Hic et nunc, ieri e altrove

IMG_20181122_145856

Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

Annunci

Le cose da fare

foto di PHILIPPE HALSMAN

La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.

Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.

Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.

(foto: The Versatile Jean Cocteau, 1949

di Philippe Halsman)

 

Sapori passati

BLADE RUNNER 2049

E sembra di ieri
la puntuale sosta al chiostro,
nell’aria calda del golfo
un odore di ginestre vesuviane
intorno ai luoghi natii
gialli vagiti e mamme come te
con culle fresche d’ospedale,
strani biscotti dall’infanzia
bagnati in acque speciali
non più avvolti
nella carta blu dei ricordi
anche se il sapore è lo stesso di
quando eravamo famiglia.

Ogni tanto viaggiare da soli
ricercare le vibrazioni disperse
di quel che siamo stati, l’ombra di noi nel tempo
ascoltare le voci indigene, spiare il via vai
piangere non visti dietro gli occhiali dell’oggi
interrogare i vecchi come se fossero
echi di padri assenti,
osservare la gestualità sul palcoscenico
nella matrice non mediata dal cinema.

La comitiva distrae
con parole inutili e le cose da fare
insieme.
Ogni tanto stare al mondo
da soli.

Archiviarsi

55492975_2836872963020355_5390293662829641728_n

(Riconoscersi, l’epilogo)

Non archiviate con rancore

non voltate la pagina

strappandola,

perché non tutto

è dato sapere

alla parola quotidiana

dell’uomo che parte.

“The Words” su Iris News

… dunque la scrittura è solo emozione, attimo e non è anche tecnica? Assolutamente no! Ma spetta a noi scegliere se vogliamo vivere un’esistenza tecnicamente perfetta ma piatta, scrivendo tante cose e riempiendo fogli interessanti e insignificanti oppure rispettare noi stessi e assecondare quel caos che ci indica nella tempesta quand’è il momento di fissare su carta quello che veramente conta e in che modo. Siamo disposti a vivere il DOLORE, la sua rivoluzione e rivelazione, per raggiungere quell’attimo di perfezione e di verità nelle parole che scriviamo? Dice “il vecchio” (Jeremy Irons) nel film, come pronunciando una maledizione: «… pensi che non ci sia un prezzo da pagare? Sono parole nate dalla gioia e dal dolore: se rubi quelle parole, prendi anche il dolore!»

continua a leggere qui!

“Lavorare stanca” di Cesare Pavese

da “Poesie del disamore”

(Einaudi, 1968)

lettore: Michele Nigro

Lapide

Lapide in Villa Borghese

benedetta da Esculapio dio

di mali incurabili,

piccolo altare per

sacrifici proibiti,

tu che fosti testimone

di sguardi clandestini

e labbra

ebbre di dolci morsi,

cosa sei ora

se non fredda pietra

bagnata da lacrime

di pioggia e ricordi?

Eppure gli alberi

intorno al silenzio

della realtà ritornata

sono gli stessi

dei discorsi speranzosi

nati già infetti

da un destino crudele.

L’erba e le ghiande

abbandonate a marcire

verso altre primavere

sono forse le briciole

delle carezze di ieri

che preparavano a 

nuovi incontri?

Riciclo dell’amore

immortale

per fede caparbia

in una vita bizzarra,

fino all’ultimo

respiro del mondo

e di noi.

(ph M. Nigro)