Alessandro Canzian (Laboratori Poesia) su “Pomeriggi…”

“… Michele Nigro in queste pagine affronta, prima del testo, la vita, restando in bilico tra un passato e un presente privi di definizioni. Ne emerge quindi una serie di scatti fotografici volontariamente sgranati, soffusi, non contestualizzabili. Non è poesia civile (esiste ancora?), non è poesia d’amore (anche quando parla d’amore, più sovente di perdita), non è poesia esistenzialista (nonostante ne affronti, inevitabilmente, i temi). È uno sguardo sul mondo e sulla vita che registra non l’oggettività ma l’interpretazione che ne consegue, che accade. E per farlo Nigro si appella alla metafora madre del libro che fin dal titolo trova una sua esplicitazione. Cos’altro è il pomeriggio se non quel momento/limbo che non è più mattina, non è più alba e risveglio, e non è ancora sera, tramonto o inizio della notte? Il pomeriggio (tra l’altro: perduto) diventa la quotidianità che rifugge la falsificazione, la visione idealizzata e romanticizzata, è un muro grigio che dice la vita che è accaduta…”

Per leggere l’intera recensione: qui!

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“Estate”, da “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0)

tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016)

Estate


Incoerente e tempestosa,
stagione di soli presunti
in lenta mutazione
verso un buio che non vivremo
di bizzarri esperimenti autunnali,
estate
con le tue piogge fuori luogo
sei promemoria a nature invernali.

Che me ne importa dei bagnanti delusi
se i mari che solcherò non sono fatti d’acqua
se la mia vacanza non è di questo mondo?

Bar Epoché

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Essere soli tra la folla
seduti, in silenzio
pazienti come cacciatori
di verità umane su volti passanti,
sospendere il giudizio
o criticare con leggerezza.
Assorbire esistenze, registrarle
su taccuini di vetro scuro,
sentirsi parte del flusso urbano
e levigata pietra immobile
ai margini della corrente.

Quante facce nuove, perlate di affanni
alcune ripassano, simili a déjà vu,
sport estivi, osservazioni da bar
cercare senza risolvere
una poetica della città.
Attendere l’occasione giusta
per capire cose non scritte nei libri,
imparare per caso
saperi sospesi tra la gente.

Le cose da fare

foto di PHILIPPE HALSMAN

La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.

Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.

Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.

(foto: The Versatile Jean Cocteau, 1949

di Philippe Halsman)

 

Non c’è più tempo

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Non abbiamo tempo

da perdere

o da cercare, trovare

e poi riperdere,

abbiamo bisogno ora

di persone facili, decifrate in partenza

dall’esperienza del dolore

da non attendere in vie alberate

sotto finestre illuminate non per noi

ululando futuri nati morti

alle fermate di tram desiderati e persi

o sezionare a crudo su

tavoli crudeli di tempo anatomico

perché non c’è più

tempo come il tempo che sta in cielo

infinito e incosciente, fatto di pioggia

e venti caldi, fulmini e saette.

Abbiamo bisogno – ora! –

di porte aperte, socchiuse a invitarci

o già sfondate

da rabbiosi calci di decenni

a perdere tempo

e a lasciarsi andare lungo

la corrente immemore

di autunnali fatalità.

Queste parole sono la mia terra

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Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me.

(“This Land Is Your Land”, Woody Guthrie)

 

Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’intervista, all’indomani della pubblicazione della mia raccolta “Nessuno nasce pulito”, adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Quasi una pacifica (e ossimorica) dichiarazione di guerra a un territorio invisibile, popolato da lettori e critici invisibili, presenti o futuri, vicini o lontani, non importava. Una dichiarazione preventiva, pur in assenza di detrattori ufficiali, ma necessaria, programmatica, un manifesto assertivo valido per tutti i tempi, scritto più per me stesso che per gli altri.

In seguito, leggendo finalmente “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, ho, in più punti del celebre epistolario, individuato stralci di saggezza e benevoli consigli paterni (e mai paternalistici) indirizzati a Franz Xaver Kappus, che riprendevano in maniera decisamente più esaustiva la mia acerba dichiarazione di assertività.

Il frenetico bisogno di consenso che emerge agli esordi, l’inutile necessità di combattere i detrattori (solo dopo si comprende che è inutile e distraente), l’energia mentale, che dovrebbe essere impiegata sapientemente in una privata ricerca poetica, sprecata in tediose ed esasperanti battaglie sociali (o social, visti i tempi e le mode comunicative): tutti questi fattori di tensione rappresentano veri e propri veleni per l’anima. Oltre che un’irreparabile perdita di tempo.

Scrive Rilke: <<Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico…>> soprattutto se questa, come dirà in seguito, <<nasce da necessità>>. L’urgenza meditata, e non il dilettante autocompiacimento rilassato o lo sfogo amoristico, imprime quasi sempre bontà nell’opera: questo accade perché nell’urgenza, spesso dignitosamente dolorosa o comunque non vissuta con piglio hobbistico ma con un responsabile impegno verso se stesso e il mondo, il poeta è più vero, trasparente, naturale come il suo dolore (o la sua gioia), il suo linguaggio è più asciutto ma mai freddo e sterile, e non inquinato da tecnicismi accademici o razionali barocchismi per stupire, il suo pensiero è destrutturato, diretto, efficace, lontano da scuole o manifesti letterari ufficiali.

E ancora, ribadendo l’elogio dell’inutilità degli altri nella critica poetica: <<… Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato [l’infanzia, ndb]; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita…>>

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