Nemesi

È a causa di impuniti repulisti
che giunse la condanna mai emessa
all’eterna manutenzione degli oggetti,
troppo a fondo hai scavato la trincea
con aratri d’orgoglio, disossato
futuro solitario all’orizzonte erede,
sterile terreno alle passanti.

Ti chiamano “Otto” come il solingo
d’un film che finisce con la morte,
ma già risali solerte dalla nemesi
nemico di perfidi pronostici:
lasciano ben sperare
i venti freddi dell’arcangelo
i progetti autunnali per la base
i tentativi malriusciti dell’altezza
il lancio del proposito urbano
dopo i sabati sprecati dall’urgenza.

♦

Mabon

Da quant’è che esiste
il suono del vento tra le foglie?
Da quanto il fresco gemito
dell’autunno che asciuga le carni?
Non conosco i folli complotti del mondo
ma i fronzuti desideri degli alberi,
quelli sì, come attesi sussurri per pochi.

Lascio al ventre scoperto della storia
le prossime ferite dei moti umani,
queste siepi agitate dalla speranza
saranno i vespri del mio equinozio,
non pronuncio che barlumi di parole
preghiere per uomini anfibi
sospesi tra spirito e materia.

♦

Nota a “Della vita anteriore” di Pasquale Lucio Losavio

O anche “Della vita interiore“. Con un linguaggio oscillante tra il quotidiano, dialogante diretto e il criptico/ininterpretabile, infatti, Pasquale Lucio Losavio, autore della raccolta poetica “Della vita anteriore” (Fallone editore, 2025), ci conduce in un viaggio sostanzialmente autobiografico, intimo, fatto di eventi esistenziali determinanti, irreversibili, formativi, in grado di influenzare per sempre l’interiorità di un individuo, il suo approccio alla vita in generale, all’amore, ai temi fondamentali dell’esistere. Molteplici gli insegnamenti raccolti lungo il percorso: la giusta dose di realismo/pessimismo e di “prevenzione” raccomandata dai predecessori, la differenza tra sembrare ed essere, il ruolo fondamentale svolto dai libri e dalla stessa parola poetica, la scoperta dell’amore condizionato dai propri limiti, la formazione dell’adulto di domani. Uno sguardo al passato verso i propri genitori, testimoni determinanti nelle piccole cose di tutti i giorni, i giochi dell’infanzia e il loro ruolo del definire la personalità di chi scrive, i ricordi salvati dalla vita anteriore (“nelle lunghe controre / dell’infanzia”, pag. 66), i primi “maestri” e le prime passioni ideologico-politiche, le dissociazioni e i distanziamenti (“Non mi avrete tra voi”, pag. 102; “Lasciatemi in pace!”, pag. 103), le inevitabili, “fisiologiche” evoluzioni/involuzioni delle amicizie importanti: Losavio tocca ogni aspetto dell’umana esistenza e compie questa delicata operazione (autobiografica, sì, ma che si adatta alla vita di ogni lettore) con il pudore di chi non è sicuro di essere in grado di rivelare la propria poetica persino alle persone più care e vicine: “… avrei voluto dirti di quei versi / che cominciavo a scrivere / ma non te lo dissi mai / pensavo fosse inutile / pensavo fosse impossibile…” (pag. 46). L’incredulità nel dirsi in poesia, e quando accade il miracolo in versi ecco lo stupore, la sorpresa nel mostrarsi; l’indicibile che prende il sopravvento come a voler ripristinare una doverosa barriera. Dinanzi allo specchio poetico l’Autore sembra ripetere la stessa domanda che il cantautore siciliano Battiato rivolse a se stesso in un tema scolastico. “io chi sono?”. “Chissà cosa sono in realtà / cosa sarei stato senza questa vita…” (pag. 47) si pone il filosofo Losavio una delle domande più antiche (insieme a molte altre) che l’umanità pone a se stessa fin da quando esistono la ragione, il pensiero, la ricerca che va al di là delle esigenze elementari del vivere per vivere.

Continua a leggere “Nota a “Della vita anteriore” di Pasquale Lucio Losavio”

L’estate c’è stata

L’estate c’è stata
anche senza di me,
me ne accorgo, calpestata
dalla sabbia stanca
arsa, riarsa e di nuovo
arsa fino a essere vetro aguzzo
per mani autunnali,
dall’aspetto opaco
di luoghi consumati
dal via vai di speranze
nei mesi d’afa vissuti da altri.

L’estate c’è stata lo stesso
anche senza di noi,
me ne accorgo dai versi
segnati per strada
seduto al solito speakeasy
di Salerno,
dalle ultime passanti di Brassens
lasciate passare,
dal rassegnato sguardo sul tempo
non fermato.

♦

(ph m.nigro©2026, “Lungomare di Salerno”)

Regina madre

Che il ricordo si muova
libero tra spazi familiari,
si conservi la mappa dei passi
nel silenzio di riposi forzati,

l’ora delle pillole in vetrina
il piccolo faro per l’urina notturna
i riti nei giardini da balcone
mucchietti di riso ai passeri
e fioriture inattese
il cambio lenzuola del letto funebre
il giro di mobili festeggiando guarigioni
il suono di corona poggiata nel posacenere
le esequie in tivvù della regina inglese
l’affaccio in camera per pastine serali.

Ologrammi della mente oziosa
riportano in vita gesti, e corpi
ormai polvere di stelle
come agli esordi del cosmo.
Ma non c’è abbraccio
possibile, un ultimo teatrino,
è l’ombra nella stanza senz’afa
che ravviva l’incontro,
non c’è ritorno dal tempo fuggito
solo un’illusione di presenze
spietati riflessi tra sogno e realtà.

♦

 

“1978-2018: comunicato numero 7” sulla rivista “Insight”

Ringrazio lo scrittore, poeta, critico letterario Davide Morelli per aver ripubblicato – in formato ebook – sulla sua rivista digitale “Insight”, un mio vecchio scritto ibrido (già apparso altrove, QUI e QUI) intitolato “1978-2018: comunicato numero 7” in cui intreccio vicende personali e familiari, e Storia nazionale… Buona lettura!

Per leggerlo su “Insight”: clicca QUI!

♦

Carla Malerba su “Elegia del confino”

versione pdf: Carla Malerba su “Elegia del confino”               

“ELEGIA DEL CONFINO”

lettura di Carla Malerba

Michele Nigro, che ha già al suo attivo una nutrita gamma di pubblicazioni e cura il suo Pomeriggi perduti con selezioni di varie scritture, presenta la sua ultima fatica letteraria dandole un titolo bellissimo, sognante, quasi anacronistico: “Elegia del confino”.

Un prosimetro, che si discosta dalle pubblicazioni che scorrono a fiumi nei social, nel quale la riflessione precede spesso la poesia divenendo un diario quasi quotidiano di pensieri che rimandano a significati interiori, appartenenze e ricordi, il tutto con la necessaria vena malinconica attenente al titolo.

L’ispirazione dell’autore, la scelta del tono risultano originali: consentono infatti a chi scrive di creare per sé un luogo dell’anima speciale dove pensare, annotare, scrivere poesia. Un luogo fertile di ispirazione per il quale occorrono meditativi silenzi come si scorge dalla premessa contenuta nel titolo, altamente rappresentativo di una concezione di vita, di una scelta deliberata all’interno di un pensiero che non si confonde nel brusio quotidiano del villaggio, nei dibattiti spesso sterili, ma si definisce nella scelta delle argomentazioni e nella ricerca di un confino, appunto, che è il poeta stesso ad eleggere come meritorio dell’eleganza dell’elegia, sfuggendo però dai toni connotativi del termine.

Testimonianza del distacco, inteso non come superbia, ma eleganza del pensiero e della scrittura; non ritrosia, ma appartenenza a un contesto di simboli e accadimenti, canto di strada e note musicali, sinfonie che si alzano nel silenzio notturno e si spengono, puro invito alla riflessione sull’esistenza e agli affetti cui spesso dedica, nel ricordo, parole di figlio: “A mio padre, / primum movens del confino” e “A mia madre, roccia silente / che ha continuato a crederci”.

Continua a leggere “Carla Malerba su “Elegia del confino””

Petricore

Sopravvivono arterie di pensiero
e qualche povera cellula spersa
qua e là, da farne insperate alleanze
contro avversi pronostici.

Disegno mappe per terre di mezzo
interiori lande e diurne convalide
alle forze, cerco radicalità estinte
sul finire d’un’estate,
quella parte di me salita nel camino
di quand’eravamo semplici all’arrivo
del petricore d’agosto, atteso preludio
a un’invalidante afa morente.

Respirano ancora le pelli solinghe
al tornante venticello serale,
diverrà qualcos’altro, come un muto dolore?
Spulcia invaghito tra carte interiori
alla ricerca di nuovi motivi
devastando prati di legittima speranza,
dovremmo dargli qualcosa da fare
ordine e ragion d’essere
mentre bruca sereno alla luce di lumini solari
erbette di memoria a sprazzi
nelle praterie dell’altr’ieri,

il resto della casa, intanto
non proferisce parola,
attende il risolto su taccuini di viaggio
intorno alla mia stanza.

♦

Colleziono sottobicchieri

Colleziono sottobicchieri per birra
quelli di cartone, di varie forme
che usano in birreria o nei bar,
ci poggiano sopra ogni sera
quando l’angolo di luce al tramonto
è quello onesto
una pietra d’ambra liquida
palantìr per stanchi veggenti di città,
ci guardo attraverso tra schiume asociali
un mondo ormai muto che fissa il muro.

Colleziono sottobicchieri, è vero
a volte già bagnati da un’avida sete
altri li salvo, li conservo asciutti
giusto in tempo dalla falce
d’una frettolosa cameriera.
Con essi tappezzo da anni, pazienti tasselli
le porte di casa, reperti di passate bevute
amuleti contro un’insonne lucidità,

li guardo orgoglioso
come diplomi da bancone.
Non chiedermi niente!
Nulla ti domanderò…
Faccio cerchi col fondo bagnato
d’una pinta solitaria,
avverto dolci presenze alle mie spalle
prosit anche a loro, alle passanti di Brassens.

Ho cominciato a tappezzare
una porta nuova,
quella del mio rifugio che era la tua stanza,
perché se il senso a questa storia è da rifare
portato via dalla spatola taglia schiuma
della morte
io continuo a brindare alla forza del dolore,

e nel frattempo colleziono sottobicchieri.

♦

(ph by Luca Melucci fotografie)

Mi salva l’oblio

Tornerà la parola da ringhiera
trafugata al verde abisso,
un abbaio l’interrompe
sulla sdraio dei ricordi,

per fortuna mi salva l’oblio!
sugli estinti e sugli errori,
ricomincia ogni giorno testardo
con fede nuova, mi salva
la dimenticanza dei passi falsi,
tanti, dell’umana pochezza,
ricomincia il crederci orbo
nella matita che ferma il verso errante.

Ecco perché tornerà la parola
essa non teme l’oblio del tempo,
ricorda senza chiedere permesso all’anima
l’antica strada che riporta a casa.

♦

(ph M.Nigro©2026)

Attendi la pioggia

Vendo sangue noioso
all’incrocio di turni roventi,
lente processioni notturne
smerigliano l’anima ferita,
simuliamo presenze estinte
in sagre d’antica abitudine
ma non restano che i resti
tra solitarie insalate, albeggiando.

Il luogo del cuore
è dove attendi la pioggia,
scivolano inascoltate le parole dell’affianco
sogni l’ora del ritorno a te stesso
e a più sobri gradi adatti al fare,
non sei meno del tubare dietro i vasi
colombo in ritardo di tramonti e preghiere.

♦

[immagine: Gaël Patin (©2015) Oil on canvas]

“Elegia del confino” per “100 Libri d’Autore Vol. 1”

“Elegia del confino” selezionato per il primo volume di “100 libri d’Autore”, progetto curato da Emanuele Marcuccio e Gioia Lomasti.

100 libri d’Autore progetto internazionale in lingua italiano/inglese nasce come un percorso culturale che attraversa poesia, narrativa e prosa, unendo voci, sensibilità e stili in un’unica grande trama creativa. Il progetto si inserisce nel solco delle iniziative curate da Gioia Lomasti, fondatrice di Vetrinadelleemozioni.com, e da Emanuele Marcuccio, poeta e curatore letterario, entrambi impegnati da anni nella valorizzazione della parola come strumento di crescita, dialogo e memoria. 100 libri d’Autore diventa così un simbolo di questa visione: un progetto che raccoglie, valorizza e diffonde la ricchezza della creatività contemporanea. Ogni titolo è un tassello di un mosaico più grande, un invito alla lettura, alla scoperta, alla riflessione.

Per saperne di più, clicca:

QUI!

QUI!

QUI!

♦

Restanza

Un odore vigliacco dalla strada
rimette in viaggio un intento
reduce, ma solo nel ricordo
che scadenza non ha,

abbiamo tempi vitali
cadenzati da salari mensili
e riposi troppo brevi,
preziosi, trascorsi a scrivere,

il mito della restanza
è salito al potere nei nervi,
neanche l’ebbrezza
d’una timida tornanza.

Ma serbiamo ancora
odori incrociati in anni liberi
e taccuini intonsi
per tragitti più calmi
al tramonto.

♦

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Il poeta che non sono mai stato” di Davide Morelli

Nonostante le eterogenee “escursioni” stilistiche che in questa così definita “auto antologia” di Davide Morelli abbracciano periodi diversi per intenzioni e cronologicamente distanti tra loro, i generi letterari adottati – dalla poesia lirica e libera a quella più “discorsiva” e didascalica, da quella rimata alla poesia prosaica fino alla vera e propria miniprosa – hanno in comune una caratteristica che da sempre segnala l’Autore fino alla sua più recente (ma non tanto recente) versione di critico letterario ovvero di appassionato recensore delle altrui scritture: sia nel Morelli poeta che nel Morelli critico insistono da tempo una miriade variegata di domande che spostandosi dalla soggettività autoriale investono inevitabilmente l’umanità, il mondo, la vicenda privata e pubblica dell’essere umano su questo pianeta, il senso dell’esistere, le questioni escatologiche, le ipotesi scientifiche, il comportamento dell’uomo nella Storia e nel quotidiano, il mistero che avvolge anche le cose più semplici della vita… È come se il Morelli critico anche attraverso le opere degli altri autori in realtà continuasse a interrogare se stesso, a perfezionare quel processo di estrapolazione delle verità che caratterizzano la vita umana senza quasi mai giungere a sentenze lapidarie e definitive, a risposte buone per tutti i tempi e tutti i lettori, limitandosi a descriversi e a descrivere gli eventi quotidiani, le storture e le contraddizioni degli esseri umani, le usanze curiose o decisamente discutibili dei propri simili, le assurdità concepite da una specie animale “evoluta” chiamata Homo Sapiens… In questa raccolta “enciclopedica” Morelli fa un passo indietro verso se stesso, il proprio passato poetico che dichiara “esaurito”, tra i tanti dubbi di chi legge perché la poetica come l’energia si trasforma ma non si distrugge e non si può etichettare, seguendo un comando razionale, come “conclusa”. Anche la critica è poesia!

Continua a leggere “Nota a “Il poeta che non sono mai stato” di Davide Morelli”

Gabbiani in città

 

C’è come un’aura nemica dell’altro
che respinge parole in più
e inviti a sedersi tra la folla,
è memore invece l’amico lontano
egli attende l’andata discussa da tempo
nella boscosa frescura della Nevena,

non sa niente del grido gabbiano
fuori luogo e sinistro, stridente presagio,
nella calda città di provincia
è ancora dolce come in passato
il garrito vorticoso delle rondini,
algoritmo di stormo in volo.
Dove andranno ora che tutto è nuovo?
Scomparsi gli anfratti decadenti del ricordo,
è tempo di aprirsi a questo mare senz’acqua.

Ma offende la storia
e i risvegli al mattino
il richiamo del pennuto spazzino
ed è estraneo al contesto
degli anni felici,

fu severo il tuo repulisti,
ora non cresce più niente
sul terreno rovente di città,
fu profondo il disprezzo mostrato
non c’è seme che prenda forza,

anche cercare la giusta pelle
a suo modo è lavoro.
Gabbiano a me stesso
sogno ore mute tra mura di faggi,
nel mezzo di gorgoglii d’asfalto estivo
non s’arrende la restante speme.

♦

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

versione pdf: Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero

Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

Continua a leggere “Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.”

Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

Continua a leggere “Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba”

Fico d’India


Mute scie su vetri di cielo tivvù
tagliano bianche come graffi
la vita passante e le cose da fare,
ti sei accorto in autunno
del tempo sempre più breve
per riaversi dalle piccole morti?

Delusioni incrociate su strada
scorrono feroci tra la gente,
assuefatti alla verde ferita
allo stato dell’arte perdente,
nascono gemme, promesse di pale
e getti futuri
lì dove il taglio offende la polpa
guarigione succosa,
corre ai ripari l’istinto a sperare
risponde al trauma con figli inattesi.

♦

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?

Continua a leggere “Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso”

Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

♦

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)