Partenze e arrivi

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La campana delle stimmate
scandisce per vecchi e bambini
le ore alla speranza,
un suono familiare di quartiere
richiama le genti alla storia
al tempo che passa, vivendo.

È un sacro inseguirsi negli anni
tra i vuoti che lasciano e nuovi pieni
tra partenze e arrivi in stazioni esistenziali
ignote nascite a vendetta
di vicine morti private,

ho sentito lieve
provenire notturno
– portato dal gelido respiro della merla –
un vagito inedito, senza nome
sbattezzato al mio affetto
da sotto la stanza chiusa
del tuo addio immacolato.

Le ragioni del confino

versione pdf: Le ragioni del confino

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Che significato ha l’espressione “spedirsi al confino” nel XXI secolo? In quest’epoca di libertà apparenti e priva di palesi dittature, ai non vedenti di alcune democrature anestetizzanti potrebbe sembrare blasfemo il solo nominare gratuitamente una pratica poliziesca e ideologica utilizzata durante periodi seppelliti, da cert’altri addirittura negati o minimizzati, nei meandri della memoria storica di questo pianeta. Non c’entra del tutto la moda post-pandemica del borgo da riscoprire, del piccolo agglomerato umano presso cui riappropriarsi di una qualità esistenziale ed enogastronomica in via d’estinzione. Non si tratta di una “filosofia localistica” forzata, di un gesto “politico” anticonsumistico e anticapitalistico. Il distanziamento non è qui concepito come “moda sanitaria” bensì come esigenza spirituale in un’epoca abitata da persone fintamente connesse e già di fatto isolate: è un distanziarsi fisico e mentale per riscoprirsi uniti al creato e alla Storia. Isolarsi, prendere le distanze dall’umanità senza essere disumani, per ritornare a far parte del mondo in maniera autentica, purificata, consapevole: la casa del “confinato”, la natura circostante, i personaggi incrociati, sono solo elementi scenici utili alla ricerca interiore. Non è un mero isolamento prigioniero del presente, cieco e irrazionale, ma è un’occasione, vissuta con coraggio e in controtendenza, per viaggiare nel tempo, universale e personale, e in spazi ormai trasformati, se non addirittura estinti.

Andare al “confino volontario”, oggi, significa realizzare un “ritorno” in se stessi, in luoghi dell’anima, in tempi perduti, in dimensioni che non interessa quasi più a nessuno esplorare. Significa prendere nota su un diario dei vari movimenti, esteriori e soprattutto interiori, che caratterizzano questo ritorno non imposto ma naturale e spontaneo. Il confino non è solo un luogo speciale che predispone alla ricerca; è soprattutto un tempo – il proprio e non quello produttivistico della società – appartenente al singolo individuo, che ne sceglie il ritmo, e non condivisibile. È il tempo presente che si riscopre legato a un tempo passato che non ritorna, che non può e forse non deve ritornare, ma che custodisce ricordi, verità e saperi preziosi. Un tempo “lento” non misurabile dagli altri ma solo da noi stessi se lo desideriamo. Una ricerca fatta di riflessioni e pensieri, voluta e non casuale, che oscilla tra prosa e poesia, o tra prosa poetica e poesia prosastica: il confine, anche in questo caso, è indefinibile. Ed è un bene che lo sia.

(Incipit di “Elegia del confino”, titolo provvisorio per un diario tra prosa e poesia di Michele Nigro, di prossima pubblicazione…)

versione pdf: Le ragioni del confino

(ph M.Nigro©2023; titolo: “Ho levato la suoneria del telefono più di vent’anni fa!”)

Chini sull’abisso

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Chini sull’abisso, increduli e vivi
cerchiamo voci senza ritorno
in stanze vuote, colme d’infinito
dove latita il senso, persa è la chiave
del nostro essere qui, non più figli
se non di Dio.

Si aggrappa a un chiaro lascito
a una fede nella presenza a venire
quel che sopravvive in noi,
ai ricordi sparpagliati nella mente
agli oggetti che pungono il cuore
a una vaga volontà di andare oltre
di ricominciare senza un’origine
svuotati, senza meta ormai,
senza più storia alle spalle
senza terra sotto i piedi
senza un faro silente e forte
in questo mare triste
che è ancora vita.

a mia madre

(ph M.Nigro©2022)

Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

versione pdf: Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

Una gradita e ricca nota di lettura della poetessa toscana Franca Canapini alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

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… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…

Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.

“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)

“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)

Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.

In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in  Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:

… “Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole”.

 

C’è miglior epitaffio

Per un poeta appartato?”

In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.

Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.

E allora eccolo “apportare versi alla vita”.

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“Medioevo – la luce nascosta”

Parteciperò con il mio componimento inedito “Amorose retoriche” alla lettura pubblica di Venerdì 2 dicembre ore 18.00 intitolata “La poesia amorosa”, reading poetico musicale sulle note del flauto di Rachele Tommasiello, presso il Salone del Genovesi, Camera di Commercio in via Roma, Salerno. Vi aspetto!

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PROGRAMMA
“Medioevo – la luce nascosta” è il nuovo progetto culturale firmato Compagnia dei Poeti Erranti, a partire da giovedì 01 dicembre fino a sabato 03 dicembre. Un evento interamente dedicato al Medioevo e agli aspetti storici, artistici e letterari di quest’epoca tutt’altro che buia. Grazie al Medioevo, infatti, dobbiamo gran parte della nostra cultura e della nostra lingua, con le cattedrali e i castelli che ancora oggi è possibile ammirare. Il Medioevo ha gettato le basi per il mondo moderno consegnandoci grandi invenzioni; senza il Medioevo non avremmo personaggi come Dante Alighieri, Leonardo Da Vinci, Federico II di Svevia e Lorenzo de’ Medici. Tanti gli appuntamenti in programma: conferenze, dibattiti, reading e concerti in perfetto stile medievale, affinché ciascun ospite possa fare una scorpacciata di arte e cultura a tutto tondo. Giov 01 dicembre h 11.00 Dal latino al volgare – il passaggio Storia dell’evoluzione della lingua italiana attraverso la poesia Conferenza a cura di Basilio Fimiani e Ivano Mozzillo modera Simona Genta Museo Archeologico Provinciale di Salerno – via San Benedetto, 28 Al termine della conferenza, sarà possibile gustare alcuni piatti della tradizione medievale preparati dagli chef dell’istituto alberghiero Santa Caterina Amendola, che allestiranno un buffet all’esterno del Museo. Giov 01 dicembre h 20.00 Medioevo in versi Appassionato viaggio in musica e parole attraverso l’universo culturale, storico e letterario medievale Voci narranti Brunella Caputo e Carmine De Martino Adinolfi Musiche per mandolino eseguite da Alessia Di Maio Chiesa di San Giorgio – via Duomo, 19 Ven 02 dicembre h 11.00 La modernità della Scuola Medica Salernitana tra cibo ed erbe Conferenza a cura di Luciano Mauro modera Simona Genta Museo Archeologico Provinciale di Salerno – via San Benedetto, 28 Ven 02 dicembre h 18.00 La poesia amorosa – reading poetico musicale sulle note del flauto di Rachele Tommasiello Salone del Genovesi, Camera di Commercio – via Roma Sab 03 dicembre h 11.00 Storie di donne nel Medioevo – intrecci, passioni e avventure Conferenza a cura di Maria Salvati modera Rossella Graziuso Museo Archeologico Provinciale di Salerno – in via San Benedetto, 28 Sab 03 dicembre h 20.00 M’illumino di note – concerto a lume di candela – a cura di Guido Pagliano e Lau, con la partecipazione degli alunni del laboratorio di musica antica del Liceo Alfano I di Salerno. Chiesa del SS. Crocifisso – via Mercanti, Salerno (N.b.) Gli eventi di giovedì 01 dicembre e venerdì 02 dicembre sono in collaborazione con l’associazione Artisti e Mercanti Del Conte Ruggero.

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Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

versione pdf: Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

“… e quell’aria potrebbe essere / quanto rimane della mia vita”

(E poi basta, pag. 56)

Vincenzo Pietropinto definisce la propria poesia lapidaria; e aggiungo io da lettore, è un “lapidario dialogante” (mai sentenzioso o definitivo) con il vissuto (“… i percorsi remoti…”) – un passato che ritorna sfumato ma ancora vivo -, con i misteri dell’esistere, con quei sentimenti che hanno accompagnato il poeta e tuttora lo tormentano dolcemente. È un dialogo che in alcuni casi diventa resa dei conti, con se stesso, con i personaggi incrociati, con le persone amate fosse anche di sfuggita; un dialogo oscillante tra linguaggio didascalico e quotidiano e una poeticità spesso ermetica, da decifrare, che lascia solo trasparire la vicenda umana alla base dei versi. Domande basilari, quasi fanciullesche alla Peter Handke (“… Perché sono io?”; “E non ti piacerebbe nascere di nuovo…?”) che scavano nell’unicità e irripetibilità della vita ricevuta in dono; domande escatologiche sul cosa resterà dopo o dove si andrà a finire; domande inquiete poste da un cuore che insegue “i fantasmi del passato”; domande filosofiche: “Che significato può avere la mia vita / a paragone con il giro del mondo / che continua da millenni?”; domande che superano il tempo giocando con l’eternità: “Dove sarò fra cento anni? […] e se saranno passati i cento anni / saprò d’essere morto senza essere mai nato”. O per dirla alla Battiato: “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”.

Rimorsi o nostalgie? Forse entrambi, senza far prevalere mai la disperazione, anzi correndo sempre “verso energie / nuove, inesplorate”. Solo chi è inquieto, mentre gli altri attendono sereni il fato, costruisce quotidianamente la propria esistenza come meglio desidera, “per riabbracciare la mia vita / e quel che in noi c’è d’umano”. Che valore ha il perdonare e il perdonarsi? Quale invece l’umiltà? Ma bisogna fare presto perché “Il freddo già minaccia la coltre della mia memoria, / avvolgendola con una nebbia / senza avere nessuna pietà / delle durezze dentro noi.” Perdonarsi anche soffocando “la nostra ingenuità / in sorprendenti risate […] Si trascende così / la profondità dell’essere / e il cielo si fa più vicino!”.

Ma il poeta, a volte, ha “paura di raccontare tutto”, di disperdersi nel vento dell’ascolto e allora torna a chiudersi, a rendersi quasi indecifrabile, inaccessibile, per proteggersi, conservarsi nel mistero di se stesso. La vita che bussa alla sua porta, però, è più forte di qualsiasi lucchetto e fa domande urgenti sulle altre esistenze incontrate: “Cosa unisce i percorsi di vita? […] un ponte unisce i nostri / misteri”; sullo sfondo di questi contatti la consapevolezza della condizione umana che resta genuinamente solitaria: “Si trapassa il quotidiano, / si vive il futuro, / uniti da un ponte / di solitudine”. La solitudine è uno stato interiore che esula dalla quantità di persone che ci circondano (“Io sono solo a questo mondo […] Io e più nessuno”) ed è in grado di suggerire cose inedite a chi scrive: “I canali dei miei pensieri / sono stati contagiati / dalla tua solitudine”.

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Asciugare il gesto

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Asciugare il gesto,
separare la pula dell’inutile
dall’azione che resta
nella storia non studiata
nell’impronta del rivisto

dannato è il tempo passato
dello sciabolare al vento
della vana lotta con armi alla moda
del ridicolo tagliarsi le mani
con vetri di rabbia sembrata giusta

beato nell’oblio del non riflettersi
cercarsi nel solo eterno presente
che tutto perdona e archivia,
condannato a non ripetersi
è il destino del saggio,
la rivolta che non incide
carcame su cui scivola.

(immagine: Movimenti e danze sacre di Georges Ivanovič Gurdjieff,

fotografia su danza, 5° esercizio obbligatorio; FONTE)

“La neolingua della politica” di George Orwell

versione pdf: “La neolingua della politica” di George Orwell

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Dopo aver letto il pamphlet “La politica e la lingua inglese” di George Orwell, nella traduzione per Garzanti di Massimo Birattari e Bianca Bernardi, molti, troppi sarebbero i passaggi da voler citare (rischiando così, nell’enfasi citazionista, di disarticolare la tesi che anima lo scritto), e molte sono di fatto le domande e le riflessioni suscitate dalla lettura di questo breve saggio dell’autore di “1984”. Sintetizzando in maniera brutale: se il pensiero influenza il linguaggio, il linguaggio adottato da un popolo influenza il suo pensiero, e quindi la sua anima, le sue aspirazioni, le sue idee. Un’influenza “circolare” difficile da costruire – il limite temporale immaginato da Orwell per il completamento del “passaggio” era, e forse è ancora, il 2050! – e altrettanto difficile da scardinare, se non attraverso consistenti traumi storici e culturali. Da qui, per invertire il trend negativo, l’esigenza pratica di nutrire il linguaggio, e quindi il pensiero, con letture che arricchiscano il proprio “paniere idiomatico”. Senza dare la colpa alle “condizioni sociali presenti”.

Se nell’appendice a “1984”I principi della neolingua – compare tra i primi obiettivi il conseguimento di una semplificazione del lessico che rasenta l’umorismo (le parole inventate da Orwell per il “Dizionario di neolingua” sono ridicole e fanno ridere perché lontanissime dalle nostre consolidate abitudini linguistiche: sbuono, sessoreato, nutriprolet, sbuio… Integrare un’intera lingua in pochi termini) allo scopo di bloccare sul nascere lo sviluppo del pensiero per mancanza di “materia” con cui elaborarlo e ampliarlo, nel nostro tempo presente con il cosiddetto “politichese” (volendo restare nell’ambito politico-ideologico) si vuole raggiungere lo stesso obiettivo distopico ma con un linguaggio non più “asciugato” dalle direttive di un partito dittatoriale come nel romanzo di Orwell, bensì reso disarticolato da una vacua complessità: in questo caso il pensiero viene letteralmente “affogato” non già dalla mancanza di lessico ma dal suo disordinato eccesso. E Orwell riporta dalla sua epoca, con tanto di riferimenti, ben 5 autorevoli esempi di “cattiva lingua” utilizzata in pubblico e per il pubblico.

La prosa moderna si allontana dalla concretezza: ha eliminato i verbi semplici, abusa di cliché e di formule vuote per “stordire” l’interlocutore. Ma oggi, in paesi liberi come l’Italia, a chi conviene, lì dove sono assenti palesi dittature, mantenere e alimentare un linguaggio che allontana la popolazione dalla realtà delle cose? Oserei dire, anche se non riportato nel pamphlet di Orwell, che conviene alla finanza, alla macchina consumistica in cui siamo coinvolti. Non c’è un chiaro pericolo Socing – come nel romanzo “1984” -: la politica (persino quella dittatoriale, divenuta anacronistica e poco “comoda”) si è ormai da decenni consegnata mani e piedi ai meno evidenti e più proficui meccanismi della finanza mondiale che tutto condiziona e influenza. Perché affannarsi a ottenere il controllo di un popolo con la violenza o addirittura con l’invenzione di una neolingua che ne renda rachitico il pensiero, quando si può ottenere lo stesso risultato confondendo il linguaggio e “anestetizzando” quel popolo con discorsi vacui e insinceri? Perché imporre l’onnipresenza di un Grande Fratello quando siamo noi stessi che – pur conservando intatto il nostro vocabolario – ci consegniamo spontaneamente al controllo del “Grande Fratello Social“?

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“Quark”, per noi…

versione pdf: “Quark”, per noi…

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Ricordo ancora quando all’inizio degli anni ’80  ̶  era il 18 marzo del 1981 per la precisione!  ̶  io e mia sorella sulla RAI guardammo con un interesse inedito la prima puntata di un programma tutto nuovo, lineare nella sua struttura, apparentemente semplice nel suo intento espositivo, ma ricco e avvincente dal punto di vista contenutistico. Sul piccolo televisore in bianco e nero nel salone della nuova casa, nella nuova città in cui ci eravamo da poco trasferiti, la figura elegante, equilibrata, garbata del giornalista Piero Angela, classe 1928  ̶  come nostro padre venuto a mancare pochi anni prima  ̶  che avrebbe assunto a sua insaputa la funzione di padre adottivo scientifico: il tradizionale racconto prima di addormentarsi di un genitore o di un nonno fatto di lupi mannari, maghi, bambini persi nei boschi, avrebbe ben presto lasciato il posto al racconto scientifico di quel nuovo cantore serale fatto di neutrini, esplorazioni spaziali, entropia e buchi neri… Attraverso una rinnovata esposizione dei fatti e delle scoperte, ci veniva offerto un nuovo approccio persino alla vita quotidiana, più logico, razionale, basato sul rigore della sperimentazione e sulla “fede” nella ricerca di nuove soluzioni a quasi tutti i problemi dell’esistenza umana: dai sistemi più complessi fino a scendere a livello delle questioni elementari, condominiali.

Perché questo è stato il grande Piero Angela  ̶  refrattario a una certa politica e fedele al sapere senza essere saccente  ̶  durante questi preziosi decenni di divulgazione scientifica compiuta attraverso il mezzo televisivo e non solo: è stato un traduttore dal linguaggio scientifico a quello quotidiano, un “esemplificatore” della materia scientifica e tecnologica senza mai correre il rischio di depauperarla o ridicolizzarla nel tentativo di renderla assimilabile. Anche quando si è avvalso dei cartoni animati di Bruno Bozzetto, o di altri mezzi comunicativi, per spiegare una teoria o per semplificare un concetto spigoloso, Piero Angela, insieme agli altri autori che con lui hanno collaborato per molti anni, non ha mai declassato la complessità dell’argomento trattato; ha invece avvisato il telespettatore della difficoltà del tema richiedendo a quest’ultimo una maggiore dose di attenzione: perché il divulgatore non è solo colui che premastica o predigerisce la materia sostituendosi al telespettatore, ma è soprattutto un amante della scienza che propone a chi lo ascolta di impegnarsi a capire, ad approfondire, di sforzarsi per andare incontro alla comprensione personale dell’argomento, facendolo proprio. Come ogni vero insegnante sa, è molto più importante accendere la curiosità in chi ascolta che propinargli un omogeneizzato nozionistico privo di sapore e di odore.

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“ESTERNO NOTTE, parte 1” di Marco Bellocchio

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Marco Bellocchio decide di riprendere il discorso su Moro partendo dalla fine di “Buongiorno, notte”, da un’ucronia tenera e al tempo stesso lacerante, riguardante un ipotetico Moro liberato dalle BR e ricoverato in un ospedale blindatissimo dopo i drammaticamente noti 55 giorni di prigionia: al suo capezzale, angosciati e fintamente sbigottiti per non tradire la preoccupazione per un fastidioso esito non previsto, il trio Zaccagnini, Andreotti, Cossiga. La risposta alla loro presenza sul viso provato di Moro – stavolta redivivo grazie alla straordinaria interpretazione di Fabrizio Gifuni – è una lacrima di forte delusione per quella “fermezza” dietro cui nascondere l’esigenza necessariamente “storica” di sbarazzarsi di uno scomodo segretario di partito: i “compromessi” e le cosiddette “ragion di stato” sono entrambi fatti storici, ma alla fine vince sempre il fatto storico che, al di là dell’idealismo più che dell’ideologia, ha forti ramificazioni negli sporchi e insondabili meccanismi della sopravvivenza politica. Se in “Buongiorno, notte” Roberto Herlitzka interpreta un Moro che sulle proprie gambe – accompagnato dalle note di “Shine on you crazy diamond” dei Pink Floyd – abbandona con una certa baldanza, come in un sogno mai divenuto realtà, il covo delle BR, il Moro di Gifuni è sofferente, reale, possibile; il sogno dell’altro Moro liberato, che avvolto nel suo cappotto gira tra le strade di Roma in cerca della via verso casa, lascia il posto al Moro debilitato ma concreto, avvilito, disincantato e sconfitto dall’interno.

Bellocchio è innamorato di questa ipotesi, e ci ritorna su: cosa sarebbe avvenuto in Italia se…? E continua a fantasticarci sopra, a immaginare scenari politici, umani, personali e nazionali: quasi come a volersi vendicare al posto di Moro, grazie alla fantasia che tutto può, di una storia infame fatta di immobilismo, di una serie di scelte scellerate, di non azioni vigliacche dettate dalla finta linea della non trattativa.

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In “Esterno notte, parte 1” ancora non è possibile gustare le conseguenze immaginate del “ritorno di Moro” perché il racconto devia subito verso i giorni reali precedenti al sequestro in Via Fani, se ne analizzano le temperature sociali e familiari, le atmosfere politiche e religiose, per ribadire il concetto di un “Moro contro tutti”, premessa di un finale nell’aria che considerare “scontato” con il senno di poi sarebbe ingiusto e presuntuoso. Scontato no, ma ipotizzabile e da ipotizzare da chi di dovere, sì! Moro credeva nel “compromesso storico”, a differenza del Papa e del suo stesso partito (o di alcune parti di questo, quelle più intransigenti e manifestamente anticomuniste); Moro fu un domatore di venti durante una tempesta invisibile: i comunisti extraparlamentari non furono più severi delle correnti contrarie al compromesso all’interno della Democrazia Cristiana. Tra realtà e fantasia, il cilicio che nel film Papa Paolo VI vuole indossare subito dopo la notizia del sequestro, rappresenta la penitenza da offrire al Supremo in cambio della liberazione dell’adorato Aldo o la punizione per i cattivi pensieri fatti nei confronti di un segretario di partito che con la scelta politica del compromesso con i comunisti avrebbe confuso le menti e i cuori dei fedeli cristiani sparsi per il mondo? Il film è diviso in capitoli, dedicati a ognuno dei personaggi politici e religiosi protagonisti di una vicenda politica e umana che segnò il passaggio definitivo (già cominciato con le prime stragi) verso l’età del disincanto della “giovane” Repubblica Italiana: come è nello stile del Bellocchio de “L’ora di religione”, la Chiesa e lo stesso Pontefice – nonostante lo sforzo del regista di semplicemente “raccontare” – appaiono surreali, appartenenti a una dimensione spazio-temporale che agli occhi di un ateo sembra assurda nel suo essere invece drammaticamente reale: il cumulo di banconote sul tavolo della stanza papale (“raccolte” per liberare Moro) e ricoperte da un drappo perché considerate “sterco del demonio” e quindi da tenere lontane dalla vista, è la rappresentazione di un mondo secolare, secolarizzato e bipolare che pur relazionandosi col divino “per il bene di tutti”, deve avere a che fare con le cose (sporche) della società in cui operano, anche politicamente, i suoi fedeli. Bellocchio ama calcare la mano sulla rappresentazione grottesca di una Chiesa apparentemente fuori dal mondo ma di fatto immersa nella sporcizia dell’umanità.

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Stesso destino per la classe politica. Il regista ha gioco facile con “quella” politica, di quell’epoca ormai storica; politici che se confrontati con i personaggi inconsistenti della politica odierna (sfornati dai talent show del populismo e dell’approssimazione), sembrano giganti, statisti puri e da rimpiangere, uomini seriamente votati alla causa della “res publica”. Vedere questo film al cinema nei giorni in cui si consuma la prevedibile beatificazione laica di Ciriaco De Mita all’indomani della sua morte, ha un suo profondo e significativo “perché”! Furono politici di razza, possenti, immortali e non solo politicamente, tenaci come piante rampicanti attaccate ai muri del tempo e del decisionismo, aggrappati a poteri forse oggi impensabili, a meccanismi che la fluidità umana e ideologica dei nostri tempi non saprebbe concepire. Tuttavia Cossiga ne esce fortemente ridicolizzato, e non potrebbe essere altrimenti con lo sguardo dissacrante e umanizzante di Bellocchio: è un uomo fallito dal punto di vista familiare (“inesistente” per la moglie), di successo ma costantemente insicuro e impaurito, bisognoso di un conforto (e di un confronto) proveniente da esponenti di servizi segreti stranieri presenti sul territorio italiano come se fossero turisti, disorientato dal punto di vista decisionale come lo fu l’intera classe politica italiana durante quei terribili giorni. Un politico-bambino, che affoga il bisogno impotente di salvare l’amico Aldo (riconosciuto come padre e mentore dal politico sardo) nella passione radioamatoriale per l’esterno, per una voce proveniente da fuori, in grado di sottrarlo al peso insopportabile del suo ministero. Un Cossiga fissato, dissociato, paranoico, ossessionato dal futile, dai particolari insignificanti e dal fantasma ante mortem di Moro.

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Il piano che sarà

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a Jurij Andrèevič Živago

Siamo freddi cieli stellati
puntelli di luce ineguale
sul piano curvo del presente.
Ci raggiungono misti bagliori
da obliqui passati pulsanti
tutti insieme, come voci latenti
di un coro ormai spento, spopolato
differenti le distanze dagli astri defunti.

Cos’è questa buia condanna
che ogni cosa ricorda, immortala
e conserva gelosa, inconscia
in scrigni di domani sospesi?

Nessuna benevola censura
fa una cernita di noi, che so!
l’assassinio dell’archivista
il repulisti di primavera
uno scarto di ricordi, almeno quelli più usati
lasciati alla corrente immemore della vita
sfuggiti, graziati, al fine liberi di tornare
alla fonte, a un’origine delle intenzioni

invece niente, nella scatola dei souvenir
tutto rimane limpido, tenero
sul piano apparente e notturno
di un vivo attuale che non perdona.

Avverrà, un giorno
il punto di non ritorno da questo sfondo in cantiere
le dediche disseminate tra le mani di sposa
il ninnolo impolverato scoperto dagli eredi
un suono di campana tibetana, vigliacco di spalle
a svegliare antichi dolori, dolci di vecchiaia, a pugnalare.

Neve, guerra, poesia

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Sono saldate ormai
da un sigillo d’addio
le carte d’inverno tradotte
sudate, senza più voce privata

per fuochi di guerra
e neve, parole fioccano
sulle grida di madre
lontana protesta dai figli
ingannati, invasori segnati di zeta.

Non offro che freddi versi
dinanzi ai carri del breve secolo
sempre gli stessi e mortali,
tornano, ignari dei dolci tepori d’Aprile
di nuovo su strade straniere.

Incredibile come le coordinate
del cemento custode di ritorni
annuncino quiete primavere
su un sabato privo di macerie.

(foto: Battaglia di Stalingrado)

In ricordo di Antonio Scarpone…

Ciao Antonio… e grazie!

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Arrivederci Antò, ci ribeccheremo di nuovo alla fine di questo tunnel chiamato ‘vita’!

Cinque Terre

dedicata ad Antonio

Gli inerpicarsi sudati
in strane, inattese
primavere d’inverno
su nere rocce salate
scavate dal ritmo naturale
di una poesia infinita,
essere giovani, di nuovo
tra spruzzi feroci
dal mare natalizio
che ignora
i non degni di Byron.

La sete di altri scorci
inesplorati, senza futuro
e sprazzi di storia
nel rosso tramonto che
annuncia speranze d’orizzonte,
una preghiera involontaria
diventa strada tra pietre
antiche
come voci evocate.

Proteggimi, pieve di costiera!
agitata da onde di tempo
al tremolio di devote candele
con spuma di persi pensieri

hai salutato nei secoli
schiere di ignoti partenti
su legni
verso lontane fortune.

(m.n.)

Quando una persona cara, un amico, ci lascia per sempre, subito dopo aver realizzato l’inesorabilità dell’evento chiamato “morte”, che ci priva della presenza ma non del suo riverbero, andiamo istintivamente alla ricerca di quelle briciole lasciate lungo il cammino condiviso con chi è scomparso. Facciamo così con tutti, sempre: è una ricerca naturale, umana, spontanea, da non rimandare; è un modo – con i nostri poveri mezzi umani – per contrastare l’oblio, il traffico di una vita occupata molto spesso da cose inutili e assurde che ci allontana dall’essenza che conta. Una mossa da fare a caldo per mettere dei paletti cronologici e dire “da qui la dimenticanza non passerà!”. Fissare la storia, la micro-storia: quella che non va sui libri di Storia Ufficiale ma che è importante per chi l’ha vissuta.

Si tratta di ricordi personali, che tali restano, e di tracce pubbliche, come quelle lasciate da Antonio che era ed è poeta, vernacolista, scrittore, saggista, cinefilo, estimatore del grande Fabrizio De André, letterato per studi universitari e per passione, uomo colto inizialmente per il piacere in sé del sapere e in seguito insegnante per il piacere di trasmettere quella conoscenza agli altri, soprattutto alle giovani menti che ha avuto l’occasione di incontrare e plasmare operando nel delicato mondo della scuola. Le briciole sono la testimonianza concreta di ciò che è avvenuto realmente e non di ciò che sarebbe potuto essere e non si è verificato per altri motivi; forse queste briciole, da raccogliere e valorizzare ogni giorno e non da nascondere sotto il tappeto del tempo, sono solo uno stratagemma attuato da noi viventi per alleviare il dolore del distacco e dell’assenza improvvisa, fatto sta che attraverso di esse riusciamo a proseguire un discorso lasciato a metà e che non avremmo voluto interrompere. Beato, dunque, chi come Antonio ha lasciato e lascia tracce non solo esistenziali, affettive, biografiche ma anche “intellettuali” da poter rileggere, ripercorrere, rivivere mentalmente. E da cui continuare a trarre un insegnamento perenne…

Di seguito ho pensato di elencare alcune di queste briciole, ma chissà quante altre avrà sparse in giro nel corso della sua esistenza culturalmente attiva e vissuta all’insegna di una sana e autentica voglia di vivere…! Si tratta di tracce scritturali lasciate da Antonio soprattutto, ma non solo, risalenti al periodo di quando ho avuto l’onore e il piacere di averlo tra i collaboratori della rivista letteraria trimestrale “Nugae – scritti autografi” da me diretta fino al 2009. Quando possibile, ho lasciato il pdf (liberamente scaricabile) o il link al post contenente il contributo di Antonio; in altri casi si tratta di collegamenti a sommari di numeri non disponibili in versione pdf ma solo cartacea.

Ho pensato a questo elenco sperando di fare cosa gradita non solo a familiari, parenti e amici “stretti”, ma soprattutto a chi passerà per caso su questo blog non conoscendo il Prof. Antonio Scarpone di Galdo degli Alburni (SA) e trapiantato a Sarzana (SP) per lavoro, a chi non ha fatto in tempo a sviluppare un’amicizia con Antonio, e avrebbe voluto, o a chi lo ha semplicemente sfiorato in questa esistenza e ha capito che c’era molto, ma molto altro ancora da capire e conoscere… Buona lettura e grazie! (m.n.)

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Edoardo Bennato e il “Peter Pan Rock ’n’ Roll tour”

edoardo-bennato-peter-pan-rockn-roll-tour-2022
post dedicato all’amico Antonio Scarpone,
scomparso maledettamente troppo presto
di notte, mentre ero a questo concerto di Bennato…
Che bello tornare in teatro, ed è ancora più bello se si torna per un concerto. Ieri sera uno strepitoso Edoardo Bennato – per celebrare i 40 anni di “Sono solo canzonette”– ha preso in ostaggio per più di due ore il suo pubblico di Napoli al Teatro Augusteo, meravigliosamente assembrato come in tempi pre-pandemici e nonostante le ffp2 a nascondere le labbra in movimento, mai stanco di canticchiare le storiche canzoni del “rinnegato”. Inizialmente accompagnato dal quartetto d’archi “Flegreo”, l’architetto Bennato è esploso in faccia alla sua gente, in attesa da due anni di ritornare in presenza, con la classica formazione rock (la “On stage Be Band”) che ha reso arduo il restare seduti in un teatro strapieno quando sullo sfondo, alle spalle dei musicisti, è ricomparsa in un’animazione, minacciosa e mai passata di moda, la Torre di Babele che imperterriti continuiamo a costruire. Brani tratti dagli album che lo hanno condotto al successo e da quelli più recenti, passando per la parentesi trasformista di Joe Sarnataro che ancora oggi si chiede “Sotto viale Augusto che ce sta?”, fino a rituffarsi nella musica di quel Peter Pan che si porta dietro da sempre, incapace di diventare adulto perché allergico ai dettami del sistema (primo fra tutti quello discografico)… Un concerto “infinito” tra spiegoni biascicati (Edoardo Bennato è stato sempre più bravo a suonare e cantare che a parlare in maniera lineare: da qui la nostra rassicurante certezza che non si darà mai alla politica come il protagonista del brano “Vutammo pe te'”!) e la voglia di ripercorrersi in compagnia di un pubblico trasversale, dai capelli bianchi della prima ora, al ragazzino “iniziato” dal padre al rock partenopeo: la materia c’è, favole da raccontare e ancora attuali quante ne vogliamo. Bennato ha sottolineato più volte che i personaggi collodiani sono attualissimi, e l’inventore di Pinocchio “chissà cosa avrebbe pensato di quest’epoca” in cui grilli parlanti, gatti e volpi non mancano affatto. Dopo il dolce omaggio all’amico scomparso Tito Stagno con il brano “La luna”, l’apoteosi viene raggiunta quando alla fine del concerto il quartetto d’archi si unisce alla band rock: chitarre elettriche e violini suonati in piedi o pizzicati, come scacciapensieri nei fumosi saloon di un Far West immaginifico.

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