eBook n. 103: Il momento della partenza, di Michele Nigro [Saggio], LaRecherche.it

Il momento della partenza
Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

La semplicità di questi personaggi creati dalla fantasia di Manzoni e Tolkien rende necessaria l’intermediazione (e non solo per fini narrativi) di figure importanti e trasversali come fra’ Cristoforo e Gandalf: il primo, strumento della Provvidenza, è il ‘padre spirituale’, il ponte tra Dio e la ‘povera gente’, è colui che non compie magie ma ‘combatte’
il nemico ricordandolo nelle sue preghiere; Gandalf è un vecchio saggio, uno ‘stregone’ (nell’accezione più esoterica e sapiente del termine) che conosce la Natura (umana, sovrumana e soprannaturale), interpreta i segni, consulta antichi testi, conosce lingue dimenticate, combatte il nemico utilizzando una conoscenza che non traspare mai se non nei momenti drammatici della ricerca.

Sorgente: eBook n. 103: Il momento della partenza, di Michele Nigro [Saggio], LaRecherche.it

Živago su Poliscritture

L’articolo intitolato “Jurij Živago, la morte e il vento…” pubblicato su Poliscritture.

Scrive Ennio Abate:

Caro Michele Nigro,
pubblico senz’altro il tuo saggio con in testa il video della scena del film che ho trovato su YouTube, perché ben scritto e tocca problemi (il mondo visto dall’ottica di un bambino; il rapporto tra ideologie, storia e poesia o religione e poesia) per me sfuggenti e irrisolti.
Ad essi mi pare che tu dia risposte alle quali non mi riesco a rassegnare: «Chi ha bisogno di religioni quando ha la poesia?», «decide di seguire il vento (non quello della rivoluzione, bensì quello decisamente più interessante dell’esistenza)», «Essendo il poeta, per definizione, fuori dal tempo inteso come asfittico meccanismo storico da cui non farsi stritolare».
Resto dell’idea (fortiniana) che la poesia possa finire per essere (spesso, non sempre) la «sporca religione dei poeti», che esistenza e storia non possano (o debbano) essere così rigidamente gerarchizzate (a favore della prima o della seconda), che nessuno – mi arrischio a dire neanche il poeta geniale – possa davvero essere fuori dal tempo (storico).

La medicina

466839_pckg_3401403402081854010-20140622

Bella è la parola
che si rende utile,
docile creta
modellata in mani
calde di sconfitta,
crogioli in pelle
per farmaci sussurrati.

Dita tremanti di tempo
pestano i vari composti,
plasmano senza sosta
materia oscura
da indicibili archivi.
Ottenendo parole nuove
rese morbide da ricerche silenti,
intrecci tenuti a mente
come trame di vecchi film.

Versi domati dall’azione
energica e disperata
dei cercatori di forma
si offrono in sacrificio
alla lenta medicina del suono,
anche se incerto è l’esito del male.

Ditemi, chi mai userebbe
coaguli di cemento
per chiudere ferite aperte?

2° classificato poesia inedita, “Premio Melagrana – Città di Caserta” (ed. 2019)

– video correlato –

“La Cura”, Franco Battiato

 

Buonanotte

886152_562967027117241_1511210990_o

Ci siamo piantati sulla terra
e abbiamo dimenticato il cielo,
il nero notturno trapunto di luci
che era presagio a partenze
– alcune già spente da tempo –
ha lasciato il posto
a stanchi sonni distratti
ripetuti senza clamore
calando ogni sera
sul mondo sveglio altrove
palpebre di finestra
e vaghi saluti augurali.

* i primi due versi sono tratti da
“Walden o Vita nei boschi” di H. D. Thoreau

Il confine prescelto

nobody-home-2

Costruzioni semplici, pietra e metallo
refrattarie alla fama di storici moti
di terra che ammazza
con ferri esposti, fratture lente
fuori dalla carne di calce,
arrugginite dal tempo
tra malta e mattoni rotti
offrono riparo a esserini piumati
da brevi voli di speranza campestre,
ritocchi alla buona, pensati con fede
senza scalfire le amate decadenze,
sotto tetti aperti al creato
un favo pulsa d’ali
minaccioso come un fortilizio
alla vigilia di battaglie
nel deserto di volute quietudini.

Puntuale il fumo sereno di una locanda
sfida le nubi regine d’autunno,
macchie di corvi
a gruppi dispettosi
disturbano le inutili antenne
dell’uomo televisivo.

La sera accoglie l’innocenza cercata
i colori desiderati prima del buio,

è troppo facile, ogni volta
chiedersi cosa ci facciamo
su questo confine anonimo
tra le regioni dell’esistere
di noi pendoli amorali.

Macchie

john-invisible-illness

Ho raschiato, ammorbidendole col sudore
le gocce di vernice verde
cadute per sbaglio durante il lavoro,
ora il pavimento è quasi tutto lindo
come se fossimo tornati indietro
agli anni settanta dell’innocenza.
Si alternano zone pulite
ad altre rimaste sporche,
presto le prime, insolite
saranno di nuovo sudice.

Il tempo, il sole, la polvere nel vento
come le risposte attese da Dylan
gli insetti morti, la pioggia che lava l’aria
le cattive notizie dal mondo
il mio passeggiare aspettando l’acqua
simile a un pittore in cattività,
e il bianco tornerà ad essere grigio
perché questa è la condizione ideale
per scrivere della nostra decadenza.

(immagine: Saul Steinberg)

Intervista per “Le stanze di carta”

intervista le stanze di carta

Alcune domande da parte di Ilaria Cino, curatrice del blog letterario “Le stanze di carta”, mi hanno permesso di sviscerare e chiarire, spero, alcuni aspetti della mia poetica… Segue uno stralcio dell’intervista:

[…] (Ilaria Cino) In una delle sue celebri poesie W. Whitman alla fatidica domanda sul perché si scrivono versi risponde con la necessità della poesia in quanto elemento di vita e di identità. Cosa ne pensa in proposito? E quale significato attribuisce al fare poesia oggi?

Come epigrafe per la mia ultima raccolta “Pomeriggi perduti” (ed. Kolibris, 2019) ho scelto proprio questo verso piuttosto conosciuto di Whitman a cui credo Lei si stia riferendo (la poesia è O me! O vita! dalla raccolta “Foglie d’erba”). Nel marasma esistenziale, causato dagli altri, dagli eventi o semplicemente dal movimento affannato di noi povere molecole immerse nella tempesta del mondo e dell’esserci in questo spettacolo chiamato “vita” (che continuerebbe anche senza di noi), quando i flutti non ci danno tregua e ci sballottano da una parte all’altra, occorre a un certo punto dare un senso a questo caos, dargli un nome, definirlo, contribuirvi con un verso, riempirlo di contenuto. Non tanto per salvarsi, per non perdersi tra la folla o per accaparrarsi una sciocca eternità, ma soprattutto per confermare a se stessi un’identità, un modo di stare al mondo, per dare un significato al nostro vissuto (soprattutto quello invisibile), per ribadire il possesso di un territorio interiore che niente e nessuno può occupare. Identità è anche ritornare lì dove, geograficamente parlando, il tuo cognome è ricordato dai vecchi e risuona di senso. La poesia può farci ritornare.
Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’altra intervista, all’indomani della pubblicazione della mia prima raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0, 2016), adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Più che un manifesto personale, una dichiarazione di guerra…Nutrire l’anima, cercare il buono del nostro stare qui, fissare il passaggio dell’uomo sulla terra: non credo che il fare poesia oggi abbia scopi differenti da quelli di altri tempi, al di là di inutili sperimentalismi fini a se stessi. Cambiano le forme, passano le epoche, ma l’animo umano è sempre lo stesso: questa cosa mi sconforta e mi rassicura al contempo. […]

Per leggere l’intera intervista: qui!

copertina fronte

Strade di notte

night-697702_640

Persone amiche come antichi alberi
conosciuti da sempre
conosciute mai,
mi sono stupito ieri notte
per la luna sorgente
dietro i monti ad est,
tre quarti soltanto, rossi d’atmosfera
… se fosse stata la prima volta.

Somigliava, silenziosa e arcaica
a quella stessa notte
passeggiando da piccolo orfano
con te e le tue scarpe sgangherate
rumorose sull’asfalto sgretolato di campagna
tra mostruosi rami
illuminati da lampioni stanchi
d’essere divorati dal buio,

masticando, ancora verdi
semi di finocchietto selvatico
lungo la strada
di insegnamenti muti
ma con l’alito fresco.