Living Memory 2022 – Ciclo di incontri Giornata della Memoria

Ricevo e con piacere divulgo…

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Egregio/a Dirigente scolastico
Egregio/a Docente

­Anche quest’anno come Associazione Treno della Memoria dal 18 al 28 gennaio proponiamo il percorso Living Memory, un’occasione di approfondimento per gli studenti e le studentesse in occasione della Giornata della Memoria. Visto il proseguire della situazione pandemica, abbiamo deciso anche per il 2022 di mantenere il format sulle piattaforme online in modo da consentire a tutti e tutte di poter seguire i contenuti e le testimonianze dei e delle sopravvissute alla Shoah, un contributo che riteniamo essenziale per portare avanti l’esercizio della memoria. Vogliamo che il 27 gennaio non sia però solo un’opportunità di riflettere sul passato, ma che possa anche fornire ai giovani degli spunti per analizzare il presente e arricchire il loro percorso di cittadinanza attiva, attraverso incontri sull’attualità e sui nuovi strumenti per fare memoria.

La partecipazione agli eventi è gratuita ed è possibile seguire uno o più incontri, che si terranno su piattaforma Zoom e, in contemporanea, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Treno della Memoria.

Per l’adesione è necessario inviare una mail all’indirizzo livingmemory@trenodellamemoria.it, indicando gli incontri a cui si è interessati a partecipare e specificando il numero di persone che si intende iscrivere.

In allegato il programma completo degli eventi a cui è possibile iscriversi. Il giorno prima di ciascun evento verrà inviato il link per eseguire l’accesso. […]

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

Speakeasy

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Dove sono la sfida e la folle riscossa
che seguivano a una crisi, alle sciagure?
I fiumi d’alcol e le danze sfrenate
risposte sorridenti e disperate alla morte
le mode, le nuove idee, le imprese dell’uomo…

Tutto è immobile per le strade, desertica mente
non c’è voglia di rialzarsi dal fondo fangoso,
i sogni non dimorano più tra le stelle
guardiamo cadere uno a uno i nomi di sempre
e i volti cari tra lo stupore del sopravviverci.

Non ci salvano da lontano la luce rossa
né la musica impregnata di vita
dell’ultimo ostinato speakeasy.

(ph M.Nigro©2021)

2022: i sopravvissuti

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2022: i sopravvissuti 

Alla fine è arrivato anche il 2022, l’anno del “Soylent Green” (titolo originale di un film sci-fi del 1973), dei sopravvissuti in un mondo inquinato e sovrappopolato che mangiano a loro insaputa altri esseri umani morti, trasformati in nutrienti “gallette” e spacciate per un popolare cibo a base di plancton. Finora a noi  ̶  sopravvissuti nella realtà del XXI secolo  ̶  hanno proposto in maniera ufficiale, e senza imposizioni, cavallette, larve essiccate, formiche, grilli e vermi come “esotica alternativa gastronomica” alle proteine tradizionali; forse (forse…!) siamo ancora lontani dalle gallette prodotte con i cadaveri come nel film che in Italia prese il titolo “2022: i sopravvissuti”.

Ma non siamo lontani, purtroppo, da un assillante e per la maggior parte dei casi ingiustificato “non sappiamo cosa c’è dentro!”, tornato in voga con più forza durante questi mesi di campagna vaccinale anti-covid. Il “nonsocosac’èdentrismo” mai applicato in altre centinaia di occasioni in cui forse sarebbe stato lecito applicarlo, e frutto di un’assente cultura scientifica, viene sbandierato proprio ora che c’è più bisogno di utilizzare l’unica arma a disposizione in maniera compatta, senza creare buchi in una ormai utopistica “immunità di gregge”, nel tentativo di formare un muro  ̶  in questo caso utile  ̶  contro la pandemia. Se alla fine del film Charlton Heston grida al mondo: “Il Soylent è fatto con i morti!” (infelice traduzione dall’originale “Soylent Green is the people!”), nella nostra realtà se chiedessimo a uno dei contestatori del vaccino anti-covid quali e quanti ingredienti conosce o ricorda, state pur certi che non ne saprebbe citare neanche uno (nonostante la composizione sia nota perché l’AIFA ha diffuso gli allegati riguardanti il vaccino anti-covid in tempo reale con la sua distribuzione), ma difenderebbe a spada tratta l’ipotesi che c’è ben altro e che questo “ben altro” (aggiunto agli altri ingredienti che non ricorda) ce lo tengono nascosto per fare un dispetto mondiale al genere umano, per ragioni al momento oscure o troppo deboli per essere vere. Psicologie confuse e drammaticamente divertenti!

Il numero 2022, tuttavia, ci suona ora molto, troppo, pericolosamente familiare, soprattutto perché ci siamo entrati ufficialmente dentro con tutte le scarpe: non è più un anno lontano nel tempo, un anno fantascientifico, problema che appartiene agli uomini affamati del futuro, uno di quegli anni “sparati” a caso per creare un “effetto di lontananza temporale” nel lettore e citati in uno dei tanti romanzi di genere. Il futuro è qui, signore e signori! Il 2022 è oggi! Quegli uomini fantascientifici siamo noi, nessuno si senta escluso: parafrasando De Gregori. E la realtà sta superando, ormai da molti anni, una certa letteratura fantascientifica che sarebbe da rivalutare quando non proprio da riscrivere. La realtà, superando la fantasia, in alcuni casi ha reso “sempliciotte” le tesi avanzate nei racconti.

Continua a leggere “2022: i sopravvissuti”

Alieno all’acqua

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Conati d’anima sulla non vita
muovono il passo fugace all’uscio,
come corde d’evasione calate sul mondo
sono i filacci salivari di rigurgito psico-
somatico mentre lavi la bocca traditrice
mangiapane da figliuol prodigo incallito

vibra ogni volta la cassa del torace pugnalato,
vorrebbe sputar fuori decenni di tossine esistenziali
le vicende accumulate, l’amaro del giorno
le sopportate genti e i tanti spilli nella carne

il fegato che morendo gode su poesie da tavola,

è una liberazione questo zaino domenicale
troppo nuovi i rari scarponi da limare
sulle strade del santo a fingerti eremita senza tosse.
Datemi vino, non acqua!
– miracoli come il Cristo non ne ho da fare –
per evitare gli spasmi del mio atavico alien
che spinge e spinge dall’interno del me allignato,

vuole uscire per la sua ora d’aria, squarciare l’equilibrio
e il petto dolente dalle ore sedate,
non trova pace tra la carta, nella quiete casalinga
dei conti già fatti senza speranza all’imbrunire.

Fede e Poesia

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Da lontano, minuscoli e pietosi
nell’immobile aria della sera
i pesanti atti di future sfide
appaiono finalmente
ridicoli gli affanni umani
e le questioni pendenti

le parole ignoranti diventano
scherzi d’autunno.
Darete nomi antenati
agli inattesi frutti dei lombi
per sopravvivere al tempo disperato
all’estinzione forse meritata del cognome,

fino a quando dureranno
le scorte di fede racimolata
dall’ultimo banco dell’assemblea
e di poesia serale
a mitigare dolori ancestrali
rimpianti nuovi di zecca
e quella voglia d’oblio prima di cena.

Nota a “Lo scarto della retina” di Daniele Zanghi

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Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.

V *

Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.

* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

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Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

Anime foglie

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Non cadono per noia
del giallo in autunno
le foglie dagli alberi
smossi dai venti del ritorno,

non restano spente, deserte
per diletto le case a taverna
un tempo occupate da masse d’uomo
agitate da feste e teglie di risa
oggi svuotate di morti
– portati via nelle terre sante di collina –
uno ad uno
come in lenti appelli senz’alfabeto
dagli elenchi dell’eterno.

Ora la vedova di colori vestita
per mancanza di dolore
uguale a un ramo spoglio ma vivo
con la cera funebre sulle dita
ancora fresca chiude l’uscio la sera
dando libere mandate da signora assoluta
al resto del dì,

ninna nanne di voci care e perdute
l’accolgono al sonno notturno dell’ancora bambina
quando se ne sale al catodico richiamo
nelle stanze senza più famiglia.

(ph M.Nigro©2021)

L’età del trapasso

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(lamentazione per gli assenti in noi)

Si perdono, strada facendo, brandelli d’ingenuità
esperienza dopo esperienza
ferita dopo ferita
cicatrice dopo cicatrice
morti dopo morti
ricordando i passi falsi di ieri
tra il malaugurio d’anni bisestili.
Nel frattempo, fatto di annunci e silenzi
non è stata esclusa una qualche crescita.

“Domani, 3 settembre 2021
avrò l’età che avevi nell’ora del trapasso:
50 anni, 3 mesi, 13 giorni!”
se i calcoli non sono errati
contando gli stessi attimi d’orologio
sovrapposti tumori di stomaco e spirito
ma con cammini diversi per dislivello e trama,

a partire da domani
ogni giorno sarà un giorno in più per te, attraverso me
rubato al tuo tempo non vissuto, come se fosse tuo
anche se solo mio, gabbare l’altrui destino è impresa ardua.
Sarà simile a un affacciarsi con occhi non tuoi
da finestre d’eredi su cieli dallo stesso cognome.

Tenterò altre sterzate verso la vita matura
forse generando solo figli di carta straccia
segnando sui lenti fogli del confino
lettere imponenti di privati balsami,

ma tu resta accanto a questo figlio incompleto
seguilo in questo tuo tempo in più
regalato ai suoi progetti fumosi,
alla celebrazione fedele dell’altare lucano
agli autunni di parole da scrivere
in tuo onore e per distratte genie a venire.

versione pdf: L’età del trapasso

 “Father To Son”, Phil Collins

La strada del ritorno è più facile

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Un dolce pessimismo mattutino
sale nel cuore insieme al primo caffè,
il bagaglio perfetto
non lascia spazio agli imprevisti del cammino.
La partenza esamina ogni volta
una volontà arrugginita ma ancora viva.
Diamo fiducia a un orizzonte puntellato di incognite
compiendo il primo inesorabile passo, quello che svezza
unica terapia alla paura.

Curva dopo curva, caduta dopo caduta
la gioia della vetta raggiunta, il miracolo di esserci
di poterlo raccontare all’eternità.
Appesantiti da quell’esperienza in più
spavaldi e vaccinati, stanchi e inebriati
scivoliamo sudati e coraggiosi verso casa
(il corpo conosce già la strada)
per tramandare i trucchi della sopravvivenza
assaporando la gloria effimera del ritorno.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

Lamentazione per il Signor Ics

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Dove sono le doloranti fila in posa
davanti ai feretri del gramo poeta
e dei filosofi noiosi le camere
ardenti di idee non morte
in libri ignorati da masse
bisognose di carezze kitsch
e paillettes tra piatti da lavare e sogni
infranti come lampadine sotto stivali,

– catodico è il facile consenso
già masticato da trucco e parrucco,
predigerito è questo nostro amore
che batte il tempo
alla canzone del momento –

dove il cordoglio fatto marea di fiori
per le non principesse sfortunate
e i non re di imperi a buon mercato.
Quando la veglia funebre
per l’impopolare signor ics
e lo stonato portinaio dei nostri averi,

– ore e ore sotto il sole ignorante
per un selfie col morto,
lo chiamano omaggio (ma a sé stessi!),
lo scrittore mondano va in tv
perché ha capito il congegno
e vuol essere amato come una soubrette –

nella chiesa dei non artisti
a quando l’affollata messa
per chi del proprio giorno ormai finito
ne ha fatto un’arte di sopravvivenza?

versione pdf: Lamentazione per il Signor Ics