Tenersi al mondo

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a Gabriele Galloni*

Mi stupirò per sempre
dell’aria sotto l’ala che fa portanza
del ferro contro ferro sulle rotaie
scintillanti nella notte della storia,
di quest’uomo, errore evolutivo
che sogna e muore, progetta e crepa
si rialza e s’ammazza
lavora e soccombe,

spera e non vede
l’inconsistenza dell’alito
che lo tiene al mondo.

∗ dedica postuma,

poesia pubblicata, inconsapevolmente, nel giorno della sua partenza.

Abbracciare la causa interiore

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Quasi un manifesto poetico

Si può essere un po’ pasticceri, un po’ meccanici, un po’ avvocati, un po’ medici? Si può essere un po’ poeti? E nel dire essere non mi riferisco alla riuscita stilistica (che può verificarsi anche privatamente) o al successo editoriale che (non sempre accade, nonostante l’eventuale maturità letteraria raggiunta) ne potrebbe scaturire. Ma proprio all’essere nel senso di vissuto. No, non mi riferisco nemmeno a un vissuto maledetto, avventuroso o scapestrato, come romanticamente ci si aspetterebbe da un Poeta che, come è noto, non scrive per vivere ma vive per poterne scrivere. Il poeta può passare inosservato, essere ignorato per gran parte della sua esistenza, vivere una vita apparentemente insignificante e sottotraccia, ma al tempo stesso essere considerato poeta da quei pochi, forse pochissimi, che riescono ad affacciarsi dal dirupo della sua anima ed esclamare “Wow!” o “Mah!”.

No, non si può saper guarnire solo alcune torte con un solo tipo di crema; non si può saper aggiustare solo alcuni tipi di motore; non si può conoscere solo una parte del codice civile; non si può conoscere solo una parte dell’anatomia umana. Non si può essere poeti solo sulla carta, quando arriva l’ispirazione e si scrivono versi, quando si pubblica una raccolta con un buon editore, quando si fa il firmacopie sentendosi (ingiustificatamente!) importanti o quando un lettore comunica il proprio entusiasmo al poeta per alcune parole felici o per dei versi che hanno colpito nel punto giusto e al momento giusto. Non si può essere ciò che si è solo quando il gioco gira nella direzione a noi gradita, agli orari e nei giorni preferiti, nelle modalità più comode; bisogna abbracciare la causa interiore in maniera costante. C’è bisogno di essere e non di sembrare ogni tanto. E si è maggiormente poeti quando non visti, addirittura quando non letti, e non per riflesso del consenso dei lettori. Si può smettere di scrivere, si può scegliere di non pubblicare più nulla, ma la ricerca resta in funzione e continua ad agire dentro e fuori il poeta. La ricerca è ascolto, è lo sguardo sul mondo (e prima o poi bisogna dare conto di questo esercizio “visivo” dell’anima), è rispetto della propria sensibilità, è il modo in cui si traduce un panorama non per forza esteriore o uno stato d’animo in parole non scritte ma solo pensate; è il modo di camminare, di non parlare, di non presenziare, di non farsi influenzare in un mondo di influencer; è stile sconosciuto ai molti, perché è più semplice mostrare la parte facile a un mondo che non ha (più?) voglia di conoscere l’altro, il poeta.

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Crudeltà

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Bucando l’asfalto con un chiodo
ho visto zampillare il sangue
sotterraneo e caldo
della storica crudeltà
reggente il mondo
fin dall’alba.

Era il gatto con l’anca spezzata,
il cucciolo sbranato dal potente,
le mammelle inturgidite di una madre
senza più figli da allattare.
Era il monotono latrato notturno
del cane prigioniero,
il vagito del neonato tra i sacchetti,
la fiduciosa falena ignorante
bruciata dalla sensuale luce blu.
Era il colombo schiacciato
dall’auto decisa,
l’albero tagliato
da capricci istituzionali,
il paziente nido di rondine
sfrattato dal muro,
la pianta sradicata
perché senza fiori,
il calcio al ventre del randagio,
il pesce nella boccia di vetro
che sogna oceani.
Era il pitone abbandonato
sulla Salerno-Reggio Calabria,
la madre nell’ospizio
tra piscio, semolino e Radio Maria,
il veleno per i passerotti,
l’intelligenza nazista
applicata alle zanzare,
il vecchio torvo
col bastone severo,
la nidiata affogata per gioco,
il corpo mummificato del vicino
davanti alla tivù
e la cassetta postale
piena di bollette scadute.

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BAI! BAI!

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La turista si perde in scatti
impossibili come pensieri nati per strada,
i suoi passi scivolano ingenui e caotici
su lame sudate di città non lineari,
e si affretta, sorpresa e disfatta
schivando auto e ladri in ferie,

già pronta alla partenza,
ignora le onde disperate
di vite non ancora sporche,
affogate nel silenzio
tra vicoli di luppolo e libri.

Sole e luna

Manca un progetto
e la speranza che l’accompagna,
manca il verde dell’epoca
in cui speranza c’era

si vendeva a canne
lungo la strada per Futura
a donne di passaggio.

Gli strumenti sono diventati semplici
ridotti all’essenza analogica
inadeguati per questo mondo
ma sufficienti al piccolo cosmo
che circonda la casa
immersa nelle sinfonie dei migranti.

Non ti orienti più
con i disegni astrali
nel cielo notturno d’autunno,

sulla parete del buen retiro
un arazzo con l’unione di sole e luna
a cui è difficile credere
al tramonto di una luce romana.

(immagine: “La luna in una stanza”, ph M. Nigro©2020)

“Il viaggio di Elisabeth”, 3 domande ad Antonella Tresoldi

“Il viaggio di Elisabeth” è il titolo dell’ultimo lavoro dell’autrice ferrarese Antonella Tresoldi; un delicato racconto ibrido, oscillante tra poesia non intercalata a caso e prosa diaristica; la descrizione di un viaggio iniziatico, giorno dopo giorno, di una lenta ma inesorabile liberazione da maschere esistenziali e sovrastrutture culturali; l’origine di una ricerca che si fa viaggio esterno ma che interessa il dentro della protagonista e di ognuno di noi. Diventare (o ri-diventare) antenna che ascolta nel silenzio. Conoscere se stessi per non farsi pilotare dai “personaggi inutili” (indossati o subiti) della vita quotidiana: l’importanza di riuscire a dire “io sono!”.

Utilizzando una frase imperativa, presa in prestito da un brano del cantautore siciliano Franco Battiato, questo romanzo di Antonella Tresoldi potrebbe essere così sintetizzato: “Lascia tutto e seguiti!”. Ma per lasciare tutto (e tutti), per interrompere le abitudini che ci accecano, deve esserci un movente forte, una crisi (termine da sempre accompagnato da un alone catastrofico e che invece significa “trasformazione”, nella maggior parte dei casi in qualcosa di buono anche se spaventosamente nuovo e destabilizzante), una sete, la stessa a cui faceva riferimento Gurdjieff, maestro di un insegnamento sconosciuto, e che è alla base di una ricerca degna di questo nome. Se non c’è vera sete, i viaggi durano poco o sono viaggi fasulli destinati a deviare dal percorso.

Segni e sogni premonitori, visioni, richiami tangibili da altre dimensioni a un’essenzialità che pretende un ritorno alle origini (o a un’origine superiore che prescinde dall’individualità, dall’ego e dalla storia personale) risalendo la corrente, risposte nette, draconiane, da parte di Elisabeth, la protagonista di questa storia. Il romanzo sottintende una vena esoterica accennata e mai prevalente. L’uomo di oggi, nonostante ne avverta confusamente l’esigenza in alcuni momenti di difficoltà, è ancora in grado di ricercare il sacro (non per forza religiosamente inteso), di fare scelte coraggiose per cominciare viaggi verso l’essenza dell’esistere?

Il singolo individuo può; se invece intendiamo l’uomo in senso generale e cioè come umanità, non credo. Questo è particolarmente evidente nel momento attuale, in cui alla continua evoluzione sociale e tecnologica non è corrisposta parimenti un’evoluzione spirituale e di pensiero. La Ricerca di Verità costa sacrificio, studio, attenzione e sperimentazione su se stessi, non è mai facile e non ha scadenza: non si è mai arrivati.

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Il giorno del Signore

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Non voglio mescolare
le mie gambe alle vostre
tra i banchi delle domeniche
donate al Signore ignorato,
diverrei anch’io cantore ipocrita
tra cori ugolanti d’ipocrisia,
perfido doganiere delle vite altrui
telecamera di carne assetata di fatti,
egoista e generoso
come quei mucchi di madri
nere di lutto e d’avarizia
che sognano il figlio prete.

Diluviami la mente
con passi di preghiera nel creato,
incontrerò divinità senza chiese
sulle fragili ali di un insetto,
navate di verdi foglie
accoglieranno il mio laico salmo.

(immagine: by Pawel Kuczynski)

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Pensione esotica

dubai, dopo due mesi di lockdown

Sarai ovunque, padrone del futuro
sradicato abitante del mondo
libero, senza piante da innaffiare.
Azzerando il passato, in cerca di una vita primitiva
non se ne accorgerà nessuno
della nuova esotica visione che avrai di te.
Erediterai i frutti del comportamento
dopo la veloce lettura di un testamento prevedibile.

Con i nodi di sangue slegati dal tempo
e i destini induriti, dissolti dalla morte
ti darai l’assoluzione durante il secondo tempo
di un’esistenza lenta ma forte.
Poche tracce alle spalle, cancellate da silenzi studiati
un naufragio meditato e calcolato
cancellerai il nome dall’anagrafe e dalla storia locale.

Non essere mai stato,
anche se di tanto in tanto
la molla dolorosa dei ricordi ti riporterà a casa
con la valigia sempre pronta, per riprovare a dimenticare.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(foto dal web: Dubai dopo due mesi di lockdown)

– video correlato –

New Trolls, “Concerto Grosso n.1 – I tempo: Adagio (Shadows)”