“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti”

RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E – quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

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Nota a “Canto del vuoto cavo” di Francesca Innocenzi

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Il vuoto: per alcuni un concetto filosofico-spirituale, totale negazione dell’idea di assoluto che apre a una sorta di ascetismo ateo, non mediato da divinità o da santi: una “mistica del vuoto” che, meditando sulla transitorietà e relatività di ogni fenomeno, permette di raggiungere uno stato di distacco non solo dai beni materiali ma addirittura dalla stessa ascesi, dall’ego o dal bisogno di dio, un superiore e umano stato di serenità imperturbabile in cui il distacco dalla vita e la massima apertura ad essa paradossalmente coincidono. Per altri, invece, il vuoto, in maniera più prosaica, ha una valenza estetico-architettonica, la funzione di ripulire i sensi dei tanto stressati occidentali da un overbuffering di dati visivi: un soccorso “zen” a esistenze consumistiche prese in ostaggio dal superfluo. “Vuoto di senso, senso di vuoto” cantava Battiato nel brano Il vuoto, riferendosi in questo caso a un vuoto negativamente inteso, a una sempre più dilagante condizione di povertà interiore scandita da un tempo affannosamente inseguito da un’umanità allo sbando.

In poesia il vuoto rappresenta la terra promessa, la meta ideale del versificatore: questo indipendentemente dall’utilizzo o meno di una metrica ben precisa che addomestichi le sillabe o di esotiche forme metrico-stilistiche come i senryu o i tanka, cugini stretti dei più conosciuti haiku, adoperati da Francesca Innocenzi nella raccolta intitolata “Canto del vuoto cavo” (ed. Transeuropa, 2021; collana di poesia: Nuova Poetica 3.0). Sintetizzare il segnale in uscita, scremare il verso, costringerlo in abiti rituali senza far perdere forza e significato al messaggio, che proprio perché ripulito dal superfluo di cui sopra, meglio risuona con la sua destabilizzante semplicità. Un’asciuttezza da non confondere con un modaiolo minimalismo o un esasperante essenzialismo pseudo-ungarettiano che rasenta la banalità: d’altronde la firma nipponica degli stili adottati dall’autrice rappresenta un chiaro intento di ricerca; non vi è — come accaduto ad autori anche affermati, bisognosi di una fase a sentir loro zen della produzione — l’esigenza di semplificare i concetti perché è la regola stessa del tipo di componimento scelto che determina la poetica e allontana tutti, autori e lettori, dall’equivoco di una fruibilità che non rispetta la poesia.

Componimenti che sanno unire un messaggio sociale, attualissimo, alla delicatezza di un’immagine naturale: “I. il capitale / ti aspetta al varco. / sotto il ciliegio / inerme sosti — / il sistema stritola / chi non sta al passo” (da “dittico del dio estremo”; si può schiaffeggiare il dio denaro anche con un petalo di fiore, senza per forza scomodare l’opera di Karl Marx!). E ancora: “II. Il dio estremo / esige il sacrificio / perché è sciagura / la tregua. Così / il ciclo produttivo / assembla i morti”. Anche la superficialità dei discorsi da bar può essere disinnescata: “i mantenuti /dallo Stato negli hotel / con cellulari / costosi — gabbie / di sproloqui su mondi / che non si sanno”; la poesia in generale, grazie alla sua naturale trasversalità che unisce il visibile a quel che non si sa, ci libera da una fin troppo facile e a buon mercato linearità degli sproloqui nel quotidiano. E i segreti della poesia-botanica, lo sfoltimento dei rami e delle parole: “gesto di cura / al di qua del fiorire / la potatura / taglio dovuto. / sfoltiti i rovi fitti / passa la luce”; una luce diversa sulle parole e quindi sui pensieri che le hanno originate, per farsi capire e addirittura per meglio capire se stessi, per raggiungere la verità in maniera sobria, pulita, diretta. Una purezza che non deriva dall’atarassia, dalla scelta di sospendere da terra la propria esistenza; solo chi abbraccia le infelicità della vita può cercare con animo sincero le prelibatezze della poesia: “ringraziava Dio / che avesse scadenza / la felicità / della poesia / si seccava altrimenti / il serbatoio”; non è a causa di una visione esageratamente romantica dell’arte, se arriviamo a dichiarare che la poesia riesce a scavare efficacemente tra le parole, per trovare quelle giuste seppellite in noi, solo grazie alla trivella diamantina del dolore: un eccesso di benessere può distrarre dalla ricerca. Persino i lockdown agevolano lo scavo e la ricerca dei vuoti cavi (ovvero di vuoti di significanti, e che essendo cavi, contengono, accolgono, conservano piccoli tesori) o rendono raggiungibili i vuoti interiori che sono una ricchezza per chi sa crearli in sé o riconoscerli: “I. c’è coprifuoco / sul davanzale. vita / tracima dentro / fuoco di stanza, stella / che dal tumulto chiama” (da “trittico dei lockdown presunti”); in clausura si rivalutano la bellezza e la funzione dell’immensità che è in noi, e da cui spesso fuggiamo perché la riteniamo ingovernabile: “III. ah veramente / credevi nelle imposte / che alla sera / chiudono — cosa, se hai / il bistrattato immenso?”.

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“L’uomo che cammina” per la Pace!

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Scrive Christian Bobin, riferendosi alla resurrezione del Cristo senza peraltro mai nominarlo, in L’uomo che cammina: <<L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte. Coloro che ne seguono le orme e credono che si possa restare eternamente vivi nella trasparenza di una parola d’amore, senza mai smarrire il respiro, costoro, nella misura in cui sentono quel che dicono, sono forzatamente considerati matti. Quello che sostengono è inaccettabile.>> Cosa c’entra il Gesù camminante di Bobin con la 60ª edizione della Marcia per la Pace Perugia-Assisi  ̶  organizzata per la prima volta nel 1961 da Aldo Capitini  ̶  svoltasi lo scorso 10 ottobre? Apparentemente nulla, dal momento che si tratta di una marcia laica, aconfessionale, inclusiva, apartitica, anche se mai apolitica perché tutto è “politico”, nel senso nobile del termine: anche i granelli di sabbia sollevati dai piedi dei marciatori sono politici. La vera politica è azione senza colore ma di valori, è scelta di movimento, di fede folle, di cammino verso un obiettivo ideale ma concretizzabile passo dopo passo, pacificamente, senza assaltare sedi di sindacati o di partiti. C’entra perché i matti, credendo, avendo fede nella realizzazione di un mondo migliore, non attendono immobili l’arrivo del cambiamento ma si fanno movimento, camminano, pur nella limitatezza dello spostamento (“solo” 24 km per i partecipanti alla Marcia). Ancora Bobin: <<Il movimento è dare tutto se stesso>>; il marciatore per la pace consegna simbolicamente per poche ore il proprio corpo, non solo i propri ideali e il proprio tempo, nel tragitto tra Perugia e Assisi (città in guerra tra loro nel medioevo), alla causa. Una consegna che non si esaurisce con il raggiungimento del traguardo sportivo perché <<dio è un uomo che cammina ben oltre il tramonto del giorno>>; la marcia interiore continua ritornando a casa, all’indomani della confortante e colorata marea umana, nei propri luoghi d’esistenza, tra le pieghe di abitudini da scardinare in nome di un’autentica evoluzione dell’umanità ma a partire da se stessi e non pretendendola solo dagli altri: l’“I Care” milaniano  ̶  tema di questa storica edizione  ̶  è un prendersi cura, un interessarsi in prima persona e non più delegato, una responsabilità diretta dell’individuo a partire dal microecosistema del vissuto quotidiano.

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Marciare per la Pace, sulla rivista “Essere” di Arezzo…

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Capita proprio a fagiolo, in questi freddi e preoccupanti giorni di guerra in Ucraina non solo sbandierata ma purtroppo anche molto probabile, l’uscita sulla rivista “Essere” (periodico del centro di solidarietà di Arezzo, n.3 – anno XXXIII, diretto da Vittorio Gepponi) di un mio articolo sulla “Marcia per la Pace Perugia-Assisi” del 2021 (60ª edizione) a cui ho avuto il piacere di partecipare in qualità di “libero camminatore”.

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Doppia presenza per me (e quindi doppio onore) in questo numero: nella rubrica “Profili d’autore” è stata pubblicata la bella recensione alla mia raccolta “Pomeriggi perduti” (già apparsa su questo blog, qui!) a firma della poetessa Carla Malerba (redattrice della rivista “Essere”) che ringrazio anche per avermi invitato a scrivere il “pezzo” sulla Marcia…

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“Pomeriggi…” su CertaStampa, a cura di Massimo Ridolfi

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“… La poesia di Michele Nigro – è lampante – ha una qualità musicale evidente, rara da registrare nella scrittura in versi contemporanea, e non solo in Italia, che ormai si è addirittura staccata anche dalla prosa, che l’ha particolarmente contraddistinta a partire dal ‘900, che oggi ha così raggiunto un passo saggistico, concettuale, programmatico, tutto dentro uno scrivere versi che si è fatto troppo pensato, troppo a lungo meditato prima di farsi gesto e azione, perdendo l’ardore originale, il sacro fuoco. Su questo tema credo sia necessario fermarsi e concentrare il nostro pensiero critico d’ora in avanti, nel tentativo, non certo facile, di prevedere gli ulteriori sviluppi formali della scrittura di poesia, che potrebbero renderla “irriconoscibile”, non più tale, non più possibile; e la lettura della poesia di Michele Nigro invita a questo “ritorno” a un ragionare critico, perché è poeta di “terra”, che guarda e ci riporta, senza falsarne il peso, tutto quello che ha vissuto e visto, con il passo di una muta saggezza.” (Massimo Ridolfi)

Per leggere l’intera recensione a “Pomeriggi perduti”: QUI!

“Soylent Green…” su Pangea.news

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Il mio articolo “Soylent Green”: dal romanzo al film… (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“Soylent Green”: dal romanzo al film…

versione pdf: “Soylent Green”: dal romanzo al film…

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Ho avuto modo recentemente di fare un confronto “a caldo” tra un più o meno famoso romanzo di fantascienza e la sua riduzione cinematografica: trattasi di “Largo! Largo!” dell’autore statunitense Harry Harrison (titolo originale: “Make room! Make room!” del 1966) e del film, con Charlton Heston, “2022: i sopravvissuti” (titolo originale: “Soylent Green” del 1973). Mai come in questo caso mi sento di affermare che “il film ha salvato il racconto!”. Infatti, profonde e significative sono le differenze e le omissioni tra i due prodotti; variazioni che – ma è un mio personalissimo e quindi discutibile parere – premiano di gran lunga la trasposizione filmica, secondo me più ricca di elementi di discussione e dotata di obiettivi ben definiti. O, forse, questo è quel che accade a chi legge una storia dopo averne assimilato l’immaginario attraverso la sua traduzione su pellicola. Fatto sta che, alla fine del romanzo, inevitabilmente si resta a bocca asciutta ripensando alle sequenze del film, come se si attendesse un seguito narrativo che non arriverà mai. In questo caso parlare di “riduzione” cinematografica è riduttivo (perdonate il gioco di parole!): grazie al film diretto da Richard Fleischer la storia raccontata su carta da Harrison viene ampliata, arricchita, sviluppata come avrebbe meritato, oserei dire migliorata; i messaggi scientifici e fantascientifici del romanzo giungono a maturazione, si completano in maniera organica e acquisiscono una funzionalità che ha un senso compiuto.

In confronto al film, nel romanzo molti punti a mio avviso nevralgici sono semplicemente assenti, quando non addirittura stravolti: “Sol”, l’anziano coinquilino del protagonista Andy Rusch, muore di polmonite nel letto di casa, mentre nel film – scoperto il terribile segreto legato al Soylent Green – sceglie di suicidarsi presso il Tempio come previsto e consentito da una legge di Stato. La scena del suicidio assistito del vecchio Solomon Kahn (nel film si chiama “Sol” Roth), da sola, vale quanto l’intero film: l’intensità del momento è sottolineata da un felice connubio tra musica classica e immagini commuoventi tratte da un mondo naturale ormai estinto a causa delle scelte distruttive dell’essere umano. Alla base di questa “scelta legalizzata” di morte vi è indirettamente il gravoso problema della sovrappopolazione; l’esclamazione “largo! largo!” contenuta nel titolo italiano del romanzo esprime tutta l’urgenza della ricerca di un nuovo “spazio vitale” di nazistica memoria, stavolta ottenuto in maniera volontaria, pacifica e senza occupare altri territori, disumanamente spontanea, come dignitosa scelta esistenziale dell’individuo introdotta sul “libero mercato” di una vita che non è più vita. Un atto finale di generosità nei confronti di un’umanità accalcata: mettersi da parte, “fare spazio”, consegnarsi nelle mani dello Stato per farsi fuori, senza traumi, dolcemente, legalmente, assistiti con cura e amore fino all’ultimo respiro, tra il plauso dei governanti che sentitamente ringraziano. È quasi impossibile non cogliere un’analogia con le recenti evoluzioni legislative in materia di “suicidio assistito”: nel nostro presente, però, i moventi sono la pietas nei confronti di malati psicofisici considerati inguaribili dalla medicina e il conseguente diritto a una sacrosanta autodeterminazione esistenziale che esula da qualsivoglia “capriccio suicidario”. Restano, tuttavia, innumerevoli domande sul futuro evolutivo di una simile “apertura”, sulle possibili errate reinterpretazioni legislative che potrebbero verificarsi e che porterebbero inevitabilmente a un “alleggerimento” delle motivazioni e delle modalità applicative di questa “exit strategy” esistenziale.

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“È stata la mano di Dio” su Pangea.news

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Il mio articolo Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

versione pdf: Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

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“La realtà è scadente”

(Fabietto)

Al di là dell’autobiografismo “in ritardo” – anche se c’è sempre qualcosa di personale persino in film la cui trama è all’apparenza lontana dal privato del regista -, È stata la mano di Dio” di Sorrentino è una bella elegia filmica sulla nascita di una scelta artistica: la propria.

“Ce l’hai una cosa da raccontare?” la domanda cardine del film. E cos’è che ti spinge o ti spingerà a raccontarla attraverso la cinepresa (o un romanzo, ricordando il più recente Sorrentino romanziere)? Basta il “dolore”, quest’entità ispiratrice non ben definita e di fatto non definibile, per scegliere di trasporre l’esistenza reale che non ci piace sotto forma di riduzione cinematografica? Se non ci fosse stato l’evento luttuoso, l’impeto sarebbe stato lo stesso? Quella idea embrionale di “fare il regista di film” avrebbe sostenuto le distanze? Forse sì ma in maniera diversa: non lo sapremo mai. Ed è giusto non saperlo perché le esistenze non si basano sui “se fosse” ma su ciò che appare concretamente davanti agli occhi, in questo caso, dello spettatore. L’idea abbozzata e maldestra, come il primo sesso fatto con l’anziana vicina di casa che fa da “nave-scuola”, per realizzarsi avrà bisogno di ben altre esperienze, di vero sesso con ragazze desiderate, di gambe che hanno voglia di andare, di esistenza da macinare altrove. Di fede: come quella nel “munaciello” e in una zia che si fa passare per pazza gabbando una realtà scomoda e violenta; di fede in cose di cui vergognarsi, lontanissime, non credute possibili dagli altri (e forse anche da sé stessi), come il voler fare cinema. Fantasticherie giovanili che pian piano diventano esigenze esistenziali, modi vitali per tradurre il reale amaro in qualcos’altro.

Il dolore non è completo se non è abbinato al comico che nasce anche nei momenti più tragici: passare dalla disperazione alla risata è la commedia della vita che può ispirare un film, una storia da scrivere, una musica; è il vissuto sublimato in arte.

I familiari e i parenti – proprio come la città di Napoli che basa la sua bellezza su un’atavica contraddizione che non può essere compresa e accettata da tutti, se non viene vissuta e metabolizzata – sono al tempo stesso spassosi e drammatici: la quotidianità è un continuo e sorprendente psicodramma da cui trarre impulso creativo.

La propria materia umana è ancora, giustamente, acerba, non modellata, imbevuta di indecisione: anche imparare a piangere diventa una conquista interiore importantissima e interessante. Fino a quando ci si potrà isolare dal mondo nascondendosi sotto le cuffie di un inseparabile walkman? Si diventa curiosi sperimentatori di sé stessi e del mondo circostante: il dolore apre canali sensoriali ed emotivi straordinari, sprona sensibilità che in seguito serviranno a penetrare in modo originale e non convenzionale in quell’umanità ridotta in pellicola. C’è sete di vita e di libertà: anche dall’amicizia con un malavitoso, poco raccomandabile in base a un buonsenso comune, si attinge a piene mani e sospendendo il giudizio; la conoscenza diretta della realtà, quella che brucia sulla pelle scarificata dalla sofferenza, prevale sulla morale e soprattutto sul moralismo. Il dolore permette all’uomo sensibile di continuare a stupirsi e a considerare il “mistero” lì dove le persone appagate e asintomatiche non vedono nient’altro che una stanca realtà.

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Nota a “De la lang(ue)” di Antonio Belfiore

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Schizzechea with Love è il titolo del nono album di Pino Daniele e Me so’ mbriacato ‘e te Forever è uno dei brani contenuti in questo lavoro discografico del cantautore partenopeo, non estraneo a certi ibridismi acrobatici. Avrebbe potuto intitolare, con tiepidi effetti sull’ascoltatore, l’album e il brano menzionato “Pioviggina con amore” e “Mi sono inebriato di te per sempre”, ma il significante a volte, snobbando il nostro bisogno di significato immediato e rassicurante, segue proprie esigenze sonore apparentemente ingiustificabili.

In alcune poesie contenute nella raccolta intitolata De la lang(ue) di Antonio Belfiore (Fallone Editore, collana “Il fiore del deserto” – 2020) questa “esigenza” si spinge ben oltre lo sperimentalismo anglo-partenopeo preso ad esempio, proponendo (non sempre, per non inflazionare il fenomeno) innesti linguistici audaci, persino tra lingue antiche e inglese, al limite di un inutile nonsense che a guardare bene inutile non è, costringendo il lettore ad abbandonare la ricerca di una trama logica dal punto di vista linguistico-sonoro (cosa che in poesia è già regola in ambito interpretativo) in favore di una sonorità innata, arcaica, selvaggia quando non bizzarra, presente nel tessuto del mondo “nonostante noi”, perché “tutti questi suoni / non sono un linguaggio” ma “evocano ciò che non si esaurisce / mai in se stesso, e non si realizza / mai in significato umano”. La Vita e il Reale non c’entrano niente con la nostra piccola vita fatta di sicurezze sensoriali a buon mercato. Scopo di questa decostruzione è “aprirci a un flusso” (joyciano?) che ci inizi a “più infinibili possibilità”, “cercando di un suono primigenio / che non ho mai, che mai si è potuto / ascoltare e ch’eppure sentiamo”. Al di là dei giochi di ibridazione tra lingue e grafie agli antipodi, vi è una ricerca di suoni e ritmo antichi nella poesia di Belfiore; non si nasconde l’autore, influenzato dai suoi studi musicali, dietro l’uso di questi espedienti (“Se vivo adesso dans ce lieu questa vita”) per confondere le acque e depistarci, ma per soddisfare un istinto sempre in cerca di nuove vie comunicative, trasversali e interessanti. Se il monaco deforme, ex dolciniano, Salvatore de Il nome della rosa di Eco, ridotto a film, con la sua parlata collage ci ricorda che: “La morte est supra nobis! […] My little brother! Penitenziagite!”, Belfiore pur affermando che “il corpo / c’est une parfaite machine!” non dimentica che è condizionato da una “sporca poltiglia / (chiamala soul o identité)” e che il valore istintivo della persona è più della sua apparenza espressiva dettata dalle esperienze e dall’identità che ne consegue. Come a voler dire che l’intima, e potremmo dire invisibile, potenza delle parole supera la loro forma geo-linguistica e che “il suono è tutto”, non spiega l’emozione perché è già esso stesso emozione. Che restino gli altri “Ancora qui a parlarci di sentimenti / a dare spiegazioni e significati. / Le vostre storie già scartate / non sanno nemmeno di suoni…”.

Jadis, si je me souviens bien
j’ai répété aussi: il corpo
c’est une parfaite machine!
Ma questa sporca poltiglia
(chiamala soul o identité)
non è altro che se stessa.
E tu non mostrarmi più
le solite espressioni
gli sguardi e i brutti tic
del tuo hic, del loro nunc:
il tuo volto is worth
much more, davvero
molto più che solo questo.

E dicevi ancora: se non ora quando?
Forse avevi ragione ma non sapevi
e non sai che il suono è tutto
e che bisogna dire adieu a questo
sonnolento indoeuropeo – romanzo e non –
(poi a tutto quello che si porta dietro)
che mai è Stato e che ora studiamo.
Non dire più nemmeno adieu:
capirai che il suono è tutto
then, you go understand pas anymo(re).

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Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

versione pdf: San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

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“… Mi piacciono le scelte radicali…”

(da Mesopotamia, Franco Battiato)

Numerose sono state nel corso degli anni le riduzioni cinematografiche della vita del Santo di Assisi proposte a un'”agiografia per immagini”; anche alcune fiction televisive hanno tentato di raggiungere il grande pubblico del mainstream con risultati non trascurabili. Tuttavia, due sono le opere filmiche che maggiormente occupano ancora oggi l’immaginario collettivo: “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli (1972) e “Francesco” di Liliana Cavani (1989). Entrambe ripercorrono, più o meno fedelmente, le determinanti tappe biografiche — riprese dalle Fontiche lentamente ma inesorabilmente condussero il giovane Francesco verso scelte esistenziali irrevocabili: l’età spensierata e scapestrata, il disincanto che seguì alla disastrosa esperienza bellica, i finti ideali nobiliari traditi o ridimensionati, la prigionia presso Perugia, la convalescenza e la rivalutazione delle priorità scambiata per disturbo da stress post-traumatico (sembra che Francesco, abbracciando la povertà totale e riconoscendola ora più di prima nel messaggio evangelico, non voglia distaccarsi da quella precarietà esistenziale sperimentata in guerra e che ha decretato il tramonto definitivo degli entusiasmi giovanili e della ricerca di glorie terrene), il graduale distacco da uno stile di vita familiare e sociale non più consono alla propria evoluzione interiore, la pubblica spogliazione e la rinnegazione del “padre biologico”, l’inizio di un’autentica vita povera in contrapposizione a quella ricca e agiata della Chiesa ufficiale del tempo… Tappe che ormai, al di là delle sfumature e delle omissioni tra le versioni dei vari biografi vicini o lontani cronologicamente al Santo, costituiscono i pilastri ufficiali di un immaginario che ha attraversato i secoli.

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Sessantottino, più “figlio dei fiori” che serafico, delicato e dall’aspetto angelico, quasi efebico, il Francesco di Zeffirelli propone una versione poetica, dolcemente rivoluzionaria e romantica del Santo (per i più critici eccessivamente edulcorata e quindi poco veritiera dal punto di vista storico); Chiara è una biondissima e bellissima hippy folgorata sulla via di Woodstock: i Sessanta sono da poco trascorsi e la loro influenza sul regista è tangibile. Gli uccellini e i prati fioriti non mancano, così come le inquadrature in stile documentario naturalistico sulla vita degli insetti e degli animali: l’ecologismo flower power — da contrapporre agli asfissianti e distruttivi meccanismi capitalistico-consumistici — è rispettato alla lettera, così come il rifiuto della guerra, di tutte le guerre, di ogni epoca: da quella medioevale tra Perugia e Assisi, fino al più recente Viet-fucking-nam!; il primato spirituale su quello materiale: c’è una cecità, da cui guarire, che colpisce l’anima prima ancora che gli occhi. La rappresentazione dei poveri (ma anche quella dei ricchi) rasenta il grottesco tipico del circo felliniano. I francesismi materni sono dei divertenti intercalari linguistici che insistono sull’origine anche transalpina del Santo. La goliardia di Francesco ricorda quella del Romeo Montecchi shakespeariano (anch’egli immortalato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli), ma alla fine entrambi saranno catturati in maniera inesorabile dall’amore: Romeo da quello contrastato e tragico per Giulietta, Francesco da quello altrettanto difficile e in salita per Cristo, e non per Chiara, come una parte di noi avrebbe intimamente e laicamente desiderato. D’altronde la santità coerente e la “verticalità” non sono per tutti.

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Anche lo scontro padre-figlio, tra Pietro di Bernardone e François, viene rappresentato come gap generazionale tra “boomer” e figlio ribelle; in realtà dietro l’incomprensibilità tra padre e figlio, ammorbidita con soluzioni da commedia e qualche ceffone, si cela una storia ben più drammatica: Pietro di Bernardone (che nel film sembrerebbe in fin dei conti solo un ingenuo bonaccione accecato dal commercio e dalle ricchezze) incarcerò fisicamente Francesco, tra le mura di casa, pur di dissuaderlo dai suoi “pazzi” propositi e dai generosi gesti scellerati nei confronti dei poveri di Assisi. Ancora lontano dal suo Gesù di Nazareth del ’77, Zeffirelli propone un Francesco che è più vicino — non per lo stile ma per la dinamicità e “modernità” dei personaggi — al Jesus Christ Superstar di Norman Jewison. Indiretta ma assolutamente non secondaria la funzione emotiva della colonna sonora affidata al maestro Riz Ortolani: non poche associazioni giovanili cattoliche hanno adottato per anni, fino ai giorni nostri, alcuni brani diventati in seguito parte integrante del repertorio musicale religioso. Anche Francesco, però, come Gesù Cristo, ha il suo musical nostrano: Forza venite gente (1981) di Mario e Piero Castellacci. Quello del Francesco zeffirelliano, insomma, è un brand dal successo intramontabile, capace di adattarsi alle più svariate forme di espressività artistica e mediale.

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È incredibile come già in questa pellicola (e soprattutto nell’esempio stesso di San Francesco) sia contenuta la tesi — esposta attraverso le parole di Papa Innocenzo III — di un famigerato saggio di Matthew Fox, frate domenicano espulso a causa di questo libro dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger, intitolato In principio era la gioia (Original blessing). Afferma il Papa del film rivolgendosi a Francesco: “Nella nostra ossessione per il peccato originale, a volte si dimentica l’originale innocenza. Fa che non succeda anche a te!”. La gioia del messaggio evangelico è affogata nel senso di colpa e l’iniziale entusiasmo vocazionale viene ricoperto e soppiantato dalle incrostazioni del ritualismo e dalle formalità dogmatiche: un monito non troppo velato a un certo tipo di Chiesa stanca, secolarizzata e corrotta, capace di mantenere solo un presidio per convenienza e senza una precisa volontà di rinnovamento. Lo stesso attuale Papa Francesco — che ha scelto proprio questo nome con il chiaro intento di rinnovare la Chiesa a cominciare dall’interno — ha dovuto ridimensionare il suo iniziale entusiasmo rivoluzionario e tornare nei ranghi.

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Riguardo al film “Genius” e agli editor, su Pangea.news

jenius pangea

Il mio articolo “Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!