“Diarismi…” su L’Ottavo

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Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su “L’Ottavo”, e-magazine curato da Geraldine Meyer.

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“Diarismi…” su Gli Epicurei

Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su “Gli Epicurei”, un manipolo di prodi dai diversificati interessi

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Red zone

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Cambiano colori e sfumature
a quest’arcobaleno nazionale
prima della nascita dell’unto,
apocalittici e disintegrati
tra mancate reunion, vite a punti.

Non mi agito dinanzi al presepe deserto
resto immobile, ma più vivo di voi,
da eoni oramai cuore e mente
sono nella rossa zona dell’insondabile.

“In viaggio”, CSI (Ko de mondo, 1994)

“Diarismi…” su Poliscritture

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Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su Poliscritture di Ennio Abate.

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Diarismi: da “1984” a “Seven”

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Comincerei affermando che la diaristica può essere anche un genere letterario; è bene specificarlo – sottolineando il “può essere anche” – perché non tutti i vostri “sfogatoi su carta” chiusi nei cassetti, ahimè, diventeranno opere letterarie da leggere o studiare. A meno che non vi chiamate Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 1935 – 1950) o Martin Heidegger (Quaderni neri, 1931 – 1969), temo che i taccuini che custodite gelosamente, preservandoli dagli occhi indiscreti di congiunti spioni, siano destinati al macero in vista di un trasloco draconiano (o perché testimoniano uno scomodo passato da cancellare) e quindi all’oblio, o nella migliore delle ipotesi alla conservazione post mortem da parte di qualche familiare mosso da curiosità o doveroso affetto, che forse un giorno li leggerà oppure no, trovandoli, dopo le prime pagine, tremendamente noiosi e autoreferenziali, quando non addirittura indecifrabili e illeggibili. Per poi essere eliminati definitivamente, e stavolta senza appello, nel corso di un successivo scarto compiuto da parenti più distratti e insensibili, o più ignoranti, come accaduto alle carte di Marcel Proust date alle fiamme dal fratello Robert e da sua moglie Marthe. La vita autonoma degli oggetti, a volte, rappresenta un po’ il lento prolungamento della morte dei loro proprietari: ma alla fine anche essi muoiono, si diluiscono nella Storia e spariscono, si disintegrano per ritornare nel ciclo inorganico della materia e in quello dell’energia che la teneva insieme. Le altre cose, per motivi “repertologici”, finiscono miracolosamente e in maniera anonima in musei pubblici o privati. Oppure accade il contrario, ovvero che gli oggetti durino meno dei loro padroni: se i due antichi pompeiani, recentemente rinvenuti e “ritornati in vita” grazie alla realizzazione di calchi, morti durante l’eruzione del Vesuvio, avessero per ipotesi tenuto un diario su tabulae scritto a suon di stilus, questo con molta probabilità non sarebbe giunto intatto fino ai nostri giorni. C’è il diario ma non il corpo o c’è il corpo ma non il diario. Non si può avere tutto dalla vita dopo la morte.

Ma non tutti i diarismi non letterari sono inutili, anzi.

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Per Winston Smith, protagonista del romanzo “1984” di George Orwell, il diario rappresenta un atto rivoluzionario, una sfida aperta – non riportata in cronaca – al sistema “fraterno” del Big Brother; è un modo privato per difendere e conservare il proprio privato, l’umanità residua, l’indicibile protesta, il desiderio inconfessabile di intimità con se stesso e con l’altra; persino la paranoia, quand’è riportata su carta, può fare compagnia e diventare un caro argomento a cui tornare. È l’ebbrezza fornita da una decisione personale e per una volta non collettiva, coltivata sapendo di essere controcorrente, solitario e disperatamente originale; è il sano terrore provato nel sapere di essere, agli occhi di una società inconsapevole, uno psicocriminale che ancora gode dell’anonimato e di un’euforica clandestinità scritturale. Il diario è l’onanismo del pensatore che non dovrebbe pensare; è il momento tutto per sé; è l’embrione di una criticità riesumata; è lo strumento con cui programmare le varie fasi della propria liberazione interiore; è l’alter ego con cui confrontarsi; è il “pallone marca Wilson” del naufrago di “Cast Away”; è lo specchio che non riflette ma fa riflettere; è l’inebriante entusiasmo che scaturisce dall’aver fregato il sistema; è la convinzione di poter lasciare qualche traccia di sé a un eventuale lettore del futuro: come accade con la lettera dal carcere di Valerie Page, in “V per Vendetta”, scritta sulla carta igienica e lasciata in un buco del muro, nella speranza che qualche persona degna la possa trovare, leggere e condividerne emozionalmente il contenuto.

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La penna è complice del diario.

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“Il professore e il pazzo…” su L’Ottavo

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Il mio pezzo “Il professore e il pazzo, passando per De André” pubblicato su L’Ottavo.it

“… La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene…”

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L’eclissi

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L’eclissi 

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“Buongiorno a tutti gli amici ascoltatori sintonizzati sulle frequenze di Radio Halley che vi trasmette il meglio della musica dalla caldissima Napoli… Oggi è l’11 Agosto 1999… mi dispiace per quelli che sono rimasti in città, ma questa temperatura tropicale non scenderà fino al prossimo martedì…!” – informava sadicamente lo speaker nell’introdurre il suo programma musicale, mentre un condizionatore d’aria puntato dritto in faccia lo predisponeva a sinusiti invernali.

Già da un’ora Niccolò era salito sul campanile della chiesa di San Sebastiano al Vesuvio e, dopo aver sintonizzato la radiolina, si diede da fare per allestire una base d’appoggio per la sua videocamera. La batteria era carica e il quadratino di lastra radiografica, ritagliato per l’occasione da un vecchio rx toracico della nonna, era stato fissato con del nastro adesivo sull’obiettivo. Una precauzione necessaria perché questa volta non si trattava della solita “prima comunione” o di un tipico matrimonio estivo al Sud, ma Niccolò stava preparando la ripresa di uno degli eventi astronomici più interessanti di quel “fin de siècle” tanto atteso da programmatori di computer e astrologi catastrofisti.

La lente della videopostazione casereccia era stata puntata verso il dio Ra, meglio conosciuto come la stella Sole, e Niccolò attendeva fedele l’inizio delle danze cosmiche. Stava per assistere all’ultima eclissi solare del ventesimo secolo e la prossima sarebbe stata troppo lontana nel tempo per fare ottimistiche previsioni mediche su di una sua futura presenza fisica.

“Non è possibile perdere un autobus che ripassa dopo ottant’anni!” – pensò Niccolò sarcasticamente. Di tanto in tanto, affacciandosi dal campanile sulle strade calde e vuote, Niccolò contemplava la desertica solitudine in cui si era andato a impelagare quella mattina a causa dei suoi folli interessi astronomici. Mentre il novantanove per cento della popolazione si trovava al mare, lui cercava di puntare la sua insignificante videocamerina verso uno dei reattori nucleari più potenti dell’universo.

“Non sto bene mentalmente!” – pensava con ironia di se stesso in quei momenti. E l’insolazione che di lì a poco si sarebbe procurato, avrebbe peggiorato le sue condizioni psicologiche già precarie. Ma era felice così. Non aveva mai rifiutato un “impegno scientifico” in nome della mondanità e preferiva le notti stellate trascorse su un plaid alle discoteche rumorose delle località turistiche. Queste scelte radicali forse avevano intaccato la sua elasticità sociale ed era in nome di un coltivato “orgoglio culturale” che si trovava appollaiato su un campanile nel mese più caldo dell’anno. E da lì poteva ammirare anche un altro storico esponente della fenomenologia naturalistica: il Vesuvio, lo Sterminator Vesevo immortalato anche da Leopardi.

Ma non era la settimana dedicata alla vulcanologia e così riprese a guardare attraverso l’oculare della videocamera sperando che la debole protezione posta dinanzi all’obiettivo proteggesse i circuiti interni dalla fusione. L’immagine era perfetta nella sua monotonia e al centro del video il protagonista insolito di quel lungometraggio appariva come un cerchio lucente la cui antica potenza era domata da un irriverente pezzetto di radiografia. Intorno al cerchio di fuoco, a perimetrarlo, si delineava la “corona solare” come quella di un re seduto sul trono, alla vigilia dello spodestamento. Ogni tanto un gruppo di nuvole dispettose si divertiva a passare dinanzi al “set cinematografico” come per ricreare la scena fumosa di un incendio cosmico.

“Che secolo il Novecento!” – rimuginava Niccolò – “… guerre, invenzioni, rapidi mutamenti su scala mondiale, scoperte sensazionali, energie spaventose, viaggi impossibili, tecnologie inconcepibili… E tutto questo mentre l’immutabile gioco celeste di eclissi e stelle morenti si consumava sulla fredda landa di una lente telescopica.”

La luce solare impiega 8 minuti e 18 secondi per raggiungere la Terra e Niccolò pensava che durante quel breve intervallo di tempo si può nascere e si può morire.

Improvvisamente il primo timido lembo di Luna si interpose tra la nostra casa – il pianeta Terra – e la “fornace della vita”, il Sole.

Un’unghiata lunare. Era un momento emozionante. Ma non lo era stato sempre per tutti.

In altre epoche ci sarebbero state reazioni diverse: flagellazioni espiatorie, pentimenti d’urgenza, confessioni pubbliche, sacrifici umani e terrori superstiziosi. Dalla radio del presente, invece, i cronisti raccontavano a caldo, dalle varie città d’Italia e del mondo, le sensazioni della gente: a Sofia ci si aspettava un’improbabile crollo del Capitalismo in concomitanza con l’eclissi, mentre dalla pragmatica Germania giungevano consigli a non abbassare la guardia nei confronti dei borseggiatori che avrebbero approfittato del buio anomalo.

Nessuna atmosfera da “anno mille”. La calda consapevolezza assicurata dalla scienza aveva assopito gli istinti magici ormai da tempo. Per fortuna. Anche se, sotto la cenere delle sovrastrutture culturali, l’uomo continuava ad alimentare una brace irrazionale.

Gli astrofili erano già armati fino ai denti per assistere all’evento: pezzi di vetro scuro, schermi da saldatore, buste nere della spazzatura. Ma qualcuno avrebbe perso la vista perché non istruito a dovere sulle conseguenze della visione diretta del dio Ra.

“Non si può guardare direttamente il volto di una divinità senza pagare un prezzo alto!” – pensò cinicamente Niccolò in un attimo di delirio religioso.

L’irregolarità del vento solare disturbava le frequenze radio e così, di tanto in tanto, Niccolò doveva cercare nuove stazioni e nuove canzoni per quella insolita colonna sonora: l’unica libertà che si era concesso quella mattina. Alla severità dell’evento cosmologico aveva contrapposto un leitmotiv da spiaggia californiana per rammentare a se stesso che, nonostante il rigore scientifico dedicato all’eclissi, faceva sempre parte di quell’effimero formicaio chiamato “umanità” caratterizzato da frivolezze e canzoncine.

Il silenzio cosmico non lo avrebbe accusato di vilipendio.

La Luna, impercettibilmente, completava la sua opera di interposizione, come una donna gelosa che cerca di distrarre il suo uomo caloroso da una rivale lussureggiante. Ma solo in alcune parti del mondo avrebbero sperimentato gli effetti dell’eclissi totale.

“La strana notte”, affievolendo le ombre, induceva i colombi torraioli a gonfiare le penne e a riunirsi in gruppo per l’inatteso imbrunire, ignorando che dopo pochi minuti avrebbero ricevuto l’ennesima sveglia dal sole nascosto.

Intanto dalla radio una sfida a onde medie – “La canzone del secolo” – presentava i suoi candidati per un altro inutile scettro. Quale sarebbe stata la canzone del secolo? Quale motivetto avrebbero votato i fedelissimi radioascoltatori? A Niccolò non importava nulla. Ascoltava e basta.

E mentre saltellava sul campanile infuocato, tra una canzone e l’altra, rileggeva mentalmente i suoi appunti di astrofisica:

“… ogni volta che due masse qualsiasi si trovano presenti nello spazio, si manifesta tra di esse una forza attrattiva direttamente proporzionale alle masse stesse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i rispettivi baricentri. Tale forza è detta gravitazione universale. La sua espressione matematica assume la forma seguente:

f = k  m 1 m 2 / ( r )²

dove m1 e m2 sono le masse, r la distanza e k una costante universale…”.

La precisione e, al tempo stesso, la presunzione racchiuse in quella formula lo entusiasmavano e lo deprimevano. Sapeva bene che molti cervelli e molti secoli erano stati necessari per definire, correggere e rafforzare la Legge della Gravitazione Universale, ma l’evento a cui stava assistendo confortava la sua personale convinzione che l’errore facesse parte di un Piano Superiore e che l’eclissi, solo all’apparenza anomala, rappresentava la conferma di una precisione calcolata.

Sempre dagli appunti:

“… il piano dell’eclittica e il piano su cui è situata l’orbita percorsa dalla Luna attorno alla Terra, formano un angolo di 6° e, a ogni lunazione, la Luna incontra il piano dell’eclittica in due punti detti nodi… il fenomeno dell’eclissi si verifica soltanto se tali nodi vengono a trovarsi esattamente sulla retta che congiunge la Terra col Sole… si è osservato che il fenomeno dell’eclissi si rinnova quasi regolarmente per ogni 223 lunazioni…”.

Nulla è lasciato al caso nella “routine” universale: nemmeno l’errore. E quasi tutto può essere calcolato.

L’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, l’aritmia sinusale, la poesia inedita di Dio, il filo di lana che sfugge alla maglia, il vizio del Creatore, la sbavatura d’inchiostro sulla rivista patinata, le gambe storte del campione, il graffio sul disco, la sordità del compositore… L’errore è la compassione che si prova per il magnifico, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il piccolo mammifero che sopravvive all’estinzione, è “la pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”, è l’amico dimenticato, è la prima cellula tumorale, è la madre che uccide il neonato, è la nave inaffondabile che affonda, è il grattacielo che crolla, è l’eroe che muore per un raffreddore, è la pioggia col Sole, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la vita.

“L’idea è morta… L’Errore ha annunciato i nomi del Governo Rivoluzionario… Lutto in famiglia!” – urlò come un dannato Niccolò dal campanile verso un vecchietto seduto sotto un albero il quale, mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, lo sventolò verso l’astrofilo pazzo come per dire: “… Hai ragione! … Mi arrendo!”.

“Il Cambio-di-Idea è consultabile alla pagina 33 del capitolo Difetti, paragrafo Falliti…!” – disse poi a se stesso rientrando nel campanile.

Il caldo sortiva già i suoi primi effetti, quando improvvisamente sprazzi di biografie di personaggi famosi si affacciarono nella memoria del ragazzo:

“… abbandonò presto la professione di ingegnere per dedicarsi al jazz e alla letteratura…”; “… Condannato a morte nel 1849 con l’accusa di attività sovversiva, si vide commutare, ormai davanti al plotone di esecuzione, la pena a 4 anni di lavori forzati…”; “… Dopo aver studiato medicina, si unì al gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Pietro Gobetti. Dedicatosi alla pittura, fece parte dei Sei pittori di Torino che si dichiararono avversi ad ogni forma di accademismo…”.

“Viviamo di abitudini e aborriamo l’ignoto…” – continuava Niccolò – “… senza il coraggio della retrocessione, senza colpi di coda, evitando quelle periodiche sconfitte che ci fanno crescere e ci fanno più belli e maturi!” – e ripensava agli studi di astrofisica da poco abbandonati per noia.

Anche nella tanto amata sinfonia numero 40 in Sol minore k.550 di Mozart c’erano degli “errori”, ma era proprio grazie a essi che l’anima del giovane misantropo veniva toccata in profondità. Errori di lunghe riflessioni dopo ritmi serrati e decisi e di tonalità incalzanti che nascondevano tensioni spirituali infinite e suddivise, per motivi di burocrazia musicale, in “molto allegro”, “andante”, “minuetto: allegretto”, “allegro assai”.

“Siamo tutti schiavi della forma e c’è sempre un ricco e grasso vescovo da cui farsi commissionare un lavoro…” – concluse beffardo.

Niccolò si sentiva confortato dai suoi stessi pensieri perché nella sua brevissima vita aveva commesso già molti errori e pur trattandosi di errori “umani” sapeva in cuor suo che facevano parte di un Piano.

Anzi, di una Legge.

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Dies irae

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I figli concepiti nella rabbia
tra false preghiere serali
diverranno fiumi in piena
nell’ora che dimentica,
pensieri malsani coltivati
all’imbrunire, come tempeste
da energie assiepate d’estate
tra la terra e l’alto dei cieli.

Restarono a casa, immobili
le membra scatenate
ora che libere, simili a molle
schizzano ribelli e pazze
nei giorni dell’evasione.

(ph M. Nigro©2020)