Pianto greco

papa Francesco da giovane

Non sederti dal lato fragile della musica
quando stai bene e sorridi,
osserva stupita gli angoli inediti della stanza del figlio
quando il sasso della tristezza ti opprime il petto,

scoprirai oggetti sconosciuti e meravigliosi
in bilico sul presente che frusta la pazienza
arazzi mai sbattuti al sole del passato
punti di vista di quando non porti solo il caffè
puntuale come i treni dell’infanzia.

Di tanto in tanto un pianto ribelle e una goccia chimica
per stare a parlare tra noi, tentare un dialogo calmo,
le musiche che amavi, il mio suono di flauto giovanile
prestato a raminghi santi di strada
sono diventati motivo di facili lacrime,
il corpo e la mente chiedono venia
ma riscuotono la parcella da antichi dolori custoditi

di notte la danza del sonno dei figli intorno al talamo
e nell’alba la speranza di un giorno diverso,
spiarti e tremare dietro le quinte dei malanni
come genitori dinanzi ai primi passi
di una prole al contrario.

Non ho da fare come credevi,
puoi restare quanto vuoi!
Inutili sono le cose del mondo
se l’urgenza riguarda l’essenza.
Congelo attimi e gesti
per le carestie del futuro,

regalami il tuo sguardo sperduto
i sensi di colpa per chi ti sta attorno
gli occhi ingranditi dai vetri
mentre osservi nostalgica
il traffico in strada di gente mascherata
che non attende chi resta indietro,

regalami le mani rabbiose per guarigioni in ritardo
il gioioso passo insicuro verso il confessore
la preghiera smorzata dalla sfiducia
la grigia testa di passerotto vegliardo
in cerca dei sereni nidi dell’anima.

“Conversione di Bernardo” – Riz Ortolani

Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

  ♦

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Medialismi 2.0’2.0 Impronte, corrispondenze, stendali, metessi e altre storie

Medialismi 2.0’2.0
Impronte, corrispondenze, stendali, metessi & altre storie
La Rassegna si rifà al concetto di Pratiche Mediali Diffuse, ovvero un’arte realizzata con il supporto della tecnologia e dei diversi linguaggi dei new media e si articola in sei segmenti correlati: MediAzioni & Corrispondenze, Metessi (Opera/Pensiero), Impronte, Stendali, Manifesti, Pro.Segni.
Il progetto è stato realizzato sotto l’ideazione e la cura di Gabriele Perretta, seguendo la traccia di questo suo pensiero, che risale al periodo 1984/89 e che ha caratterizzato il suo percorso critico fino ad oggi: «Ogni testo si costruisce come mosaico di segni, ogni testo è assorbimento e trasformazione di un altro testo. Al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intermedialità e il linguaggio artistico si pone come esposizione e come relazionalità».

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Musica nel tasco

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Conservo musica
come pane nel tasco
prima dei molti cammini
nel silenzio cercato.

Tu, senza campo, ladra
di passati in estate
distruggi vecchi diari
foto di quel che eri
e metti in vendita
la casa dell’infanzia.

Donna che non lascia tracce
partirò anche per te
con il favore delle tenebre
verso la nostra dimora ideale.

Giordano

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C’è una poesia povera e lercia
che nasce con parole di strada,
somiglia al lamento dei vicini
ululante come vento sotto la porta

infastidisce all’inizio
per l’angoscia che dà
poi t’innamori del suo odore
del tuo essere uguale
al finto rifiuto del primo
conoscersi, approccio da bar
tocco casuale di mani sulla pista da ballo

a quel dipanarsi di sussurri
volgari ma pieni di fascino
inspiegabile ritmo interiore

abituato a musiche solitarie
riesce a dire cose importanti
mentre ancora tentenni
sull’ultimo verso della sera.

Ho sempre salvato dal fuoco
le parole degli eretici, dei condannati
degli espulsi, degli arsi vivi
come vivo di futura speranza
il loro sguardo ribelle,
scomodo, nemico instabile.

Non coincide il bel suono
con l’animo bestemmiatore
del poeta prigioniero,

è già pronta la pira
che non fonderà le sue catene.

Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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Vite parallele

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Vite parallele

“Credo nella reincarnazione
in quel lungo percorso
che fa vivere vite in quantità
ma temo sempre l’oblio
la dimenticanza…
E già qui vivo vite parallele.”
da “Vite parallele” – Sgalambro/Battiato

 

Gli anni che precedettero il viaggio a Vienna furono duri.

Certe velleità artistiche possono spingere l’essere umano lontano, molto lontano. E la capitale austriaca rappresentava, agli occhi del giovane disegnatore, la “terra promessa” in cui poter realizzare il sogno da sempre coltivato: diventare un artista di successo.

Oltre alla cartellina contenente i disegni e l’astuccio con i lapis già consumati, il bagaglio del giovane consisteva in una semplice valigia ricolma di rabbia, frustrazione, intolleranza e tanta voglia di cambiare le cose. La miseria e la promiscuità del quartiere che l’ospitava non avrebbero certo migliorato il suo stato d’animo tetro e diffidente. 

Ma i sogni richiedono sacrificio e, tutto sommato, era finalmente giunto a Vienna dove, non importava se tra settimane o mesi, avrebbe avuto i primi contatti con il vero obiettivo del suo viaggio: l’Accademia di Belle Arti.

L’adolescenza costellata di insuccessi e il superbo isolamento in cui si adagiò, avevano sviluppato in lui la solipsistica certezza che il gusto per il bello non poteva e non doveva appartenere a tutti gli esseri umani: solo alcuni sparuti eletti, forgiati nel dolore e nella consapevolezza di dover ricercare una presunta purezza smarrita, potevano avvicinarsi alla comprensione di certe forme anatomiche ideali e all’apprezzamento di quei paesaggi naturali che richiamavano alla memoria la responsabilità e l’onore nell’essere teutonici.

I primi dischi di Wagner sul grammofono di casa e la commozione dinanzi all’impenetrabile barriera verde scuro della Foresta Nera; la dolce armonia delle vette innevate e la calma sorprendente dei laghi di montagna; la gelida agitazione del Mare del Nord e i ricordi infantili nella Selva bavarese; la bellezza della sua gente e l’orgoglio per la storia di un paese che nascondeva le sue nobili origini sotto una coltre di vergogna storica. 

Tutti questi aspetti trasparivano dai tratti nostalgici dei suoi disegni e le scene rappresentate in essi non testimoniavano la Germania del presente, ma sembravano piuttosto i promemoria di chi attende il ritorno di un’epoca arcaica mai vissuta e soltanto letta o sognata.

La bolgia umana che ritrovò a Vienna, rinforzava ancora di più le sue paure nei confronti di una minaccia che presto avrebbe assunto i connotati di un gruppo di responsabili da combattere con veemenza e ossessionante paranoia. E la ricerca di una “fonte pura” da cui attingere l’acqua sacra di un nuovo ordine divenne il subdolo imperativo del giovane artista.

Sicuramente l’arte e la ricerca insita nel processo artistico lo avrebbero aiutato in questa sua missione, ed era per questo che doveva assolutamente essere ammesso all’Accademia. Si trattava di un passaggio fondamentale che avrebbe dato un senso a quella sua vita precaria e raminga, trascorsa nei vicoli notturni del quartiere ebraico, tra birre solitarie e osservazioni sociologiche arrotate su una pietra scintillante d’odio.

O almeno l’ammissione avrebbe, in un certo qual modo, compensato le ingiustizie finora subite.

L’esistenza non è una strada rinchiusa tra due invalicabili muri di pietra: spesso il cammino dell’uomo è interrotto da sottopassaggi, sopraelevate, incroci custoditi, piccole stradine a fondo cieco e bivi. Non ne comprendiamo la funzione, non sappiamo come adoperare queste varianti, fino a quando non ci viene presentata la necessità di cambiare direzione, e quando ciò accade pensiamo ancora di percorrere il tragitto iniziale che noi crediamo di aver deciso di percorrere. Ma non è così.

La presunzione umana si sviluppa contemporaneamente all’inconsapevolezza che ne caratterizza le gesta. Anche l’uomo più determinato nella sua follia, e ideologicamente appassionato, è sottoposto a tale regola; anzi, la pressione evolutiva che accompagna le decisioni di tali uomini è maggiore che in altri, e ha un effetto coadiuvante su quegli storici cambiamenti di rotta che non conosceremo mai nel loro aspetto più intimo.

Perché tali personaggi pensano di essere loro stessi i demiurghi delle variazioni di percorso e non il caso o chissà che. Poveri illusi: vittime della stessa vana gloria di un granello di sabbia che vaga sospinto tra le onde dell’oceano, illudendosi di nuotare.

La mattina del primo colloquio con i docenti dell’Accademia possedeva tutte le caratteristiche dell’animo oscuro e minaccioso del disegnatore: dapprima un cielo plumbeo e in seguito una pioggia incessante, preannunciavano una serata fredda fatta apposta per rintanarsi in una fumosa birreria del centro.

Salendo lungo le scalinate dell’Accademia il pensiero dell’artista andava incessantemente a rivalutare le opere che avrebbe di lì a poco presentato alla commissione: “… andranno bene? … piaceranno?” – chiedeva in modo ossessivo una voce interiore che lo tormentava da anni, costringendolo a oscillare rovinosamente tra le onde vorticose della disistima di sé, sempre in agguato, e i porti sicuri dell’autoerotismo artistico. 

Aveva atteso quel momento per molti mesi e aveva sopportato in silenzio la vicinanza di tanti esseri inutili e abietti nella squallida pensione in cui alloggiava: non poteva tirarsi indietro proprio ora che era a due passi dalla verità. 

Una verità che avrebbe aperto le porte del suo futuro in quella città e non solo.

Era attratto dalle adunanze, dalle accese discussioni ideologiche e dalla vita politica, anche se disprezzava i politici e non poteva certo affermare di possedere degli “amici” in ambito sociale; con l’eccezione di qualche raro estimatore dei suoi disegni e delle sue idee in alcune famiglie abbienti dell’alta borghesia austriaca. Una sorta di condizione schizofrenica lo induceva a un’eterna transumanza tra l’amore viscerale per la propria terra e il rifiuto di ogni coinvolgimento sentimentale nei confronti della gente comune che incontrava tutti i giorni. Allo stesso modo, proprio in virtù di questa contraddizione interiore, sentiva crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria esistenza totalmente all’arte e in modo particolare al disegno, alla pittura.

Sapeva di sicuro che la vita politica appena in parte avrebbe potuto colmare i laceranti vuoti creati dai rancori e dalle sconfitte della sua esistenza, e che solo la rappresentazione artistica sarebbe stata in grado di ricreare nel suo cuore e nella sua mente gli scenari idealistici di un mondo ormai scomparso. La bruttezza, il disordine sociale e l’ingiustizia che incontrava per le strade di Vienna sarebbero state sostituite dal suo personale ideale di bellezza. Ideale a cui – così sperava – si sarebbero ispirate le generazioni successive a quella presente, sempre più stanca, disincantata e avvilita, ma bisognosa di ritrovare volontà, forza e orgoglio per combattere le nuove minacce e quelle antiche, radicate da secoli nel cuore dell’Europa.

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Cacciapaglia – Battiato: annullare le distanze

In questi giorni di quarantena e di isolamento dall’altro in cui stiamo scoprendo o riscoprendo le potenzialità, finora mal sfruttate – diciamocelo! -, dei social e dei vari mezzi di comunicazione tecnologici… il ricordo di un “esperimento a distanza” tra due amici musicisti!

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N I G R I C A N T E

A volte un singolo evento artistico è capace, da solo, di riassumere meglio di qualsiasi dissertazione la straordinarietà dell’epoca che viviamo. Mentre il mondo perde inesorabilmente “pezzi” di memoria storica e umana (vedi, ad esempio, il crollo all’interno degli scavi di Pompei), l’homo tecnologicus si prepara in maniera paradossale a diventare immortale e a superare le barriere dello spazio e del tempo senza sapere il “perché” di tale sforzo. Si tratta, infatti, di un’immortalità svuotata del suo significato…

Ricercando una “poetica della tecnologia”, ho avuto il piacere di vivere, ieri sera 19 novembre 2010, stando comodamente seduto all’interno della mia abitazione e adoperando alcuni strumenti di uso quotidiano (la radio del digitale terrestre captata dal mio personal computer), un momento davvero speciale: un incontro musicale a distanza tra Roberto Cacciapaglia e Franco Battiato su Radio 1. Niente di eccezionale, direte voi… Certo! Se non fosse stato per il fatto…

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