Giorni e non

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Quando domani tornerai a vivere
riconoscerai i giorni della non vita
che oggi chiami con nomi di fantasia:
sedia, arcobaleno, benda, corvo, sacchetto
di plastica i pensieri mentre pedali nella sera.
Il mondo è una stanza enorme e vuota
con la porta di coraggio antico stagionato
e una maniglia per aprirti alla storia
solo dal tuo lato – dice il venditore di api
abituato a farsi pungere da tre generazioni.

La stampante senza che nulla le dica
come un gatto dalla lingua elettrica
parte a pulirsi le testine di notte, nel silenzio
tramando scritture clandestine alle mie spalle,
“lei” sa cosa fare

nel buio del suo sesso d’inchiostro
puntato su fogli bianchi d’inconscio
descrive meglio di voi assenti i giorni persi
contando pillole e respiri di madri bambine.

– video correlato –

“Jump” – Van Halen

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“Elogio del post apocalittico” su Poliscritture

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Per aver accolto, letto e pubblicato il mio articolo “Elogio del post apocalittico”, desidero ringraziare la rivista “POLISCRITTURE”, laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate… Per leggerlo: QUI!

[…] Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. […]

Crudeltà

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Bucando l’asfalto con un chiodo
ho visto zampillare il sangue
sotterraneo e caldo
della storica crudeltà
reggente il mondo
fin dall’alba.

Era il gatto con l’anca spezzata,
il cucciolo sbranato dal potente,
le mammelle inturgidite di una madre
senza più figli da allattare.
Era il monotono latrato notturno
del cane prigioniero,
il vagito del neonato tra i sacchetti,
la fiduciosa falena ignorante
bruciata dalla sensuale luce blu.
Era il colombo schiacciato
dall’auto decisa,
l’albero tagliato
da capricci istituzionali,
il paziente nido di rondine
sfrattato dal muro,
la pianta sradicata
perché senza fiori,
il calcio al ventre del randagio,
il pesce nella boccia di vetro
che sogna oceani.
Era il pitone abbandonato
sulla Salerno-Reggio Calabria,
la madre nell’ospizio
tra piscio, semolino e Radio Maria,
il veleno per i passerotti,
l’intelligenza nazista
applicata alle zanzare,
il vecchio torvo
col bastone severo,
la nidiata affogata per gioco,
il corpo mummificato del vicino
davanti alla tivù
e la cassetta postale
piena di bollette scadute.

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Chiediamo silenzio

Tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi” vol.2 (ed. nugae 2.0 – 2020).

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Cultura non richiesta

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Gentili messaggi sottocutanei
da elettrodomestici parlanti
informano la massa umana
su trame indesiderate.
Portatori sani di metadati
ricompongono sorridenti e ignoranti
l’impercettibile puzzle del sistema.

Anche il frammento è potente.

La molecola linguistica
agisce sull’azione di un uomo
nato schiavo.
Spegnere tutto sarà inutile.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” – ed. nugae 2.0, 2016)

BAI! BAI!

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La turista si perde in scatti
impossibili come pensieri nati per strada,
i suoi passi scivolano ingenui e caotici
su lame sudate di città non lineari,
e si affretta, sorpresa e disfatta
schivando auto e ladri in ferie,

già pronta alla partenza,
ignora le onde disperate
di vite non ancora sporche,
affogate nel silenzio
tra vicoli di luppolo e libri.

Come la prima volta

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(manifesto del silenzio)

 

Non voglio abituarmi
allo sguardo posato su di te
sul verde selvaggio dietro casa
mentre invade i ruderi contadini
al vento secco che accarezza
la pelle assetata di buio e libertà,

non voglio abituarmi
al tuo facile soddisfare le mie voglie
allo stupore per il vecchio curvo
che passa lungo l’assolato
desertico
orizzonte pomeridiano,
per l’essenza delle cose
che dall’altro secolo mi circondano,

alla donna che spolvera
incuriosita dal mio costante leggere
nella stessa posizione da millenni
alle parole che attendono
devote e silenziose, chiuse
in libri relegati nei luoghi
dell’intatto privilegio.

Non mi abituerò
a quella nostalgia di te
che cresce lentamente,
termometro cittadino
di lacune esistenziali
fino a raggiungere
i rossi gradi delle partenze
il cibo stipato in fretta
come durante naufragi
imminenti, tra onde di
non vita e vuoti a prendere.

Non posso abituarmi alla bellezza
al trampolino dei pensieri
ai vecchi cancelli invasi dall’erba
alla ruggine dei ferri e della gente
a quella decadenza entrata nell’anima
alla cattiveria nel vivere accanto
al crudo reagire che tutto circonda,

e nemmeno alla dolcezza dei silenzi
all’essere pendolo insoddisfatto
tra qui e là
al pedalare verso libertà locali
come se fossi nato già così
senza catene,
come se avessi dimenticato
quel che è costata la lenta conquista
del mio essere ancora in questa terra
e le luci nel cielo notturno
un tempo venerato.

Non può diventare abitudine
la morte scelta con amore
la pagina assaporata succhiando matite
lì dove tutto tace in attesa
che l’universo si sveli,
non il passo serale verso l’imbrunire
la parola scritta su sedie rotte
la famiglia di corvi sotto il ponte d’acciaio.

Non posso diventare come altri
abituati a essere fortunati
senza saperlo fino in fondo
privati di sapienti occhi esterni
eternamente prigionieri
di un consueto ereditato.

Basterà tornare a fare silenzio
lasciarsi vivere dal cosmo pulsante
rinnovare la scoperta
ascoltare l’inascoltato
l’inutile poesia negli oggetti
e negli esseri viventi senza nome.

A voi che osservate con sospetto
la mia scelta ripetuta nel tempo
donerò il lato pratico dell’esserci,
non andrò oltre, non capireste!
Sarà un inganno iniettato
con maestria e abili assenze
negli occhi annebbiati dal fare
dalla posizione nel mondo
dal frutto glorioso dei lombi.

Mi sottraggo al vostro
e al mio meccanismo scontato,
all’obbligo di fabbrica
alle facili sintesi da panchina
alle parole di circostanza,

coltiverò il vizio antico di ricercare
il succo aspro delle visioni che contano
il volo che sorprende
l’aria che cura ferite
il canto che incanta
lo sfacelo che rincuora.

versione pdf: Come la prima volta 

(immagine: disegno a china

autore: Nigro Ermanno

titolo e data: assenti)

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Musica nel tasco

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Conservo musica
come pane nel tasco
prima dei molti cammini
nel silenzio cercato.

Tu, senza campo, ladra
di passati in estate
distruggi vecchi diari
foto di quel che eri
e metti in vendita
la casa dell’infanzia.

Donna che non lascia tracce
partirò anche per te
con il favore delle tenebre
verso la nostra dimora ideale.