Le cose da fare

foto di PHILIPPE HALSMAN

La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.

Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.

Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.

(foto: The Versatile Jean Cocteau, 1949

di Philippe Halsman)

 
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Educazione alla distanza

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I linguaggi calcistici
da bar social
sottolineano le distanze
di spazio e tempo.

Gli articoli new age
sui ladri d’energia
suggellano in silenzio
le felici solitudini
conquistate negli anni.

Fu solo per lasciare
una traccia farabutta
che ho venduto versi
al mercato delle parole.

In paziente attesa
della nave per Israele,
restammo sospesi a Napoli
tra gli zaini pronti e
la voglia di partire,
consumando ore vuote d’estate, caffè
e würstel di sottomarca.

Già non temevo il mare di notte
il limbo dell’inappartenenza
e quel solingo distanziarsi
dal mondo conosciuto a forza.

Non c’è più tempo

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Non abbiamo tempo

da perdere

o da cercare, trovare

e poi riperdere,

abbiamo bisogno ora

di persone facili, decifrate in partenza

dall’esperienza del dolore

da non attendere in vie alberate

sotto finestre illuminate non per noi

ululando futuri nati morti

alle fermate di tram desiderati e persi

o sezionare a crudo su

tavoli crudeli di tempo anatomico

perché non c’è più

tempo come il tempo che sta in cielo

infinito e incosciente, fatto di pioggia

e venti caldi, fulmini e saette.

Abbiamo bisogno – ora! –

di porte aperte, socchiuse a invitarci

o già sfondate

da rabbiosi calci di decenni

a perdere tempo

e a lasciarsi andare lungo

la corrente immemore

di autunnali fatalità.