accade da millenni dopo una batosta, ripartiremo. Torneremo a gustare il senso del carpe diem, dell’occasione da non perdere, da agguantare perché il tempo fugge.
E allora carpelo, carpelo santiddio, sto cazzo di diem!

Anima legume

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Le donne vanno giù di rosario
dalle finestre della chiesa spiragli
di un infinito un po’ barocco
che tiene compagnia ai vegliardi
prima dell’ora fatale e della sera.

Ed io che vorrei uno scuro baccello
tutto mio quando la vita incalza
e la luce senza chiedere trafigge
gli intenti, solo pensati su carte
trascurate come figli non voluti.

(ph M.Nigro©2021)

Le idee sono finite

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Passeggiando nell’imbuto delle soluzioni
si restringe giorno dopo giorno
lo spazio d’azione.

Panchine fredde sotto la luna
e tavoli felici dall’altra parte del vetro,
i quartieri periferici del sabato
tentano esperimenti di ripresa sull’umanità.

Tra rigurgiti di passato
s’insinuano, esibite con un finto orgoglio
le capitali solitarie dei viaggi per dimenticare.
Tempeste cerebrali in cerca di finali romanzati
agitano i chupito notturni dei capitoli già scritti,
mentre latita dall’orizzonte degli eventi reali
un meritato spiraglio sulla semplicità.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“Losing my religion”, R.E.M.

Lamento degli amnesici mascherati

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Siamo stati forgiati nella fucina della solitudine,
non chiediamo aiuto mentre affoghiamo
non emettiamo suono alcuno
perché preferiamo il silenzio anche in punto di morte.

Senza chiedere l’elemosina del consenso
maciniamo chilometri dolenti
tra gli inciampi del buongiorno
e gli inganni della sera,
coltiviamo amori insonni
come lucciole per un domani dei sensi.
Ma è il confine della vita persa e dei colori cangianti
a sembrare invalicabile
nel via libera a singhiozzo dei prudenti.

La vita originale è perduta ormai,
non ricordiamo più il volto della città consueta
le priorità naturali dell’esistere,
spacciamo per grasse libertà
quel che resta del nulla decantato
sul fondo dell’abitudine.
È una sirena non di mare
questa musica nuova e stridente
che sfreccia tra i nostri sabati.
Non ricordiamo più
la via della facile speranza
quando la donavano a grappoli
agli angoli delle strade di ieri.

È strana quest’atmosfera
di finta salvezza sul finale
di battaglie private intrecciate a telegiornali
di catastrofe pulita, inodore
e di morti non visti, né toccati.

Malediciamo i colpi della vita
ma con l’altra metà del cuore
li benediciamo come maestri, alla fine,
da accogliere con il sorriso rassegnato
sull’uscio della disperazione fatta casa.

I passi solitari nella città mascherata
verso mete non desiderate
e i bocconi di fiele ingoiati a comando
con l’abitudine scandalosa del prigioniero
che chiama ‘mondo’ i suoi metri quadrati
nel corso degli anni condannati,
saranno le assurde nostalgie
del futuro, in tempi di insperata serenità:
è incredibile come l’essere umano
si affezioni ai travagli dell’esistere
e ai muti maltrattamenti del quotidiano.
Non siamo cronaca, ma solo crocifissi senza sangue
dispersi tra la folla del solito,
siamo le bianche vittime
delle silenti frustate della vita.

Risponderemo colpo su colpo
con la mente e il coraggio del cuore
finché ce la faremo,
siamo organizzati nei cunicoli della storia
per affrontare gli accidenti notturni
e le ingiustizie del mattino.
Siamo aperti alla nera fantasia
degli educati tribolamenti
e all’estro dell’imprevisto che bagna il bagnato,
nutrimento sono per noi
il malanno dei cari
e le noie del prossimo,
le cadute di stile e dei gravi
e le grigie notizie dal mondo.
A chi ci affidiamo non è ben chiaro,
ma abbiamo fede nell’infedeltà del cammino.

Un giorno, forse, torneremo a desiderare
le cose che oggi abbiamo dimenticato
per disabitudine a quel che dovrebbe essere
o per una salvifica amnesia: nel non ricordo s’acquieta il dolore.
Sarà bello e spietato come un matrimonio incosciente ma agognato
all’indomani di guerre mondiali finite e lasciate andare.

Tramonta, falso sole di clausura!
Lasciateci liberi di non tornare a vivere,
di tornare a risorgere un giorno
insieme a quest’umanità martoriata dai numeri
ma ancora distratta da futili motivi serali.
Uniremo i nostri dolori domestici
a quelli di tutte le nazioni del pianeta,
torneremo alla sorgente della speranza
anche quando ci saranno musica e balli per tutti
come se nulla fosse accaduto,

alla fonte di quel silenzio che salva
quando i mondi sono spenti e chiusi.

versione pdf: Lamento degli amnesici mascherati

(immagine: dal film “Matrix”)

Tolkien Reading Day 2021

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… per le guerre di ogni epoca e tipo, e i combattenti d’ogni età…!

Lettera 45: a Michael Tolkien; Oxford, 9 giugno 1941; tratta da “La realtà in trasparenza – Lettere 1914-1973” di J.R.R. Tolkien (ed. Rusconi); a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien. Lettura di Michele Nigro per il #tolkienreadingday2021

(ph M.Nigro©2021)