Sacerdote del vuoto

Albero che tra verdi foglie d’altri ancora non germogli
assapori forse con calma il dominio del tempo?
Eterni, mai lo saremo!,
in mari agitati d’ansia, sotto cieli d’umori grigi
non trascuri la marcia sognata
e i punti cardinali del programma,
non balena di clamore la notizia nei tuoi occhi
è del piccolo mondo ormai la loro cura.

Padre, tu che niente hai visto di noi
accompagni muto in polvere d’ossa
i passi eredi e i rami venuti dopo,
mi dicono sacerdote del vuoto
ma è nel silenzio di vedetta
che di nuovo pronuncio preghiere.

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

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“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

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“Taxi driver” e la solitudine urbana

versione pdf: “Taxi driver” e la solitudine urbana

“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”: è con questa frase lapidaria e senza speranza che Travis Bickle (Robert De Niro), protagonista del film “Taxi driver” di Martin Scorsese del 1976, sintetizza la propria condizione esistenziale. Ex marine di ritorno dal Vietnam e che soffre di insonnia – per certi versi un antesignano di John Rambo – si getta a capofitto nel lavoro notturno di autista di taxi: lavorare instancabilmente e senza alcun tipo di limitazioni lo distrae dalle storture della vita, dai cattivi pensieri, dalle lacune esistenziali, ma soprattutto dalla solitudine. L’insonnia è il simbolo fisiologico di una società iperattiva ed eternamente insoddisfatta, in cerca del proprio posto al sole e di un senso da dare alle cose, all’esistenza: non si riesce a dormire perché i pensieri ci svegliano, le domande ancora senza risposta bussano alla porta della mente anche quando questa è stanca e vorrebbe riposare.

Girando di notte nella città “che non dorme mai” Travis ha l’occasione di conoscere il degrado umano che ben si coniuga con la propria alienazione, le varie tipologie umane che in diversa misura contribuiscono al declino di una civiltà occidentale progredita in maniera anomala tra luci al neon e consumismo. Si attende la pioggia che ripulisca le strade dalla melma ma in realtà è di un nuovo diluvio universale che il mondo avrebbe bisogno per liberarsi dalla “feccia umana” che infesta le strade. Anche il “moralismo apocalittico” di Travis è uno dei sintomi di un’insoddisfazione esistenziale che ha radici profonde: i populismi, così come i totalitarismi, traggono forza proprio da queste zone irrisolte dell’individuo, dal suo bisogno di sentirsi parte di un processo storico che lo inglobi, che lo abbracci facendolo sentire necessario, uomo nevralgico e non escluso, nonostante il suo palese fallimento sociale ed economico. L’entusiasmo politico per un candidato di passaggio e scelto nel mucchio, è solo un modo per entrare nel gioco, per comunicare con un mondo che altrimenti non avrebbe interesse ad ascoltare l’elettore anonimo. C’è bisogno di fare pulizia in città e l’elettore insoddisfatto proietta sul politico di turno le sue intenzioni politically incorrect, i progetti per un repulisti sociale compiuto come si deve, e il candidato furbo asseconda il “programma” privato dell’elettore facendolo suo, dichiarando che è già al lavoro per la realizzazione proprio di quei punti del programma che stanno tanto a cuore all’elettore arrabbiato.

Anche la pornografia, così come la politica, per Travis rappresenta un “tic compensatorio”, un’abitudine malsana per mettersi alla prova, per sapere di essere ancora vivo al di sotto della cintola, per cercare di rilassarsi e mettere a tacere quei pensieri che non lasciano dormire… Ma la pornografia non ostacola Travis nella sua ricerca dell’amore e della bellezza: c’è sempre la voglia di comunicare con donne reali; non manca il coraggio di dichiararsi interessato alla loro eleganza e bellezza, nonostante qualche passo falso ed equivoco causato da uno scarso allenamento alle relazioni umane.

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Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

Versione PDF: Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

 

Dopo aver letto la ricca ed esaustiva postfazione, a firma di Angelo Maria Ripellino, alla raccolta di poesie di Blok edita da Oscar Mondadori nel 1990, è alquanto arduo riuscire ad aggiungere ulteriori dati senza risultare inutilmente ripetitivi: Ripellino non solo ci propone un excursus biografico dell’autore ma entra, con il taglio tipico di chi ha familiarità con il pensiero più intimo di un poeta, nei processi creativi di Blok differenziando le varie epoche e le relative poetiche. Blok infatti fu un poeta dall’esistenza multiforme e di conseguenza variegata fu la sua produzione: ha vissuto più vite in una perché appartenente a una generazione irrequieta e intimamente consapevole del suo essere al confine tra due epoche, in eterna attesa della rivoluzione perfetta, del cambio drastico degli schemi sociali e culturali. Da un’adolescenza idilliaca e appartata all’atmosfera sovreccitata dei salotti frequentati dai simbolisti russi; dalla teologia al teatro… Ambienti sicuramente stimolanti ma distanti dalla realtà tragica di una società bisognosa di cambiamenti chirurgici, profondi, drammatici. Blok, compiendo un ulteriore ma stavolta necessario passaggio esistenziale e artistico, riuscì a sintonizzarsi con le esigenze reali del popolo, con il travaglio di una società in procinto di ribaltare lo stato delle cose. Ed è questa, a mio avviso, l’epoca più dolorosa e affascinante dell’esistenza del poeta russo: come nel corso di una muta interiore, Blok lascia dietro di sé la vecchia pelle borghese intrisa di misticismo e di un inutile sperimentalismo artistico fine a se stesso, per armarsi di un realismo che lo porterà a immergersi interamente negli anfratti di una società sull’orlo di un’apocalisse attesa da tempo. Scrive Ripellino: “Blok soffrì fisicamente il ristagno e la reazione che seguirono alla rivolta del 1905. […] L’umor nero di Blok non è una propensione letteraria, un abito esteriore, ma il basso continuo, la fosca filigrana della sua vita, giorni e notti, giorni e notti. Incalzato dall’ansia di ramingare, di perdersi negli angoli abietti e remoti della periferia cittadina, egli va alla ventura, girando per squallide strade fiancheggiate da lerci abituri… Le lettere e i diari di Blok abbondano in questo periodo di appunti di passeggiate notturne ai margini di Pietroburgo e di memorie di incontri con zingare e acrobate in ristoranti e postriboli…” C’è un bisogno viscerale di conoscere il “mondo terribile” della Russia alla vigilia della rivoluzione: dai divani stinti dei salotti mondani, un tempo frequentati dal poeta, passando alla strada della periferia dove la vita è più vera, Blok impara a fiutare la Storia scendendo in quegli abissi sociali ignorati dall’aristocrazia; il contatto col popolo è salvifico e il populismo è un buon antidoto contro la solitudine. Accolse positivamente l’Ottobre del 1917 perché scorse nella rivoluzione bolscevica (pur non essendo un convinto marxista) un ideale capovolgimento di privilegi e di schemi sociali tradizionali, quegli stessi privilegi e schemi che avevano protetto la sua classe d’appartenenza fino ad allora. 

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“Agli amici”, “I poeti”: due poesie di Aleksàndr Blok

“Tacete dunque, libri maledetti!
Io non vi ho scritti, non vi ho scritti mai!”

dalla raccolta “Poesie” a cura di Angelo Maria Ripellino, Arnoldo Mondadori Editore 1990; lettura di Michele Nigro.

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Sangue per squali

Furono le ultime ferie innocenti
premessa di una morte a venire,
era ancora senza peso e misura
lo sguardo profondo sulla storia

è privo di un nome che metta pace
questo potente vuoto sconosciuto
dinanzi al baratro d’infinite scelte.

Saluti veloci dall’asfalto, un segno di croce
un bacio staccato dal volante in fuga
tornando da nuovi destini coraggiosi
verso notturne luminarie tra cipressi,
ti riconosco a momenti in voci sorelle
sprazzi ereditati che non colmano

è forte la presenza degli estinti
nelle case parallele dove li invoco
ma nessuno chiede elemosine
come fosse sangue per squali
dopo l’urlo muto della solitudine.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli

Leggendo “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli (anche in versione estesa scaricabile QUI) è impossibile non riconoscere, almeno per chi ha letto altri scritti dell’Autore di Pontedera, il suo stile discorsivo, la sua capacità analitica estremamente colta ma mai pedante, la sua passione “chirurgica” nel penetrare il significato delle cose e delle parole, dei fenomeni e delle nostre abitudini, di quei meccanismi umani dati per scontati e che invece nascondono segreti e saperi da sviscerare e comprendere…

Dalla A di “Abitudine…” alla V di “Verità” della versione cartacea, questo sillabario/dizionario è un corposo lavoro “enciclopedico” con cui l’Autore tenta di insegnare a se stesso e ai Lettori il significato di una contemporaneità complessa e articolata, meravigliosa e terrificante, foriera di novità positive ma anche di prospettive contrastanti la dignità umana; uno strumento per imparare a leggere il mondo in cui viviamo e crediamo, spesso troppo ottimisticamente, di agire in piena libertà ma in realtà inconsapevoli di quale sia il vero funzionamento di un sapere che abbiamo accumulato nei secoli senza conoscere le giuste chiavi di lettura.

Dinanzi a ogni singolo argomento affrontato, Morelli non si limita a fornire una fredda e scarna descrizione ma mette in scena un ragionamento articolato, discorsivo, “personalizzato” e per tale motivo altamente divulgativo; molteplici e coltissimi sono i rimandi ad altri autori di innumerevoli altre discipline scientifiche, letterarie e filosofiche: il Lettore è “inondato” da citazioni e spunti paralleli che ramificandosi dalla voce trattata lo invitano a continuare la ricerca andando al di là del sillabario che così dimostra la sua funzione di proiezione verso altre letture e studi… Ma ogni argomento è già di per sé “completo” nell’esposizione di Morelli: gli spunti rilasciati lungo la trattazione sono solo delle tracce che è possibile seguire in piena autonomia o no. Il che svela, oltre alla portentosa capacità multidisciplinare dell’Autore, l’enorme complessità che si cela dietro ogni tematica e dimostra l’esistenza di un libero arbitrio culturale con cui ogni Lettore può decidere o meno di approfondire l’argomento in piena autogestione.

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Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.

 

Franco Battiato – Il lungo viaggio

versione pdf: Franco Battiato – Il lungo viaggio

… noi siamo sempre soli ma’,
pure quando siamo in compagnia!”

Interpretare non significa imitare ma fare proprio un ruolo, introiettare certe caratteristiche e offrirle “filtrate” nuovamente al pubblico; sceneggiare una biografia non significa ricapitolare i fatti di una vita ma scegliere uno o più dettagli su cui soffermarsi e su questi tentare di costruire il racconto di un’esistenza. Nel caso specifico del primo biopic dedicato al cantautore siciliano Franco Battiato questi due intenti sono stati in parte rispettati in maniera originale, realizzati brillantemente, in parte disattesi, rimanendo incompleti, forse volutamente abbozzati nella consapevolezza di non poter sintetizzare una vita, personale e artistica, straordinaria come quella di Battiato.

Un biopic sufficientemente onesto, commuovente, a tratti onirico (purtroppo solo a tratti), che servirà in futuro a chi non ha mai conosciuto, o conosciuto poco, Battiato per improntare un primo approccio, e che avrà fatto versare qualche lacrima nostalgica a chi invece lo ha conosciuto bene, seguito nei concerti, amato come essere umano, studiato dal punto di vista filosofico, poetico, musicale, riascoltato più volte nei momenti bui della vita o nelle pause di riflessione durante ricerche interiori personali. Uno sguardo ovviamente narrativizzato (se non addirittura romanzato al limite dell’invenzione!), a uso e consumo di un vasto pubblico, che non si discosta da una biografia che è più che conosciuta dagli estimatori e non si addentra troppo in terreni misteriosi che avrebbero potuto allontanare lo spettatore medio.

Esagerata, a mio avviso, la costante presenza di Fleur Jaeggy in qualità di musa ispiratrice: figura sicuramente importante sia sul piano personale che artistico ma che nel film surclassa ben altri “incontri con uomini straordinari”. E con donne – una tra tutte l’assente Milva -, salvando la madre Grazia, Giuni Russo, Alice intravista in originale televisivo, e qualche fidanzatina sparsa qua e là. Donne che hanno l’importante funzione di fare da sfondo a una scelta solitaria dell’artista che non esclude l’amore, quello autentico, ma salvaguarda da pulsioni deleterie una libertà fisica e spirituale senza la quale quel lungo viaggio non si sarebbe mai potuto realizzare. Una scelta che, per nostra fortuna, non si trasformò in una radicalità claustrale come nel caso dell’amico fraterno Juri Camisasca: Battiato scelse il successo – come ribadito più volte nel film – ma non le conseguenze del successo, preservando la purezza di un suo angolo, geografico e spirituale, pur continuando a stare nel mondo quotidiano, a contatto con i suoi shock che se ben sfruttati prevengono la meccanicità di un’esistenza animale.

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Nota a “Reboot del sentire” di Giulia Catricalà

Sembra quasi che con questa breve silloge, Reboot del sentire (Fallone editore, 2025), Giulia Catricalà voglia farsi ponte tra due mondi coesistenti in parallelo – anche dal punto di vista linguistico -, che si compenetrano da tempo senza mai comprendersi, incontrarsi veramente; o forse si sono già incrociati quando è stato indispensabile per escludersi e progredire o per integrarsi e salvarsi. Un incontro tra smartphone, bit, swipe, bulk, debug, influencer, reel, glitch, pixel, script, firewall, buffering, server, feed, podcast, CAPTCHA, Insta-guru e cyber-qualcosa, e un mondo analogico da preservare, a cui aggrapparsi per sapere di essere ancora umani, per riavviare un sentire non del tutto atrofizzato, per cercare un senso che non può venire fuori dallo schermo di un telefonino. È dall’incontro alla vecchia maniera, con altri esseri umani ronzanti nella “brulicante calca del parlare”, che si diventa consapevoli “del sentire straniato, del mezzo inquinato”; si cerca di compensare con “un frame di un’altra epoca”, una nonna in grembiule che svanisce tra i fornelli, un’immagine analogica che redime. Saremo prigionieri di un futuro efficientissimo e performativo capace di riavvolgere ed emendare; ci salveranno, forse, “sistemi rozzi / – analogici e traslati – / Ti sembreranno fossili!”. Una filosofia boomer che preserverà dall’estinzione un sentire bizzarro e obsoleto. C’è sempre una diatriba in atto tra contemporaneo e antico, tra un linguaggio che ci ricorda a che società apparteniamo e altre parole in disuso, scenari analogici, abitudini dimenticate; persino i sogni si valutano in base alla risoluzione e si scoprono “nuove frontiere dell’anaffettività” anche se “fuori c’è un tramonto ancora umano”, un CAPTCHA per capire se apparteniamo ancora a quella stessa specie animale evoluta che è stata in grado di compiere nei secoli opere memorabili e immortali senza l’ausilio di intelligenze artificiali.

XI

Le Muse scrollano, annoiate,
fanno l’autopsia al feed
Re Mida trasforma tutto
in azioni volatili e criptovalute,
specula su realtà aumentata
e nuove frontiere dell’anaffettività.
Io resisto all’automazione:
è uscito un podcast
su come sopravvivere all’artificio.
Una voce omeopatica e vibrante
mi insegna a non svanire
nei flussi binari del delirio.
Fuori c’è un tramonto ancora umano
una coda liquida di colore
e fosforescenza –
appare dal nulla
come un CAPTCHA.

25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

versione pdf: 25 anni di “ODRZ”, intervista a Massimo Mascheroni

25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

a cura di Michele Nigro

Per festeggiare degnamente i loro primi 25 anni di attività, ben spesi tra registrazioni in studio e performance live, il collettivo musicale italiano ODRZ – composto da Massimo Mascheroni e Antonio Maione – ha pensato di uscirsene con un prodotto assolutamente originale (a partire dalla confezione, dal booklet-“lenzuolo” e dal pratico supporto scelto per l’occasione: non un CD ma una chiavetta USB in formato card) e rivoluzionario: una registrazione “ipertrofica” – etichetta TIBProd – contenente 100 tracks e ognuna di queste realizzata in collaborazione con un artista invitato dal duo di Osnago alcuni anni fa in vista dell’anniversario. Tra i 100 “prescelti” anche il sottoscritto (track n° 31) che ha intrecciato la propria voce preventivamente registrata – il testo letto è quello della poesia intitolata “Vestigia”, in seguito inclusa nella raccolta edita “Carte nel buio”) – con i suoni prodotti dagli ODRZ. Ma non tutti i brani del mega-album sono un mix di testo e musica: infatti le numerose collaborazioni che hanno dato vita al progetto si sono basate anche, se non prevalentemente, su incontri di tipo prettamente musicale.

Ma che musica fanno gli ODRZ? Post-industriale, noise e d’avanguardia, con un approccio corrosivo e fortemente sperimentale: a volte “disturbanti”, altre volte sorprendentemente melodici (come, per fare un esempio, nella traccia n°7 realizzata con Gerstein), gli ODRZ sono dal 2000 alla ricerca di un nuovo suono, di un nuovo concetto di ascolto che non si rifà a melodie o a una partizione tradizionale, bensì a uno sperimentalismo sonoro quasi sempre improvvisato. Una musica non-musica fatta di suoni (e rumori) industriali (industrial noise) con cui compiere una ricerca profonda nell’animo di chi la produce e di chi l’ascolta: un ascolto “scomodo”, non facile, non accogliente, volutamente respingente, che arriva quasi sempre a creare un’angosciante ambientazione post-apocalittica capace di mettere in evidenza le condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo. Perché questo è il mondo in cui viviamo: fatto di metallo, di elettricità, di disumanizzante produttività, di fabbriche rumorose, di suoni ancestrali ricavati da materiali moderni; tutto sta nel riconoscerli, nell’accoglierli come suoni “naturali”, di una natura artificiale che ormai fa parte della nostra carne e del nostro DNA. Ma tra questi suoni disumanamente umani ecco riaffiorare, come in un innesto transumanista, parole emesse da apparati vocali animali – i nostri -; frasi reiterate, giochi vocali che ricordano quelli dissacranti e anti-passatisti dei futuristi di Marinetti, ripetizioni ad oltranza di concetti poetici come se si trattasse dei movimenti ossessivamente ripetuti di un macchinario industriale: verrebbe da chiedersi, anche la creatività letteraria è dunque parte della produzione meccanica dell’uomo contemporaneo? Forse il rumorismo degli ODRZ vuole suggerirci che l’apocalisse è già realizzata, è hic et nunc e la viviamo quotidianamente, e che c’è solo bisogno di chi la concretizzi in arte sonora, che la reinterpreti musicalmente per chi fa finta di non sentire o è da troppo tempo immerso in un suono postumano divenuto familiare. 

Se con Burroughs abbiamo assistito, grazie alla tecnica del cut-up, all’interruzione della linearità scritturale e alla frammentazione del significante, con l’esperienza musicale industrial prima e in seguito con quella post-industriale vi è stato come una sorta di “spezzettamento” della classica narrazione musicale in favore di una ricerca che ha messo al primo posto una sonorità istintiva, rumoreggiante, frammentata, a volte brutale, testimone dei tempi: non più il legno dei violini ma tubi di ferro, lamiere, sbuffi di vapore, scariche elettriche, sirene di fabbriche, vetri infranti, urla disumane… 

Ho rivolto alcune domande a uno dei due fondatori degli ODRZ, Massimo Mascheroni, per cercare di sviscerare altri aspetti della loro ricerca e del loro modo di vedere le cose:

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Nota a “Anedonia (o i piaceri scomparsi)” di Pietro Edoardo Mallegni

Entrare nella versificazione adottata da Mallegni significa dover consigliare a se stessi di abbandonare fuori dalla lettura le comuni coordinate di significato che normalmente il lettore utilizza per muoversi in una poetica sconosciuta; abbandonarsi al flusso generoso di termini mai scontati o ripetitivi: ogni verso corrisponde a un piacere ritrovato, a una sorpresa semantica derivante dall’equilibrato accostamento tra parole d’uso quotidiano e parole ricercate, inusuali, dal sapore scientifico… Le immagini che scaturiscono da tale alchimia istintiva ma al tempo stesso studiata, sono belle, interessanti e rappresentano una sfida nel momento in cui si tenta un approccio razionale, un voler mettere ordine tra i messaggi contenuti. Immagini che hanno un forte potere immaginifico e quindi evocativo; anche un dolore reale o un dramma vissuto acquisiscono una patina quasi surreale, fantasiosa, fuori da regole letterarie vincolanti.

Nella raccolta Anedonia (o i piaceri scomparsi), Nero Latte edizioni – 2025, il lettore è testimone di una poetica ipertrofica, piacevolmente complessa ma mai inaccessibile; di una confessione intima presentata con elegante fantasia metaforica perché si vuole dire tutto ciò che si ha nell’animo ma pensando a un congegno poetico che richiede un minimo di sforzo come dinanzi a un rebus, a un enigma non facilissimo. L’indicibilità della forma poetica è in tal modo rispettata anche se non viene trascurato il carattere “colloquiale” su cui è impiantata la raccolta. La parola ricercata, rara, non è un vezzo per elevarsi al di sopra del linguaggio medio ma è un modo per “nobilitare” il vissuto, per renderlo eterno in bellezza. La poetica di Mallegni è un concerto di suoni, colori, luoghi, esperienze sensoriali eterogenee che convergono nell’unico punto possibile capace di condensarle, restituendo al lettore lo stesso stupore complesso e articolato provato dall’autore. Mallegni di professione cuoco, ben riesce anche in ambito poetico a coniugare sapientemente gli ingredienti dei significanti di cui è ricca la nostra tradizione poetica ed enogastronomica: il risultato non è mai un sapore indecifrabile ma una volta amalgamati è impossibile riuscire a separarli, a distinguerli come all’origine; diventano sapori e odori inseparabili, parte di un processo alchemico irreversibile.

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Ricordati che devi morire!

Memento mori

Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora

la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,

ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,

non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.

È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.

Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio

ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.

tratta dalla raccolta “Carte nel buio”

(ph M.Nigro©2026; titolo: “Andare sempre controsenso”)

Guardami dall’esterno

Guardami da lì fuori, dall’esterno
con occhi lucidi fatti d’aria,
dall’alto come se fossi dio

ho bisogno di un tuo parere senza tempo
per credere nel nuovo cammino,
giudicami, dirigi gli entusiasmi, aggiustami,
il mio tiro è fatto d’istinto animale, direzionami,
correggimi nella scuola del presente

guardami da dove ti trovi, non importa
se non ricordi più il mio nome terreno,
accompagnami anche se non sai più chi sono,
cerco una voce che pronunci la mia storia.

Dimmi se la strada è quella giusta
se la mia fede è ben riposta,
consigliami in sogno
prima che mi svegli prima dell’alba.

Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

versione pdf: La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

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Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.