Hic et nunc, ieri e altrove

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Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

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Geoneurolinguistica

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“Geoneurolinguistica” ovvero di come il nostro modo di scrivere sia influenzato in maniera più o meno percettibile dal luogo in cui scriviamo (e non parlo di quiete e silenzio, necessari per concentrarsi): esistono influenze creative, al limite della spiritualità, che cambiano a seconda del posto, delle nostre esperienze passate che lo “impregnano” al di là dei semplici ricordi coscienti, del significato a volte occulto che lo caratterizza. Durante i periodici “ritorni” ci accorgiamo di ri-agganciare le vibrazioni di quel luogo e quando ripartiamo sentiamo come una sorta di “strappo” energetico non legato a un puro sentimentalismo o una nostalgia da distacco.

In realtà lo stesso concetto andrebbe esteso anche alle letture: ci sono libri che possiamo o vogliamo leggere solo in determinati luoghi e di fatto restano a guardia di tempi paralleli, dopo aver chiuso la porta dell’angolo dimensionale in questione, a presidiare discorsi lasciati in sospeso con noi stessi; libri che ci “aspettano” pazienti per essere finiti… Libri legati a spazi precisi, case, paesi, angoli geografici, energie non ben definite che rasentano la credenza religiosa o, se volete, la magia. Ambienti che accolgono e abbracciano certi libri e il loro senso, e ci aiutano ad attraversarli meglio di come potremmo fare altrove. Questa è geobibliofilia: amore per libri sposati (per loro natura o perché siamo noi a unirli in base a motivazioni personali dimostrabili ma non cedibili a terzi) a un determinato territorio o luogo familiare.
È vero, potrebbero essere letti ovunque (registrati attraverso gli occhi e il nervo ottico), ma con effetti blandi su cervello e cuore, perdendo un certo potenziale evocativo ispirato dai luoghi in cui determinati libri dovrebbero essere letti. Non vale per tutti i libri: ci sono testi cosmopoliti (la stragrande maggioranza dei libri oggi in circolazione è così), resi leggeri e “trasportabili” – riferendomi alle implicazioni argomentative e non all’oggetto-libro in sé – in ogni dove grazie a un’opera di omogeneizzazione da parte del marketing. E mi va bene! La “geolocalizzazione” del senso di un libro è un fatto del tutto personale…

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Le cose da fare

foto di PHILIPPE HALSMAN

La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.

Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.

Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.

(foto: The Versatile Jean Cocteau, 1949

di Philippe Halsman)

 

Tutto o niente!

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Non più briciole di pane

lasciate cadere dagli angoli

di bocche assenti

sotto tavoli inchiodati alla terra crudele

come per cani separati

dal cielo infinito di agitate battute,

non più resti di gioie

dimentico dei tesori

che quotidiani s’allontanano

dalla vista del fare.

È più grave decidere di non agire

o dimenticare come si vive?

Eppure, in giornate di sole

ricordi ancora la direzione

la forma cosciente della

sudata ombra andante.

Abbandona i fotogrammi

che su di me possiedi!

dal passato geloso

di novità e altri cammini,

chiedi, fai domande, rivolgiti al presente

e alle sue stagionate speranze.

Qualcosa ha da rivelarti,

non ci crederai…

Archiviarsi

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(Riconoscersi, l’epilogo)

Non archiviate con rancore

non voltate la pagina

strappandola,

perché non tutto

è dato sapere

alla parola quotidiana

dell’uomo che parte.

Non c’è più tempo

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Non abbiamo tempo

da perdere

o da cercare, trovare

e poi riperdere,

abbiamo bisogno ora

di persone facili, decifrate in partenza

dall’esperienza del dolore

da non attendere in vie alberate

sotto finestre illuminate non per noi

ululando futuri nati morti

alle fermate di tram desiderati e persi

o sezionare a crudo su

tavoli crudeli di tempo anatomico

perché non c’è più

tempo come il tempo che sta in cielo

infinito e incosciente, fatto di pioggia

e venti caldi, fulmini e saette.

Abbiamo bisogno – ora! –

di porte aperte, socchiuse a invitarci

o già sfondate

da rabbiosi calci di decenni

a perdere tempo

e a lasciarsi andare lungo

la corrente immemore

di autunnali fatalità.