“Nato il Quattro Luglio”, di Ron Kovic

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Gli ideali politici, religiosi, filosofici, anche quelli più strutturati, prima o poi, cadono inesorabilmente dinanzi alle esigenze naturali dell’esistenza, agli istinti semplici che ci definiscono in qualità di esseri basilari, di animali. Possono cadere lentamente, senza far rumore, con una gradualità pacifica che nasce da un contro-ragionamento deciso e anch’esso ben costruito nel tempo, oppure accompagnati da uno schianto tremendo, da un dolore lancinante, da una sconfitta personale che si propaga come un violento incendio a una visione generale del proprio mondo valoriale che sembrava inattaccabile. L’autoreferenzialità di chi vuole diventare a tutti i costi il numero uno, il campione degli interventisti, l’eroe di riferimento della comunità, il paladino della propria chiesa, deve cedere il passo alla verità di una realtà non voluta ma reale, all’assurdità dell’errore che ci rende tragicamente ridicoli, alla caducità del proprio corpo rotto, al limite difficile da accettare di una gloria presunta e immaginata attraverso i fumetti e il cinema, alla pochezza che c’è nell’essere semplicemente umani e vincibili.

“Perché la vita non è come nei film: la vita è più difficile!” rivela con disincanto un personaggio del film Nuovo Cinema Paradiso al suo giovane amico che si affaccia alla disillusione della vita. In un mondo innamorato della parola resilienza, Ron Kovic (nella foto sopra, con in mano la bandiera americana rovesciata, FONTE), autore e protagonista del romanzo autobiografico “Nato il Quattro Luglio”, rappresenta l’ideale di resiliente, di uomo spezzato nel corpo e nel cuore che, dopo aver incassato un duro colpo dalla vita che egli ha scelto e aver ingoiato una sconfitta irreversibile, comincia un doloroso, catartico e interessante viaggio di decostruzione delle proprie convinzioni politiche, patriottiche, religiose, sociali… Come una sorta di San Francesco del XX secolo, Ron Kovic parte per la guerra in Vietnam pieno di fede cristiana, di genuino e baldanzoso patriottismo anticomunista e di goliardica sicurezza nella propria posizione nell’universo, per poi ritornare a casa ferito nel corpo e nell’anima ma con una nuova visione di se stesso e dell’umanità che pensava di dover difendere da un nemico costruito a tavolino.

È il potere taumaturgico della sconfitta che apre nuovi canali interiori, che rovista tra i ricordi d’infanzia per cercare di salvare il buono sopravvissuto alla tragedia, che resetta le convinzioni di chi non ha mai provato la vera perdita. E se le convinzioni sono state poste nei luoghi alti e inaccessibili dell’immagine che si ha di sé, più forte sarà il tonfo prodotto quando, cadendo, raggiungeranno il suolo. A differenza di un altro “famoso” reduce, John Rambo – frutto però della penna e dell’immaginazione di David Morrell -, Ron Kovic, anche a causa del proprio handicap irreversibile che lo costringe su una sedia a rotelle, sublima la propria rabbia, e l’indignazione nel non essere compreso dai propri connazionali e trattato con dignità da quello stesso governo che lo ha spedito in guerra, prima in un’umile, appartata, umana disperazione e in seguito in forza sociale, in una voglia di riscatto da vivere non in solitudine ma insieme agli altri fratelli reduci. Ron Kovic passa dalla ricerca spasmodica e tutta personale di una normalità che è ormai solo un ricordo, all’accettazione piena e rassegnata di una condizione insanabile che diventa protesta politica, lotta aperta verso certi capisaldi ideologici coltivati in passato con ingenua e cieca determinazione, manifestazione pubblica di un dissenso non più privato per cercare di evitare ulteriori dolori a una generazione decimata, di bloccare il ritorno in patria di altri corpi spezzati, rotti come giocattoli dimenticati, sospesi in una non vita seppur vivi.

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Herriot

L’amica che non mangia carne
e regalava libri
è rimasta fedele al patto con Herriot,
si trastulla con creature grandi e piccole
coccola l’esistenza bislacca e cura affanni
tra animali salvati dal progresso dei macelli.

I matrimoni in ritardo
è meglio non annunciarli,
gli applausi di chi non ha creduto
sarebbero premessa alla sfortuna.

Percorro a modo mio
le strade dell’altra vita
quella assennata di madre
felice del titolo, mancato.

Mi affascina di più
la poetaglia che litiga
intorno a quisquilie metriche,

con sadica tenerezza assaporo
quel loro agitato estinguersi
nella libertà di un verso.

(nella foto: James Herriot, scrittore e veterinario britannico)

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Pensione esotica

dubai, dopo due mesi di lockdown

Sarai ovunque, padrone del futuro
sradicato abitante del mondo
libero, senza piante da innaffiare.
Azzerando il passato, in cerca di una vita primitiva
non se ne accorgerà nessuno
della nuova esotica visione che avrai di te.
Erediterai i frutti del comportamento
dopo la veloce lettura di un testamento prevedibile.

Con i nodi di sangue slegati dal tempo
e i destini induriti, dissolti dalla morte
ti darai l’assoluzione durante il secondo tempo
di un’esistenza lenta ma forte.
Poche tracce alle spalle, cancellate da silenzi studiati
un naufragio meditato e calcolato
cancellerai il nome dall’anagrafe e dalla storia locale.

Non essere mai stato,
anche se di tanto in tanto
la molla dolorosa dei ricordi ti riporterà a casa
con la valigia sempre pronta, per riprovare a dimenticare.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(foto dal web: Dubai dopo due mesi di lockdown)

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New Trolls, “Concerto Grosso n.1 – I tempo: Adagio (Shadows)”

Poesie a pedali

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I muscoli hanno memoria,
ricordano le feroci salite
e le comode discese,
lisci o striati, non importa
fanno esperienza del vento
che piega il frumento
e i rossi papaveri sparsi
a punteggiare i vasti campi
della mente assetata.

Le tue labbra immemori del bello
pronunciano parole di vendetta,

non ricordo più
la via dove abiti,
dove una finestra illuminata
indica l’equilibrio da difendere.

Compongo versi
pedalando, a memoria
li conservo come neve in mano,

non posso scriverli
mentre affronto una curva,
attendo che la sera
mi restituisca quelli più forti
scritti a fuoco sulle immagini
del solito film ramingo,
al ritmo della catena
che fruscia sulla strada
silenziosa dei ritorni.

(ph M. Nigro)

Vestigia

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Iura sepulcrorum

I terreni sacri
ingrassati da energie
vissute, capelli e dolori muti
misti a pioggia e fiori marci
oggi sono ritagli ordinati
di cemento familiare nel grigio
cuore della montagna scavata.

Tutt’intorno il consueto
traffico delle umane fasi
le diatribe e gli insulti di classe
le leggi e l’istinto vestito bene,

prenotiamo orari per visitare ossa
tra i respiri lapidari degli assenti
in fervente attesa, quasi tutti
di normali ritorni alla dannazione.

“La narrazione della malattia dal Cinquecento al Novecento”, quaderni di arenaria vol. XVIII

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Sul vol. XVIII di Quaderni di Arenaria, un’interessante recensione (a pag. 10) riguardante il saggio Relazioni, contesti e pratiche della narrazione, libro collettaneo a cura di Lina Scalisi e Pina Travagliante. Vengono indagati nel volume “i modi in cui la memoria collettiva ha elaborato il tema della malattia e delle alterazioni del corpo attraverso le narrazioni individuali”. Con particolare riguardo alle malattie infettive, le epidemie e le pandemie che hanno caratterizzato e segnato alcuni periodi storici…

Per leggere il vol. XVIII di quaderni di arenaria: QUI!

Segue uno stralcio:

“… Lavinia Gazzé si sofferma su Le prime testimonianze del mal francese in Italia. Nel 1722 veniva pubblicato Un diario dell’anno della piaga sulla ‘grande peste’ che aveva decimato Londra nel 1665. Il diario, dietro pseudonimo, era stato scritto da Daniel Defoe, l’autore del Robinson Crusoe. Ma è comunque la sifilide che dal suo apparire ha fatto versare fiumi d’inchiostro. La malattia apparve subito incontrollabile e, tra la fine del 1495 e i primi mesi del 1497, si diffuse come un’epidemia. Il Trepanoma pallidum si propagò in Italia durante la spedizione francese di Carlo VIII (1494-1495). La malattia, diffusa tra i militari francesi e spagnoli fu trasmessa ai mercenari italiani e stranieri. Secondo Ruy Diaz (de la Isla, medico andaluso) la prima diffusione del morbo si ebbe a Barcellona, dov’era approdato il corpo di spedizione di Colombo proveniente da Hispaniola. Sono vari gli speziali e i medici che ne parlano. Ma Tommaso di Silvestro, notaio e canonico del Duomo di Orvieto, scrisse quanto avveniva nella sua città e nel territorio circostante dal 1482 al 1514, dove il 7 novembre 1494 era passato l’esercito francese, preceduto dai mercenari svizzeri (al cui seguito c’erano 70 “femine todesche et franciose”)…”

Scie comiche, da “Nessuno nasce pulito”

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Scie comiche

Rigurgiti di ieri masticati e scordati,
scene passate ritornano non invitate
nell’area irriverente del sorriso.
Ironici intercalari dal tempismo scomodo,
presunti archiviati
e fatti irrilevanti ruminati dall’inconscio
affrontano la nuova giuria teatrale
di un presente scelto a caso.

Tra sguardi smarriti e ignari
ridendo in sordina esamini
sotto la sarcastica luce del vissuto
antichi drammi e sketch
riabilitati dal tempo.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“Il momento perfetto”, da Pomeriggi perduti

Arnold Böcklin; Die Toteninsel (Erste Fassung); 1880

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare
gli orgogli della carne e le posizioni in classifica.
Dove tutto sarà quasi pace, ingiudicato e incolore
o colorato a piacere, con le mani e i piedi della notte camminata
di stelle e vino, sospesi
solo una musica lieve e ricordi blandi di
una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù
da qualche parte, insomma… Senza nomi di città,
o di strade, o cognomi strani, o numeri civici e di telefono.
Ignoti, ignoranti e ignorati
in eterno.

Non c’importerà più di niente
perché niente saremo.
Forse vivi, forse no
in ogni caso non lo scopriremo.

Finalmente
sorridendo, senza sapere come
ci dimenticheremo
sui marciapiedi dell’universo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019)

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immagine: L’isola dei morti (Die Toteninsel), Arnold Böcklin

– video correlato –

“Where the Streets Have No Name”, U2