Il giorno del Signore

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Non voglio mescolare
le mie gambe alle vostre
tra i banchi delle domeniche
donate al Signore ignorato,
diverrei anch’io cantore ipocrita
tra cori ugolanti d’ipocrisia,
perfido doganiere delle vite altrui
telecamera di carne assetata di fatti,
egoista e generoso
come quei mucchi di madri
nere di lutto e d’avarizia
che sognano il figlio prete.

Diluviami la mente
con passi di preghiera nel creato,
incontrerò divinità senza chiese
sulle fragili ali di un insetto,
navate di verdi foglie
accoglieranno il mio laico salmo.

(immagine: by Pawel Kuczynski)

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Poesie minori. Pensieri minimi (vol.2): versione cartacea

Per i lettori (come me) amanti della “carta”: Poesie minori. Pensieri minimi – volume secondo” in versione cartacea, ordinabile QUI.

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[…] Questa seconda silloge, creata con “materiali di risulta”, come è stato per la prima pubblicata nel 2018, non vuole essere un ostentato elogio della brevità (perché in alcuni casi, pochi in realtà, non si troverà un testo breve) ma il tentativo di definire questo confine, mescolando poesie minori con pensieri minimi, senza fornire indicazioni per distinguere le une dagli altri. Sarà il lettore a separare, in base alla propria sensibilità ed esperienza, le poesie-pensiero dai pensieri poetici. Qualora ve ne fossero. Poesie e pensieri non sprovvisti di ironia, di un piglio dissacratorio, severo, lapidario, a volte rabbioso, di sfumature irriverenti, di parole eccessivamente “quotidiane”. Correndo il rischio di essere sottovalutati o fraintesi, anche se tutto è già stato previsto. Perché, forse, rischia di prendersi troppo sul serio solo chi non sa cogliere nell’apparente banalità la potenziale lungimiranza di un messaggio breve o scanzonato. (dalla Premessa)

[…]

Ritornerai anche tu, prima o poi
nei luoghi in cui il viandante
riconosce il tuo cognome,
lì dove ancora vibra di senso
al ricordo dei vecchi.

[…]

Per leggere l’ebook Poesie minori. Pensieri minimi – volume 1QUI!

Lo spazio umano

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“Lo spazio umano”

(Educazione al bel ritorno)

Abbiamo goduto alla vista della natura, fatta di piante e animali, che riconquistava quegli spazi occupati dalla prepotente attività umana; ci è piaciuto rivedere i delfini nei porti, l’erba in una Piazza Navona “post apocalittica”, le anatre e i daini camminare per strada al posto nostro, la discesa dei cinghiali nelle metropoli, le meduse e i cavallucci marini in acque calme, le tanto minacciate api… e altri rappresentanti di questa “Arca di Noè di ritorno”. È stato bello e sorprendente annusare di notte l’odore di erba fresca, proveniente dai parchi chiusi, che prendeva il posto del tanfo dei gas di scarico delle auto immobili; purtroppo abbiamo potuto apprezzare tutto questo non perché finalmente abbiamo cambiato vita e ci siamo resi conto del male che stavamo facendo al nostro ambiente, no. Siamo stati costretti a cedere i nostri spazi, a stare fermi per causa di forza maggiore, e nella tragedia (mentre le gente moriva negli ospedali) abbiamo potuto sperimentare la differenza: apprezzare come sarebbe il mondo se l’essere umano fosse in grado di limitarsi, di riappropriarsi dei propri spazi in maniera sobria, di avere un approccio ridimensionato con la biosfera, di stare al mondo senza sgomitare, prevaricare, inglobare, abbattere, schiacciare, stravolgere, deturpare.
Ora che le limitazioni per causa di forza maggiore stanno lentamente finendo e l’uomo ritorna, ahimè, a rioccupare i propri spazi, proprio in virtù della differenza avvertita durante il lockdown, dovremmo chiederci, dovremmo imporci di chiedere a noi stessi: quali sono veramente gli SPAZI UMANI? Le discoteche, i bar, i cinema, le autostrade, le scuole, le spiagge, le chiese? Sì, anche quelli: ne abbiamo bisogno; fanno parte di noi, di questa specie “unica”, della nostra evoluzione tecnologica, delle nostre abitudini “culturali” acquisite negli anni, nei secoli, nel corso dei millenni. Anche se l’antropologo Marc Augé c’ha insegnato che trattasi di non-lieu, “non-luoghi” ovvero di luoghi che, sì, frequentiamo, occupiamo momentaneamente, ne usufruiamo sentendoli nostri, ma che di fatto non c’appartengono, non li possediamo profondamente, non fanno parte della nostra vita, della nostra storia personale se non in maniera indiretta.
“Luogo”, allora, è la nostra abitazione? Certo: a differenza della sala d’attesa di un aeroporto, è modellata a nostra immagine, l’arrediamo in base al nostro gusto, la riempiamo di oggetti che fanno parte della nostra esistenza ed esperienza. Ma che fine fa quell’abitazione quando termina il nostro ciclo di vita su questa terra? Ci segue nell’aldilà? Non proprio. Anche la nostra abitazione (così come il nostro pianeta), che tanto abbiamo amato e che è intrisa del nostro vissuto e che vogliamo credere c’appartenga in eterno, andrà a soddisfare le esigenze abitative di altri individui dopo di noi, forse di lontani parenti o addirittura di estranei. In alcuni casi l’abitazione viene abbattuta quando troppo mal ridotta e non è possibile restaurarla. Alla fine, quindi, nulla c’appartiene, neanche il nostro corpo che dopo morti lasciamo qui, nella terra, perché servirà a creare altre energie, nuovi legami chimici e a costruire altra materia. Viviamo in “spazi di passaggio”. Tutto è impermanente.
Allora di quali spazi umani da rioccupare stiamo parlando sulla scia di questa quarantena? Forse di “spazi interiori”, immateriali, quelli sì invendibili, non cedibili a terzi, immortali, eterni, irripetibili? Chissà. Una risposta definitiva non c’è, non può esserci: al di là degli sforzi di filosofi e uomini di fede. In fin dei conti, ed è onesto che sia così, ognuno ha una risposta che vale per se stesso. Ma nel frattempo, come pensiamo di nutrire questi spazi umani interiori? Durante la quarantena molti di noi hanno cercato, nonostante tutto, di frequentare il bello con vari mezzi: la lettura, la musica, il buon cinema, il web in generale e i “social” che amplificano le nostre frequentazioni positive e costruttive…

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Giordano

GiordanoBruno1973

C’è una poesia povera e lercia
che nasce con parole di strada,
somiglia al lamento dei vicini
ululante come vento sotto la porta

infastidisce all’inizio
per l’angoscia che dà
poi t’innamori del suo odore
del tuo essere uguale
al finto rifiuto del primo
conoscersi, approccio da bar
tocco casuale di mani sulla pista da ballo

a quel dipanarsi di sussurri
volgari ma pieni di fascino
inspiegabile ritmo interiore

abituato a musiche solitarie
riesce a dire cose importanti
mentre ancora tentenni
sull’ultimo verso della sera.

Ho sempre salvato dal fuoco
le parole degli eretici, dei condannati
degli espulsi, degli arsi vivi
come vivo di futura speranza
il loro sguardo ribelle,
scomodo, nemico instabile.

Non coincide il bel suono
con l’animo bestemmiatore
del poeta prigioniero,

è già pronta la pira
che non fonderà le sue catene.

Distanziamento sociale nel film “The Village”

Pubblicata tre anni fa sul sito L’Ottavo.it con il titolo “The Village e le paure dell’America di oggi”, questa breve recensione filmica potrebbe offrirsi a una rilettura in chiave “post-covid”, passando dal simbolismo trumpiano di un nemico costruito per motivi geopolitici, economici e di conseguenza elettorali interni, a un’esigenza reale, attualissima, scientifica e culturale al contempo; alla realizzazione di quello che abbiamo imparato a definire in questi mesi “distanziamento sociale”. Non più visti come disvalori, punizioni corporali, torture psichiche ma addirittura – moderatamente, senza esagerare! – come opportunità per una preziosa riscoperta di visuali alternative finora trascurate, il distanziamento sociale di tipo nazionale, l’autoisolamento turistico, la quarantena dalle abitudini consumistiche e dalla moda comportamentale, potrebbero rappresentare interessanti punti di partenza non per un arroccamento misantropico tendente al sociopatico o per scadere in un provincialismo esasperante e miope di stampo sovranista o in una quaccherizzazione della socialità, bensì per una salutare ricerca inedita nelle terre interne dell’inconsueto, per una valorizzazione di quei territori culturalmente sottovalutati, delle snobbate distanze brevi, per una risalita delle correnti fino alla fonte di ciò che pensiamo di conoscere e che invece abbiamo rimosso dai nostri itinerari interiori ed esteriori.

Saggio è in questi giorni l’invito, politico e culturale, a una riscoperta del nostro paese; non si tratta di “patriottismo” economico, di una sollecitazione fascistissima a un “consumismo interno”; c’è di più: è un invito a volersi bene non come mero atto buonista, a proteggersi l’un l’altro, a coltivare un senso d’appartenenza stavolta non deleterio, non uniformante, a riscoprire il “villaggio Italia” perché in questo periodo d’emergenza abbiamo capito che, nonostante la globalizzazione, nonostante le difficoltà interne e le bassezze di certi nostri connazionali, non ci si salva che da soli, da dentro in qualità di nazione, dall’interno del bosco, o meglio, passando al bosco (non per forza in termini addirittura jungheriani), lì dove vivono gli altri membri della nostra comunità, senza attendere aiuti esterni o interventi romantici e idealistici da parte di comunità immaginarie, all’atto pratico inesistenti o ritardatarie (vedi quella europea). 

È bello stare al caldo, affidarsi a riti sicuri e regole salde, accolti dal morbido abbraccio di una coperta comunitaria in cui tutto sembra riproporsi come nuovo, spinti dall’onda emotiva di una inflazionata ripartenza; anche se conosciamo la corruttibilità dell’animo umano, anche se per un po’ torneremo a riscoprirci senza coltivare illusioni a lunga percorrenza. Presto questi riabilitati gesti conservativi verranno nuovamente messi da parte: prima o poi, tra una fase e l’altra, ritorneranno di moda l’audacia e l’esotismo. E con essi forse, anzi sicuramente, anche una buona dose di stupida normalità.

locandina

“The Village”

(2004)

regia di M. Night Shyamalan

 

Dividerei la trama di questo interessante thriller psicologico in due momenti principali: quello dell’incanto e quello di un necessario e imprevisto disincanto. La storia si svolge a Convigton, un villaggio nella Pennsylvania del XIX secolo, la cui popolazione vive in serenità, protetta da regole nate insieme al villaggio, circondata da un bosco in cui è vietato inoltrarsi: un antico accordo di reciproca “non invadenza” ha confermato negli anni una pacifica convivenza con le creature misteriose che lo abitano. L’incanto consiste proprio nel credere in questo accordo e nella paura su cui è fondato, nelle regole stabilite dagli anziani della comunità che assicurano a tutti un’esistenza in equilibrio con la natura, con la tradizione che non offre spiacevoli sorprese. Ma il male, la gelosia, la curiosità, sono caratteristiche insite nell’essere umano, anche nel più puro, in quello coltivato sotto la serra dell’innocenza.

Lucius, uno dei giovani del villaggio, introverso e ribelle, è innamorato di una ragazza non vedente, Ivy, figlia di uno dei più autorevoli e influenti anziani fondatori del villaggio. Anche Noah, giovane affetto da turbe mentali, si è invaghito di Ivy e in preda alla gelosia accoltella Lucius. Ed è da questo preciso istante che inizia la fase del disincanto: per salvare la vita di Lucius occorrono farmaci che è possibile trovare solo in una fantomatica città al di là del bosco, fino a quel momento irraggiungibile – e di fatto mai raggiunta da nessuno degli abitanti – a causa dei divieti che circondano Convigton.

Ivy, pur essendo cieca, si offre per andare in città: il padre, infrangendo la regola cardine che assicura tranquillità al villaggio, svela a Ivy che le creature innominabili abitanti il bosco proibito sono in realtà un’invenzione degli anziani per tenere lontani gli altri covillici dalla cosiddetta civiltà. Forte di questa rivelazione sconvolgente, Ivy raggiunge la fine del bosco e finalmente entra in contatto con un primo abitante della città: la sua cecità non le permetterà di accorgersi che quel cittadino incontrato per caso è un ranger del XX secolo e che il suo villaggio sorge all’interno di una foresta protetta, consentendole di restare “vergine” dopo l’incontro col mondo.

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“Ascetismo metropolitano” di Duccio Demetrio, legge Michele Nigro

In questi giorni di “ascetismo indotto” sarebbe utile e appagante mettersi in ascolto, per “cercare la propria solitaria dimensione spirituale”. Un libro per atei e religiosi, per una ricerca senza confini e che non ha bisogno di etichette.

Michele Nigro legge il paragrafo “L’asceta di nome nessuno” (cap. 3 “Lo sguardo dell’asceta”), tratto dal saggio “Ascetismo metropolitano” (L’inquieta religiosità dei non credenti) di Duccio Demetrio, ed. Ponte alle grazie.

“Cast Away” e la retorica del saremo migliori

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori.

 Alla mia Kelly

In questi giorni di quarantena, in tv e sul web, è tutto un gran pullulare di messaggi retorici del tipo: “ce la faremo!”, “ne usciremo!”, “andrà bene!”, “saremo migliori!” e altre simili, doverose, confortanti ingenuità. C’è chi dice – vedi Guccini, Arminio e altri – che non saremo migliori affatto, che l’umanità, una volta passato il pericolo, tornerà lentamente alle sue precedenti abitudini, buone o cattive che fossero; che l’uomo per sua natura, pur essendo un sapiens, dimentica presto, o meglio, si ri-adatta alle nuove condizioni imposte dai governi e dalle emergenze a tempo determinato, continuando nel sottocutaneo ad aggirare il vero cambiamento, quello profondo e permanente, a favorire se stesso e le proprie egoistiche comodità. In poche parole saremo come quelli che in questi giorni per strada portano la mascherina sotto il mento o sulla fronte: ci innamoreremo dell’idea fasulla di fare il nostro dovere, di “portare la mascherina” per salvare il mondo, ma in fondo torneremo a essere gli imbroglioni di sempre, e le prime persone che torneremo a imbrogliare sono proprio quelle che vediamo riflesse nello specchio del bagno: noi stessi.

No, no, fermi tutti: questo post non vuole essere una paternale in stile De Luca o un “fare nome e cognome” alla premier Conte. Niente affatto. Se state pensando di interrompere la lettura a causa di questa premessa, vi prego di non farlo, di avere fede e di arrivare fino in fondo. Allo stesso modo vi chiederei di non catalogare subito come pessimistico il mio pensiero: parlo di “retorica del cambiamento” a ragion veduta, perché la vera evoluzione interiore viaggia su altre frequenze, alla maggior parte di noi sconosciute. La “mutazione pratica” che la nostra società dovrà subire sarà legata solo ed esclusivamente a una questione di cautela nei confronti di una convivenza forzata tra noi e Covid-19, in attesa di strumenti migliori per combatterlo, isolarlo, tenerlo a bada, studiarlo, renderlo inoffensivo, possibilmente distruggerlo in caso di “incontro” ravvicinato. Quarantena e convivenza forzata che, inaspettatamente per molti, stanno rappresentando occasioni preziose per rivalutare priorità, riscoprire stili di vita arrugginiti, gesti antichi (come leggere!), abitudini impolverate (come ascoltare un vinile!), pratiche culturali in disuso, hobby e “fai da te”, affetti o vecchi rancori, varchi meditativi pieni di ragnatele, riflessioni impegnate offerte dal disimpegno; per riflettere su un prima e un dopo, per ripercorrere gli errori planetari in materia di ecologia, di sfruttamento energetico, di comportamento consumistico del singolo o di intere popolazioni.

Ci stupiamo del ritorno di una certa natura, animale e vegetale, relegata ai margini, ghettizzata, scacciata e schiacciata, rinchiusa in riserve delimitate dal nostro via vai, dai nostri affari, dal nostro traffico di specie superiore, senziente e intelligente; realizzando che, forse, i virus più dannosi presenti su questo pianeta siamo proprio noi.

Il rallentamento delle nostre attività, personali e comunitarie, questo immobilismo forzato, ci indurranno a una riflessione in grado di renderci migliori in futuro? La maggior parte di noi tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, e non vedo perché non dovrebbe essere così, però con un’accortezza maggiore e un’esperienza segnante sulle spalle capace di stimolare una salutare critica non solo teorica ma addirittura pragmatica; altri, invece, torneranno in gara ancor più nevroticamente e con una dose raddoppiata di violenza inespressa a causa dell’inazione e dell’energia non spesa: durante i primi tempi del ritorno alla normalità non mancheranno gesti inconsulti, reazioni spropositate, rigurgiti ritardatari di autodiscipline maldigerite. O forse no…

Perché un’esperienza forzata dovrebbe renderci migliori?

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Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

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“I SOLDI SON DESIDERI”

Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

“I sogni son desideri!” stracanta Mina per la Tim; sempre meglio dell’odioso e ossessionante mantra demenziale “… scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola…!”. Ma magari gli ideatori di certi spot scivolassero e sbattessero forte la testa per terra! Ci risparmieremmo un sacco di inutili rumori che interrompono film e trasmissioni interessanti, costantemente frazionate da queste incursioni che danno da mangiare agli schiavi truccati che lavorano in tv. E tra un desiderio e l’altro, il plot delle pubblicità si sta adattando ai tempi e alle sventure della popolazione: la pubblicità sta diventando covid-friendly e i messaggi buonisti abbondano dallo spot sui pannolini a quello delle automobili.

In America i nuovi poveri, scendendo dai loro suv, hanno imparato a fare la fila davanti alle mense dell’esercito della carità: hanno tutto, viaggiano forte, succhiano benzina, posseggono case, ma per mantenere tutto questo apparato di benessere c’è bisogno di lavorare. E allora, al tempo del distanziamento sociale (e lavorativo) causato da covid, i soldi finiscono, le bollette continuano ad arrivare e ti ritrovi come se niente fosse a fare la fila per una minestra. Lo ha detto anche Michail Gorbačëv, ve lo ricordate? Il “controrivoluzionario” russo che molto realisticamente finì di congelare una guerra già piuttosto freddina perché si accorse che c’erano altre esigenze, altri problemi, altri scontri su altri piani da affrontare? Torna a ripetercelo oggi, nell’era covid: basta con le spese militari, concentriamoci sulle strutture che curano l’uomo e non su quelle che lo distruggono. Lo ascolteranno? Chissà. Se i potenti rinunciassero a una minima percentuale degli armamenti già sarebbe un successo in termini di nuovi ospedali, respiratori, mascherine, ambulanze, altri medici e infermieri da arruolare, laboratori attrezzati per la ricerca in ambito virologico e batteriologico…

Ma la festa capitalistica continua, deve continuare: c’è infatti chi vuole forzare la fase 2, passando direttamente alla 3 o 4. Ho perso il conto… La pubblicità ci educa, ci aiuta a capire come devono andare le cose da oggi in poi, come dobbiamo riprendere a vivere: è vero, è stata dura, ma ce la faremo! Addirittura la pubblicità scimmiotta la teoria evoluzionistica del “non sarà più come prima, caro primate diventato Uomo!”: l’importante è che, anche da casa, tu capisca quali sono i marchi commerciali che ti vogliono bene anche quando stai in quarantena o in fase 2. L’importante è restare sul pezzo consumistico anche se dovrai imparare a convivere con il virus fino all’arrivo di un eventuale vaccino. Perché la pubblicità è pleomorfica ed è lì per assicurarti che il tuo prodotto preferito ti è vicino anche in questo momento, non t’abbandona, cammina con te, soffre con te, ti soccorre e si trasforma per venirti incontro in questa fase evolutiva delicata. Sul tuo dentifricio potrai sempre contare! I tuoi assorbenti non ti tradiranno mai…

Se la campagna motivazionale l’avesse gestita Ilona Staller, il motto sarebbe stato molto probabilmente: “Andrà tutto pene!”, nel senso che, nonostante i validi provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione (validi nonostante la confusione creata dai contro-provvedimenti dei governatori nelle varie regioni), la fase post-covid appare alquanto confusa o, come direbbe la signora summenzionata, gestita “a cazzo!”, ovvero navigando a vista, senza un piano, almeno finora, chiaro, senza un progetto concreto, un ruolino di marcia a cui fare riferimento, lasciando troppa carta bianca ai territori assetati di ritorni alla piena produttività: carta che, si spera, non verrà usata come suggerito dal grande Totò all’ufficiale nazista nel film “I due colonnelli”, ma per realizzare davvero un rientro razionale, sensato, che non causi “contagi di rimbalzo” più che di ritorno.

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