Il piano che sarà

zhivago

a Jurij Andrèevič Živago

Siamo freddi cieli stellati
puntelli di luce ineguale
sul piano curvo del presente.
Ci raggiungono misti bagliori
da obliqui passati pulsanti
tutti insieme, come voci latenti
di un coro ormai spento, spopolato
differenti le distanze dagli astri defunti.

Cos’è questa buia condanna
che ogni cosa ricorda, immortala
e conserva gelosa, inconscia
in scrigni di domani sospesi?

Nessuna benevola censura
fa una cernita di noi, che so!
l’assassinio dell’archivista
il repulisti di primavera
uno scarto di ricordi, almeno quelli più usati
lasciati alla corrente immemore della vita
sfuggiti, graziati, al fine liberi di tornare
alla fonte, a un’origine delle intenzioni

invece niente, nella scatola dei souvenir
tutto rimane limpido, tenero
sul piano apparente e notturno
di un vivo attuale che non perdona.

Avverrà, un giorno
il punto di non ritorno da questo sfondo in cantiere
le dediche disseminate tra le mani di sposa
il ninnolo impolverato scoperto dagli eredi
un suono di campana tibetana, vigliacco di spalle
a svegliare antichi dolori, dolci di vecchiaia, a pugnalare.

Neve, guerra, poesia

stalingrado

Sono saldate ormai
da un sigillo d’addio
le carte d’inverno tradotte
sudate, senza più voce privata

per fuochi di guerra
e neve, parole fioccano
sulle grida di madre
lontana protesta dai figli
ingannati, invasori segnati di zeta.

Non offro che freddi versi
dinanzi ai carri del breve secolo
sempre gli stessi e mortali,
tornano, ignari dei dolci tepori d’Aprile
di nuovo su strade straniere.

Incredibile come le coordinate
del cemento custode di ritorni
annuncino quiete primavere
su un sabato privo di macerie.

(foto: Battaglia di Stalingrado)

In ricordo di Antonio Scarpone…

Ciao Antonio… e grazie!

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Arrivederci Antò, ci ribeccheremo di nuovo alla fine di questo tunnel chiamato ‘vita’!

Cinque Terre

dedicata ad Antonio

Gli inerpicarsi sudati
in strane, inattese
primavere d’inverno
su nere rocce salate
scavate dal ritmo naturale
di una poesia infinita,
essere giovani, di nuovo
tra spruzzi feroci
dal mare natalizio
che ignora
i non degni di Byron.

La sete di altri scorci
inesplorati, senza futuro
e sprazzi di storia
nel rosso tramonto che
annuncia speranze d’orizzonte,
una preghiera involontaria
diventa strada tra pietre
antiche
come voci evocate.

Proteggimi, pieve di costiera!
agitata da onde di tempo
al tremolio di devote candele
con spuma di persi pensieri

hai salutato nei secoli
schiere di ignoti partenti
su legni
verso lontane fortune.

(m.n.)

Quando una persona cara, un amico, ci lascia per sempre, subito dopo aver realizzato l’inesorabilità dell’evento chiamato “morte”, che ci priva della presenza ma non del suo riverbero, andiamo istintivamente alla ricerca di quelle briciole lasciate lungo il cammino condiviso con chi è scomparso. Facciamo così con tutti, sempre: è una ricerca naturale, umana, spontanea, da non rimandare; è un modo – con i nostri poveri mezzi umani – per contrastare l’oblio, il traffico di una vita occupata molto spesso da cose inutili e assurde che ci allontana dall’essenza che conta. Una mossa da fare a caldo per mettere dei paletti cronologici e dire “da qui la dimenticanza non passerà!”. Fissare la storia, la micro-storia: quella che non va sui libri di Storia Ufficiale ma che è importante per chi l’ha vissuta.

Si tratta di ricordi personali, che tali restano, e di tracce pubbliche, come quelle lasciate da Antonio che era ed è poeta, vernacolista, scrittore, saggista, cinefilo, estimatore del grande Fabrizio De André, letterato per studi universitari e per passione, uomo colto inizialmente per il piacere in sé del sapere e in seguito insegnante per il piacere di trasmettere quella conoscenza agli altri, soprattutto alle giovani menti che ha avuto l’occasione di incontrare e plasmare operando nel delicato mondo della scuola. Le briciole sono la testimonianza concreta di ciò che è avvenuto realmente e non di ciò che sarebbe potuto essere e non si è verificato per altri motivi; forse queste briciole, da raccogliere e valorizzare ogni giorno e non da nascondere sotto il tappeto del tempo, sono solo uno stratagemma attuato da noi viventi per alleviare il dolore del distacco e dell’assenza improvvisa, fatto sta che attraverso di esse riusciamo a proseguire un discorso lasciato a metà e che non avremmo voluto interrompere. Beato, dunque, chi come Antonio ha lasciato e lascia tracce non solo esistenziali, affettive, biografiche ma anche “intellettuali” da poter rileggere, ripercorrere, rivivere mentalmente. E da cui continuare a trarre un insegnamento perenne…

Di seguito ho pensato di elencare alcune di queste briciole, ma chissà quante altre avrà sparse in giro nel corso della sua esistenza culturalmente attiva e vissuta all’insegna di una sana e autentica voglia di vivere…! Si tratta di tracce scritturali lasciate da Antonio soprattutto, ma non solo, risalenti al periodo di quando ho avuto l’onore e il piacere di averlo tra i collaboratori della rivista letteraria trimestrale “Nugae – scritti autografi” da me diretta fino al 2009. Quando possibile, ho lasciato il pdf (liberamente scaricabile) o il link al post contenente il contributo di Antonio; in altri casi si tratta di collegamenti a sommari di numeri non disponibili in versione pdf ma solo cartacea.

Ho pensato a questo elenco sperando di fare cosa gradita non solo a familiari, parenti e amici “stretti”, ma soprattutto a chi passerà per caso su questo blog non conoscendo il Prof. Antonio Scarpone di Galdo degli Alburni (SA) e trapiantato a Sarzana (SP) per lavoro, a chi non ha fatto in tempo a sviluppare un’amicizia con Antonio, e avrebbe voluto, o a chi lo ha semplicemente sfiorato in questa esistenza e ha capito che c’era molto, ma molto altro ancora da capire e conoscere… Buona lettura e grazie! (m.n.)

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Edoardo Bennato e il “Peter Pan Rock ’n’ Roll tour”

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post dedicato all’amico Antonio Scarpone,
scomparso maledettamente troppo presto
di notte, mentre ero a questo concerto di Bennato…
Che bello tornare in teatro, ed è ancora più bello se si torna per un concerto. Ieri sera uno strepitoso Edoardo Bennato – per celebrare i 40 anni di “Sono solo canzonette”– ha preso in ostaggio per più di due ore il suo pubblico di Napoli al Teatro Augusteo, meravigliosamente assembrato come in tempi pre-pandemici e nonostante le ffp2 a nascondere le labbra in movimento, mai stanco di canticchiare le storiche canzoni del “rinnegato”. Inizialmente accompagnato dal quartetto d’archi “Flegreo”, l’architetto Bennato è esploso in faccia alla sua gente, in attesa da due anni di ritornare in presenza, con la classica formazione rock (la “On stage Be Band”) che ha reso arduo il restare seduti in un teatro strapieno quando sullo sfondo, alle spalle dei musicisti, è ricomparsa in un’animazione, minacciosa e mai passata di moda, la Torre di Babele che imperterriti continuiamo a costruire. Brani tratti dagli album che lo hanno condotto al successo e da quelli più recenti, passando per la parentesi trasformista di Joe Sarnataro che ancora oggi si chiede “Sotto viale Augusto che ce sta?”, fino a rituffarsi nella musica di quel Peter Pan che si porta dietro da sempre, incapace di diventare adulto perché allergico ai dettami del sistema (primo fra tutti quello discografico)… Un concerto “infinito” tra spiegoni biascicati (Edoardo Bennato è stato sempre più bravo a suonare e cantare che a parlare in maniera lineare: da qui la nostra rassicurante certezza che non si darà mai alla politica come il protagonista del brano “Vutammo pe te'”!) e la voglia di ripercorrersi in compagnia di un pubblico trasversale, dai capelli bianchi della prima ora, al ragazzino “iniziato” dal padre al rock partenopeo: la materia c’è, favole da raccontare e ancora attuali quante ne vogliamo. Bennato ha sottolineato più volte che i personaggi collodiani sono attualissimi, e l’inventore di Pinocchio “chissà cosa avrebbe pensato di quest’epoca” in cui grilli parlanti, gatti e volpi non mancano affatto. Dopo il dolce omaggio all’amico scomparso Tito Stagno con il brano “La luna”, l’apoteosi viene raggiunta quando alla fine del concerto il quartetto d’archi si unisce alla band rock: chitarre elettriche e violini suonati in piedi o pizzicati, come scacciapensieri nei fumosi saloon di un Far West immaginifico.

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La linea sei tu

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Non c’è più valido seme
per future illusioni d’amore
eppure

al sentirsi inadeguati
come testi gettati al mondo
segue parallela e timida
la boriosa scintilla del creare.

Non riesci ancora a vedere
una linea che separi
il prima dal dopo
la sciagura virale
perché quella linea
sei tu. E sei in corso.

Respira e crea
in questa notte cieca
senza un piano da seguire,

percorri te stesso
raccogliti in preghiera
e non farti domande.

“Perfect day” – Lou Reed

Living Memory 2022 – Ciclo di incontri Giornata della Memoria

Ricevo e con piacere divulgo…

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

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Egregio/a Dirigente scolastico
Egregio/a Docente

­Anche quest’anno come Associazione Treno della Memoria dal 18 al 28 gennaio proponiamo il percorso Living Memory, un’occasione di approfondimento per gli studenti e le studentesse in occasione della Giornata della Memoria. Visto il proseguire della situazione pandemica, abbiamo deciso anche per il 2022 di mantenere il format sulle piattaforme online in modo da consentire a tutti e tutte di poter seguire i contenuti e le testimonianze dei e delle sopravvissute alla Shoah, un contributo che riteniamo essenziale per portare avanti l’esercizio della memoria. Vogliamo che il 27 gennaio non sia però solo un’opportunità di riflettere sul passato, ma che possa anche fornire ai giovani degli spunti per analizzare il presente e arricchire il loro percorso di cittadinanza attiva, attraverso incontri sull’attualità e sui nuovi strumenti per fare memoria.

La partecipazione agli eventi è gratuita ed è possibile seguire uno o più incontri, che si terranno su piattaforma Zoom e, in contemporanea, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Treno della Memoria.

Per l’adesione è necessario inviare una mail all’indirizzo livingmemory@trenodellamemoria.it, indicando gli incontri a cui si è interessati a partecipare e specificando il numero di persone che si intende iscrivere.

In allegato il programma completo degli eventi a cui è possibile iscriversi. Il giorno prima di ciascun evento verrà inviato il link per eseguire l’accesso. […]

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

Speakeasy

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Dove sono la sfida e la folle riscossa
che seguivano a una crisi, alle sciagure?
I fiumi d’alcol e le danze sfrenate
risposte sorridenti e disperate alla morte
le mode, le nuove idee, le imprese dell’uomo…

Tutto è immobile per le strade, desertica mente
non c’è voglia di rialzarsi dal fondo fangoso,
i sogni non dimorano più tra le stelle
guardiamo cadere uno a uno i nomi di sempre
e i volti cari tra lo stupore del sopravviverci.

Non ci salvano da lontano la luce rossa
né la musica impregnata di vita
dell’ultimo ostinato speakeasy.

(ph M.Nigro©2021)

“Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders

versione pdf: “Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders

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“… Ma questi miracoli in pieno giorno
Solo in poesia possono ancora stupire…”
(Il passaggio degli angeli – Capitolo XIII)

C’è un libro dietro gli angeli berlinesi del regista Wim Wenders, immortalati nei film “Il cielo sopra Berlino” (1987) e “Così lontano così vicino” (1993): il titolo è “Il passaggio degli angeli” (Le Passage des anges), romanzo del 1926 scritto dal belga francofono Odilon-Jean Périer; anche se definirlo romanzo è limitativo: si tratta infatti di prosa poetica in salsa — direbbero, forse, gli appassionati del genere — urban fantasy, la cui architettura ricorda, è vero, il racconto lungo, interrotto di tanto in tanto da versi a corredo di un’atmosfera “magica” e gravida di eventi, ma che dalle regole del romanzo si svincola con maestria fin dalle prime pagine. Périer, prima di ogni altra cosa, è un poeta surrealista, cercatore di una purezza angelica oltre le umane imperfezioni. La città descritta in questo romanzo breve è una città in perenne attesa di una svolta: “Attendono tutti un temporale, una soluzione.” Il tono è sibillino, imprevedibile, istintivo, come se fossero gli occhi del poeta a scrivere direttamente su carta e non la sua mente. È la storia sovrannaturale e bizzarra di tre angeli — Alpha, Michel e Misère — scesi in una città senza nome (perché la storia è adattabile a tutte le città passeggiate dai poeti, prim’ancora che alla Bruxelles di Périer) a osservare la vita insignificante e assurda degli umani: “Infine apparvero gli Stranieri. […] Tutti avevano visto degli angeli, ma nessuno credeva agli occhi del vicino. Quei personaggi misteriosi si presentavano con naturalezza, come degli amici che si ritrovano nel momento del bisogno. Se ne stavano in piedi sugli alberi, seduti sui bordi dei tetti, in fila, senz’ali, magri, decenti, vestiti di grigio perla o d’azzurro. […] Chi li aveva incontrati […] parlava di poesia, di amore, di libertà.” Solo i forti e i filosofi troppo saggi non li vedono, mentre “Tutte le ragazze avevano già il loro angelo, amico intimo.”

Odilon-Jean Périer
Odilon-Jean Périer

Le città da sempre hanno bisogno di miracoli: “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica, Il miracolo della 34ª strada” (1947) di George Seaton… C’è bisogno di interrompere il dominio asfissiante della ragione e del positivo, per dare spazio — sospendendo momentaneamente l’incredulità — al meraviglioso, al surreale, al sovrannaturale, all’incredibile possibilità di una visione dall’alto. Ma gli angeli di Périer, al contrario, si lasciano miracolare, si calano nell’umanità, assecondando la Legge Marziale degli spiriti solidi, perdendo ben presto la loro divinità; non è una sconfitta, un difensivo lathe biosas epicureo o un mimetizzarsi per timidezza (“dei veri angeli non hanno bisogno dell’aureola”), bensì è il prezzo dello scambio: “degli angeli non scendono sulla terra senz’apportarvi dell’incertezza”, senza alterare gli schemi delle umane sicurezze e dei poteri; in cambio imparano tutto o quasi sui pregi e difetti della specie ospitante (“C’è molto da fare, molto da sperimentare, qui… […] Ci è permesso d’esaminare da vicino le loro gioie, le loro cerimonie.”), diluendosi in essa, innamorandosi, ascoltando le domande e i desideri del mondo, simulando una vittoria dei filosofi saggi e dei realisti che amano il buon senso, il visibile e la scienza: “Non pensavano più in alcun modo a volar via. Molti di loro avevano messo su un po’ di pancia…”.

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I tre angeli sperimentano l’amore e il piacere (“Michel, con le lacrime agli occhi, dovette arrendersi a quell’amore terrestre”; mentre Misère conosce Christine Ègalité, la fanciulla armata del Circo Jacques: anche ne “Il cielo sopra Berlino” di Wenders c’è una ragazza, Marion, che lavora nel circo ma è una trapezista che indossa finte ali d’angelo), la sensualità e la bellezza, la violenza che lascia cicatrici, gli scrupoli e la perdizione, la vita coniugale e la carnalità occasionale, la libertà e il disprezzo per la saggezza dei vecchi, la religiosità morbosa e l’idolatria (le strutture sociali e culturali della nazione si allineano alla religione ufficiale e al Maestro di turno), l’ebbrezza del consenso popolare, il possesso e la gelosia, la pressione dei doveri di un soldato, la noia e il dolce far niente (“aveva il tempo di cogliere con agio la vita terrestre, ammirando le vetrine, inseguendo le ragazze, toccando ogni cosa”). Il futile e la bassezza morale: per dimenticare di provenire dal cielo e avere la sicurezza, una volta per tutte, di essere diventati uomini. Lo scopo di questa full immersion nell’umanità è quello di salvarla dall’inerzia, dalla codardia e dalla cauta disperazione, dagli “artifici della gentilezza e del linguaggio”: “Uomini! Ci sono delle cose da fare nella vita di un uomo, e voi rapidamente vi decidete a dormire, senza indugi: ah, come rinunciate senza pena al vostro bel potere…”. La bellezza dell’esistere prevale su ogni falsa religione: solo la poesia può farsi garante di questa bellezza. Non mancano i dubbi e un senso di straniamento: “Che cosa siamo venuti a fare qui? […] Un bel mattino ci troviamo in piedi tra delle strane bestie, graziose e folli, seducenti. Perché noi tre, tra tutti gli angeli?”. Il romanzo fantasioso e magico di Périer diventa filosofico (anche se l’Autore ci avverte che il suo scritto non ha motivazioni profonde, obiettivi edificanti o simboli da cercare): forse per comprendere il senso del nostro esistere qui e in questo modo, per riconquistare le ragioni del nostro esserci, bisogna diventare, o almeno sentirsi, un po’ come degli angeli calati per caso in una realtà aliena e riuscire a stupirsi (“Vedo la città in cui abito; com’è strana…”) anche delle cose più scontate, a riscoprire e quindi riscoprirsi, a sperimentare con una curiosità primordiale; stupore e curiosità fanciullesca che nel primo film “angelico” di Wenders sono ben rappresentate dalle parole di una poesia di Peter Handke, (contestato) Premio Nobel per la letteratura nel 2019 e collaboratore ai testi del regista, intitolata “Elogio dell’infanzia” (Lied vom Kindsein) e che del film ne costituisce la filigrana (una sorta di poesia-copione) su cui si innestano le immagini di un regista istintivo e privo di un piano ben preciso:

“… Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente
veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?…”

Ma non tutti ce la fanno a riprendere il candore delle domande ancestrali, neanche tra gli angeli: c’è chi “vuole inebriarsi della stupidità del mondo”, chi si dà alla politica, chi si illude con un’attività senza rischi come il cinema che simula la vita vera (“… nulla è più buffo del fatto di vedere gli uomini evolvere in funzione dei sogni che gli si attribuiscono.”)… Si cerca di capire se abbiamo perso la nostra originalità: “Sono ancora l’angelo che ero?”. Forse gli esseri umani sono tutti angeli caduti in terra e divenuti immemori della propria spiritualità. Per agire sulla Storia bisogna fare delle scelte, manifestarsi, perché “… l’errore è di restare un angelo tra queste persone. Tutto è facile, — per me solo. Ma se mi occupassi della gente? Se tentassi d’animare uno dei tanti imbecilli… […] Scopro le vie deserte della mia città. […] Domani comincerò ad agire sugli uomini.” Occuparsi di Politica, scegliere l’anarchia anche se un po’ fuori moda: l’astensionismo e l’antipolitica per giungere, paradossalmente, al vero senso dell’uomo politico che non delega, libero ma in prima linea. Forse alla fine il vero miracolo è ritornare a vedere la bellezza naturale delle cose e della realtà con occhi umani: “Chi ha mai creduto ai miracoli? Non accade nulla. È la mezzanotte di una giornata come le altre…”.

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S. Francesco: da Zeffirelli alla Cavani, su Pangea.news

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Il mio articolo “San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

versione pdf: San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

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“… Mi piacciono le scelte radicali…”

(da Mesopotamia, Franco Battiato)

Numerose sono state nel corso degli anni le riduzioni cinematografiche della vita del Santo di Assisi proposte a un'”agiografia per immagini”; anche alcune fiction televisive hanno tentato di raggiungere il grande pubblico del mainstream con risultati non trascurabili. Tuttavia, due sono le opere filmiche che maggiormente occupano ancora oggi l’immaginario collettivo: “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli (1972) e “Francesco” di Liliana Cavani (1989). Entrambe ripercorrono, più o meno fedelmente, le determinanti tappe biografiche — riprese dalle Fontiche lentamente ma inesorabilmente condussero il giovane Francesco verso scelte esistenziali irrevocabili: l’età spensierata e scapestrata, il disincanto che seguì alla disastrosa esperienza bellica, i finti ideali nobiliari traditi o ridimensionati, la prigionia presso Perugia, la convalescenza e la rivalutazione delle priorità scambiata per disturbo da stress post-traumatico (sembra che Francesco, abbracciando la povertà totale e riconoscendola ora più di prima nel messaggio evangelico, non voglia distaccarsi da quella precarietà esistenziale sperimentata in guerra e che ha decretato il tramonto definitivo degli entusiasmi giovanili e della ricerca di glorie terrene), il graduale distacco da uno stile di vita familiare e sociale non più consono alla propria evoluzione interiore, la pubblica spogliazione e la rinnegazione del “padre biologico”, l’inizio di un’autentica vita povera in contrapposizione a quella ricca e agiata della Chiesa ufficiale del tempo… Tappe che ormai, al di là delle sfumature e delle omissioni tra le versioni dei vari biografi vicini o lontani cronologicamente al Santo, costituiscono i pilastri ufficiali di un immaginario che ha attraversato i secoli.

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Sessantottino, più “figlio dei fiori” che serafico, delicato e dall’aspetto angelico, quasi efebico, il Francesco di Zeffirelli propone una versione poetica, dolcemente rivoluzionaria e romantica del Santo (per i più critici eccessivamente edulcorata e quindi poco veritiera dal punto di vista storico); Chiara è una biondissima e bellissima hippy folgorata sulla via di Woodstock: i Sessanta sono da poco trascorsi e la loro influenza sul regista è tangibile. Gli uccellini e i prati fioriti non mancano, così come le inquadrature in stile documentario naturalistico sulla vita degli insetti e degli animali: l’ecologismo flower power — da contrapporre agli asfissianti e distruttivi meccanismi capitalistico-consumistici — è rispettato alla lettera, così come il rifiuto della guerra, di tutte le guerre, di ogni epoca: da quella medioevale tra Perugia e Assisi, fino al più recente Viet-fucking-nam!; il primato spirituale su quello materiale: c’è una cecità, da cui guarire, che colpisce l’anima prima ancora che gli occhi. La rappresentazione dei poveri (ma anche quella dei ricchi) rasenta il grottesco tipico del circo felliniano. I francesismi materni sono dei divertenti intercalari linguistici che insistono sull’origine anche transalpina del Santo. La goliardia di Francesco ricorda quella del Romeo Montecchi shakespeariano (anch’egli immortalato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli), ma alla fine entrambi saranno catturati in maniera inesorabile dall’amore: Romeo da quello contrastato e tragico per Giulietta, Francesco da quello altrettanto difficile e in salita per Cristo, e non per Chiara, come una parte di noi avrebbe intimamente e laicamente desiderato. D’altronde la santità coerente e la “verticalità” non sono per tutti.

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Anche lo scontro padre-figlio, tra Pietro di Bernardone e François, viene rappresentato come gap generazionale tra “boomer” e figlio ribelle; in realtà dietro l’incomprensibilità tra padre e figlio, ammorbidita con soluzioni da commedia e qualche ceffone, si cela una storia ben più drammatica: Pietro di Bernardone (che nel film sembrerebbe in fin dei conti solo un ingenuo bonaccione accecato dal commercio e dalle ricchezze) incarcerò fisicamente Francesco, tra le mura di casa, pur di dissuaderlo dai suoi “pazzi” propositi e dai generosi gesti scellerati nei confronti dei poveri di Assisi. Ancora lontano dal suo Gesù di Nazareth del ’77, Zeffirelli propone un Francesco che è più vicino — non per lo stile ma per la dinamicità e “modernità” dei personaggi — al Jesus Christ Superstar di Norman Jewison. Indiretta ma assolutamente non secondaria la funzione emotiva della colonna sonora affidata al maestro Riz Ortolani: non poche associazioni giovanili cattoliche hanno adottato per anni, fino ai giorni nostri, alcuni brani diventati in seguito parte integrante del repertorio musicale religioso. Anche Francesco, però, come Gesù Cristo, ha il suo musical nostrano: Forza venite gente (1981) di Mario e Piero Castellacci. Quello del Francesco zeffirelliano, insomma, è un brand dal successo intramontabile, capace di adattarsi alle più svariate forme di espressività artistica e mediale.

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È incredibile come già in questa pellicola (e soprattutto nell’esempio stesso di San Francesco) sia contenuta la tesi — esposta attraverso le parole di Papa Innocenzo III — di un famigerato saggio di Matthew Fox, frate domenicano espulso a causa di questo libro dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger, intitolato In principio era la gioia (Original blessing). Afferma il Papa del film rivolgendosi a Francesco: “Nella nostra ossessione per il peccato originale, a volte si dimentica l’originale innocenza. Fa che non succeda anche a te!”. La gioia del messaggio evangelico è affogata nel senso di colpa e l’iniziale entusiasmo vocazionale viene ricoperto e soppiantato dalle incrostazioni del ritualismo e dalle formalità dogmatiche: un monito non troppo velato a un certo tipo di Chiesa stanca, secolarizzata e corrotta, capace di mantenere solo un presidio per convenienza e senza una precisa volontà di rinnovamento. Lo stesso attuale Papa Francesco — che ha scelto proprio questo nome con il chiaro intento di rinnovare la Chiesa a cominciare dall’interno — ha dovuto ridimensionare il suo iniziale entusiasmo rivoluzionario e tornare nei ranghi.

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Carceri

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Il vantaggio del mattino
sta in un’alba senza voci
pagine nel silenzio attendono
occhi nuovi e mani riposate,

è sulle foglie d’ulivo
che risplende il primo sole
lode alle carceri

scapestrati per strade in discesa
vagano come bande medievali, ignari
bottiglie rubate e palloni da calciare
tra di essi – forse – il poverello del secolo.
Di questi tempi, un anno fa
disagio mondiale e dolori privati

ormai vecchi, simili a ferite chiuse da sorrisi
li offriamo in preghiera al Re dei re,
non visita più i cuori la malinconia serale
in cambio forze fedeli al calare del mondo.

(ph M.Nigro©2021)

Nota a “Lo scarto della retina” di Daniele Zanghi

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Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.

V *

Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.

* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

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