Indiana Jones e l'”approccio americano” dalla geopolitica all’archeologia

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Chi non vorrebbe vivere una vita come quella di Indiana Jones? Avventurosa, culturalmente interessante, sessualmente soddisfacente e al tempo stesso indipendente, geograficamente movimentata, appagante dal punto di vista professionale e universitario? Lo so, è un archeologo immaginario, un parto della mente di quel genio prolifico che risponde al nome di George Lucas (e della regia altrettanto geniale di Steven Spielberg), e come ho avuto modo di ribadire per quanto riguarda i supereroi, nel post dedicato a Joker, e alla loro improbabile esistenza nel mondo reale, la stessa cosa dirò riferendomi al nostro archeologo giramondo: è molto improbabile che tutte queste virtù – “immortalità”, capacità di sopravvivere a situazioni intricate, sapienza da bibliotecario mista a un atletismo che rasenta l’autodistruzione adolescenziale, fortuna con le donne, tempismo sfacciato, ecc. – si materializzino in un’unica persona. Eppure dietro l’ovvia irrealtà del personaggio si cela una certa “americanità” che invece è realissima e storicamente documentata. Il modo in cui Indiana Jones approccia alla risoluzione dei problemi che incontra nel corso delle sue avventure è tipicamente americano, anzi sarebbe più corretto dire “statunitense”. Indiana Jones parte dal presupposto che per uno statunitense il mondo sia come la tavola di un immenso gioco di ruolo privo di regole in cui muoversi senza chiedere il permesso a nessuno, senza tenere conto delle leggi locali… Tutto sembra facile e aperto nel mondo di Jones, nonostante le fatiche delle sue gesta. L’importante è raggiungere il proprio obiettivo, agguantare l’oggetto prezioso che ha innescato l’impegnativa quest, in nome di un bene comune internazionale. In questo gli statunitensi sono bravi: far passare per battaglia universalmente necessaria, un qualcosa che interessa solo l’America, la sua gloria o quella di un suo singolo cittadino, la sua ricchezza museale, come in questo caso.

Indiana Jones apre porte, si cala con delle funi in meandri, sfonda pareti, s’arrampica in proprietà private, ammazza e insegue (o si fa inseguire da) i cattivi usando – rubandoli – tutti i mezzi (terrestri, acquatici e aerei) che trova a portata di mano, profana catacombe e città sepolte, usa femori di scheletri per fabbricare torce, danneggia pavimenti a martellate, deturpa monumenti in paesi stranieri (Italia compresa: vedi Venezia), agguanta, rubacchia, scippa, incendia per sbaglio, depreda, così come fanno i suoi avversari, però a fin di bene, sgraffigna, rimuove, dissacra, gratta via, sfregia se necessario, causa crolli, altera l’equilibrio di luoghi delicati che erano rimasti in santa pace fino al suo arrivo…

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“Music for YouTubers”, album di Andrea Michele Vincenti

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Il compositore e performer Andrea Michele Vincenti ha voluto dedicare un album intitolato “Music for YouTubers” a tutti gli youtubers, tra cui il sottoscritto, che in un modo o nell’altro hanno utilizzato in questi anni le sue musiche per accompagnare un video o un qualche prodotto artistico bisognoso di soundtrack… L’album è disponibile su:

YouTube

SoundCloud

Nello specifico, la traccia dedicata a me, e che molto mi rappresenta, è la #54

Grazie ad Andrea Michele Vincenti e… buon ascolto!

Distanziamento culturale

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(La foto è stata scattata prima del Dpcm del 4 marzo 2020. Per la lettura del seguente post da parte di minori si consiglia la presenza di un adulto)

 

Come mantenere le distanze e togliere il giocattolo dell’io dalle mani del mondo.

Dimenticate per un attimo il distanziamento fisico, il metro per misurare la distanza tra i tavoli, le mascherine e i gel disinfettanti; dimenticate i dpcm e le regioni colorate, riappropriatevi di una tipologia di distanziamento che vi sarà utile anche dopo, quando la pandemia sarà finalmente sconfitta e torneremo a circolare liberamente, riapprezzando quello che forse davamo per scontato. Che cos’è il distanziamento culturale? È un mero vantarsi dei libri letti e del loro numero, mostrandone le copertine sui social? È una sorta di snobismo intellettualistico da sfoggiare in un paese in cui la cultura non è tra le priorità della propria classe politica? No, niente di tutto questo: il distanziamento culturale è qualcosa di più scivoloso, di invisibile pur nella concretezza delle scelte che determina, di impalpabile e quindi di non facile classificazione comportamentale. È un distanziamento che si scopre e si coltiva nel quotidiano, tra le sfumature di gesti consueti e le pieghe del solito: è un distanziarsi graduale ma costante, è un dissociarsi non seguito da clamori, è uno sgattaiolare che inizialmente incide solo nella vita di chi compie questa scelta ma pian piano finisce per influenzare anche quella dei vicini di esistenza, il proprio piccolo mondo. Chi si dissocia non pretende mai di avere un seguito, di fare proselitismo; anzi, la massima aspirazione è quella di restare soli insieme a una scelta che fa compagnia nel silenzio, che riscalda mentre fuori piovono fredde ovvietà. Il distanziato culturale aspira all’estinzione solitaria, alla preservazione dell’originalità delle proprie scelte: il dare l’esempio è solo un incidente di cui non si gloria.

Distanziamento culturale è scetticismo; è il non dare il fianco agli schematismi familiari, ai tranelli orditi dalle persone piccole, alle trappole degli associazionismi, ai poteri gerarchici dei volontariati, alle tirannie parrocchiali, agli affaristi della ricerca di senso, ai consiglieri improvvisati, alle presunte novità politiche alla vigilia di elezioni che entusiasmano le masse, alle ipocrisie relazionali, ai facili processi chimici della solidarietà di gruppo, ai doveri dettati da una cronologia biologico-comunitaria e non da un desiderio interiore coltivato in base a una tempistica personale; è riuscire a capire molto tempo prima, grazie anche a un’esperienza accumulata negli anni, quando e come evitare ambienti, personaggi e situazioni in grado di metterci in difficoltà nella difesa del nostro fianco e della nostra dignità che deriva dal rispetto delle scelte fatte. Fare prevenzione, anche se una mossa ingenua può sempre sfuggire: siamo umani e quindi suscettibili di facili distrazioni.

Distanziarsi anche se già immunizzati, perché in agguato potrebbero esserci sempre le “varianti” della stupidità umana, le infinite forme di invadenza adottate da chi non cerca un confronto costruttivo e arricchente ma solo la prevaricazione su un terreno non strutturato ma volgare, instabile, plasmato in base a esigenze primitive, istintuali, non verificate e di fatto non verificabili. Distanziamento culturale è non fornire determinate ghiotte occasioni di manifestazione dell’imbecillità a chi non aspetta altro nella propria vita che avere a disposizione tutto per sé un palcoscenico per potersi esibire; e i direttori di scena sareste voi, anzi, peggio ancora, sareste quelli che aprono e chiudono il sipario: la bassa manovalanza degli imbecilli. Distanziamento è disertare questo spettacolo ciclico, che si ripropone in ogni epoca e in ogni esistenza (come in una sorta di matrix creata per chi non si pone domande e non sa come difendersi); è diventare vuoto, silenzio, assenza pura che vera assenza non è mai. È diventare un’assenza che fa la differenza nel confronto silenzioso e distanziato: una finezza che non tutti i personaggi coglieranno; distanziamento sarà anche non perdere tempo nel tentativo di spiegarla a chi non sarebbe in grado di comprendere.

Il numero degli astensionisti non è pari a zero e fa rumore; distanziarsi culturalmente significa anche non entrare nel calcolo economico dei potenti solo in base al proprio potere d’acquisto. Se la finanza condiziona la politica (e i suoi servizi), gli “assenteisti del marketing”, nel loro piccolo, detteranno l’agenda della logica monetaria: chi non esiste in uno stato di diritto, chi non viene percepito come cittadino, non deve esistere neanche in qualità di consumatore e forse di elettore.

Distanziamento culturale è cancellare un testo dopo averlo scritto, autocensurandosi; è conquistare un certo pudore dopo aver letto i grandi: la lettura è l’anticoncezionale naturale dello scrittore; è tacere quando sarebbe soddisfacente rispondere a tono e in maniera brillante. È essere antidemocratici all’occorrenza e orgogliosamente politically incorrect, ignorando le “corrette” bordate al cinema da parte degli ipocriti e ignoranti politically correct e le incursioni astoriche degli abbattitori di statue. È criticare il mondo senza fare nomi, senza lasciarsi trascinare nelle dinamiche specifiche di battaglie personalizzate, di cause sposate per non annoiarsi. È sottrarsi allo scontro o al flame war, alla golosa occasione di far valere le proprie ragioni anche se gli argomenti per una difesa non mancano e sarebbe fin troppo giusto utilizzarli. È fare economia di sé stessi; risparmiarsi nell’alternanza purgatoriale tra le reazioni ambientali e le nostre scontate controreazioni che offendono prima di tutto la dignità. Evitare “assembramenti” d’opinione; sospendere il giudizio; allontanarsi dalle sentenze di piazza. Prendere le distanze addirittura da sé stessi, dai propri tic d’orgoglio, e da coloro che nel relazionarsi vorrebbero, per comodità, interagire col nostro caro, vecchio, inflazionato, usurato, secondo loro conosciuto, io.

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Ars auscultandi

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Rispondi ai fatti
con ben altri fatti
i tuoi, come sempre
distratti e sordi.

Dialoghi s’incrociano
su strade di purissimo ego,
dalla solitudine d’inverni chiusi
senza una voce alterna e presente
alla violenta pretesa d’orecchie
nuove e straniere, non le già abusate
di paese troppo piccolo.

È un’arte in disuso
quella dell’ascolto,
farsi muti dinanzi
alla sacra parola dell’altro
calarsi con umili corde non pensanti
nelle grotte dell’anima senz’aria
assistere all’esplorazione del buio
diventare quelle paure e tacerne l’eco,
non rispondere all’esempio
con esempi uguali e contrari
ottusa gara di saperi muscolari

fermarsi in silenzio
annullare il passo come per un tramonto,
infine contemplare lo strano suono
non provenire dal solito io.

(ph M. Nigro©2021; titolo: “I manichini non ascoltano”)

“Pomeriggi…” su Correlazioni, a cura di Giuseppe Scaglione

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Sul litblog “Correlazioni – Arte & Cultura” un’accurata recensione a “Pomeriggi perduti”, a firma di Giuseppe Scaglione.

“… Versi come sogni, che si fondono con la memoria e aprono interrogativi minimali, intimi, nei quali però ogni lettore può riconoscere qualcosa di se stesso. Incluso l’io collettivo delle regioni del Sud. Non solo le verità esistenziali ma anche recondite pulsioni dell’anima, strade inesplorate del pensiero di cui la silloge è quasi un’antologia…”

Per leggere l’intera recensione: QUI!

“Archive” su Litterateur di Novembre 2020

La poesia “Archivio”, tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti” e tradotta in inglese da Gray Sutherland col titolo “Archive”, è stata pubblicata sul numero di novembre (pag. 45) della rivista Litterateur, un interessante e-magazine mensile di respiro internazionale.

Per leggere Litterateur Redefining World di Novembre 2020: clicca QUI!

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Medialismi 2.0’2.0 Impronte, corrispondenze, stendali, metessi e altre storie

Medialismi 2.0’2.0
Impronte, corrispondenze, stendali, metessi & altre storie
La Rassegna si rifà al concetto di Pratiche Mediali Diffuse, ovvero un’arte realizzata con il supporto della tecnologia e dei diversi linguaggi dei new media e si articola in sei segmenti correlati: MediAzioni & Corrispondenze, Metessi (Opera/Pensiero), Impronte, Stendali, Manifesti, Pro.Segni.
Il progetto è stato realizzato sotto l’ideazione e la cura di Gabriele Perretta, seguendo la traccia di questo suo pensiero, che risale al periodo 1984/89 e che ha caratterizzato il suo percorso critico fino ad oggi: «Ogni testo si costruisce come mosaico di segni, ogni testo è assorbimento e trasformazione di un altro testo. Al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intermedialità e il linguaggio artistico si pone come esposizione e come relazionalità».

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Come la prima volta

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(manifesto del silenzio)

 

Non voglio abituarmi
allo sguardo posato su di te
sul verde selvaggio dietro casa
mentre invade i ruderi contadini
al vento secco che accarezza
la pelle assetata di buio e libertà,

non voglio abituarmi
al tuo facile soddisfare le mie voglie
allo stupore per il vecchio curvo
che passa lungo l’assolato
desertico
orizzonte pomeridiano,
per l’essenza delle cose
che dall’altro secolo mi circondano,

alla donna che spolvera
incuriosita dal mio costante leggere
nella stessa posizione da millenni
alle parole che attendono
devote e silenziose, chiuse
in libri relegati nei luoghi
dell’intatto privilegio.

Non mi abituerò
a quella nostalgia di te
che cresce lentamente,
termometro cittadino
di lacune esistenziali
fino a raggiungere
i rossi gradi delle partenze
il cibo stipato in fretta
come durante naufragi
imminenti, tra onde di
non vita e vuoti a prendere.

Non posso abituarmi alla bellezza
al trampolino dei pensieri
ai vecchi cancelli invasi dall’erba
alla ruggine dei ferri e della gente
a quella decadenza entrata nell’anima
alla cattiveria nel vivere accanto
al crudo reagire che tutto circonda,

e nemmeno alla dolcezza dei silenzi
all’essere pendolo insoddisfatto
tra qui e là
al pedalare verso libertà locali
come se fossi nato già così
senza catene,
come se avessi dimenticato
quel che è costata la lenta conquista
del mio essere ancora in questa terra
e le luci nel cielo notturno
un tempo venerato.

Non può diventare abitudine
la morte scelta con amore
la pagina assaporata succhiando matite
lì dove tutto tace in attesa
che l’universo si sveli,
non il passo serale verso l’imbrunire
la parola scritta su sedie rotte
la famiglia di corvi sotto il ponte d’acciaio.

Non posso diventare come altri
abituati a essere fortunati
senza saperlo fino in fondo
privati di sapienti occhi esterni
eternamente prigionieri
di un consueto ereditato.

Basterà tornare a fare silenzio
lasciarsi vivere dal cosmo pulsante
rinnovare la scoperta
ascoltare l’inascoltato
l’inutile poesia negli oggetti
e negli esseri viventi senza nome.

A voi che osservate con sospetto
la mia scelta ripetuta nel tempo
donerò il lato pratico dell’esserci,
non andrò oltre, non capireste!
Sarà un inganno iniettato
con maestria e abili assenze
negli occhi annebbiati dal fare
dalla posizione nel mondo
dal frutto glorioso dei lombi.

Mi sottraggo al vostro
e al mio meccanismo scontato,
all’obbligo di fabbrica
alle facili sintesi da panchina
alle parole di circostanza,

coltiverò il vizio antico di ricercare
il succo aspro delle visioni che contano
il volo che sorprende
l’aria che cura ferite
il canto che incanta
lo sfacelo che rincuora.

versione pdf: Come la prima volta 

(immagine: disegno a china

autore: Nigro Ermanno

titolo e data: assenti)

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Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

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“I SOLDI SON DESIDERI”

Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

“I sogni son desideri!” stracanta Mina per la Tim; sempre meglio dell’odioso e ossessionante mantra demenziale “… scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola…!”. Ma magari gli ideatori di certi spot scivolassero e sbattessero forte la testa per terra! Ci risparmieremmo un sacco di inutili rumori che interrompono film e trasmissioni interessanti, costantemente frazionate da queste incursioni che danno da mangiare agli schiavi truccati che lavorano in tv. E tra un desiderio e l’altro, il plot delle pubblicità si sta adattando ai tempi e alle sventure della popolazione: la pubblicità sta diventando covid-friendly e i messaggi buonisti abbondano dallo spot sui pannolini a quello delle automobili.

In America i nuovi poveri, scendendo dai loro suv, hanno imparato a fare la fila davanti alle mense dell’esercito della carità: hanno tutto, viaggiano forte, succhiano benzina, posseggono case, ma per mantenere tutto questo apparato di benessere c’è bisogno di lavorare. E allora, al tempo del distanziamento sociale (e lavorativo) causato da covid, i soldi finiscono, le bollette continuano ad arrivare e ti ritrovi come se niente fosse a fare la fila per una minestra. Lo ha detto anche Michail Gorbačëv, ve lo ricordate? Il “controrivoluzionario” russo che molto realisticamente finì di congelare una guerra già piuttosto freddina perché si accorse che c’erano altre esigenze, altri problemi, altri scontri su altri piani da affrontare? Torna a ripetercelo oggi, nell’era covid: basta con le spese militari, concentriamoci sulle strutture che curano l’uomo e non su quelle che lo distruggono. Lo ascolteranno? Chissà. Se i potenti rinunciassero a una minima percentuale degli armamenti già sarebbe un successo in termini di nuovi ospedali, respiratori, mascherine, ambulanze, altri medici e infermieri da arruolare, laboratori attrezzati per la ricerca in ambito virologico e batteriologico…

Ma la festa capitalistica continua, deve continuare: c’è infatti chi vuole forzare la fase 2, passando direttamente alla 3 o 4. Ho perso il conto… La pubblicità ci educa, ci aiuta a capire come devono andare le cose da oggi in poi, come dobbiamo riprendere a vivere: è vero, è stata dura, ma ce la faremo! Addirittura la pubblicità scimmiotta la teoria evoluzionistica del “non sarà più come prima, caro primate diventato Uomo!”: l’importante è che, anche da casa, tu capisca quali sono i marchi commerciali che ti vogliono bene anche quando stai in quarantena o in fase 2. L’importante è restare sul pezzo consumistico anche se dovrai imparare a convivere con il virus fino all’arrivo di un eventuale vaccino. Perché la pubblicità è pleomorfica ed è lì per assicurarti che il tuo prodotto preferito ti è vicino anche in questo momento, non t’abbandona, cammina con te, soffre con te, ti soccorre e si trasforma per venirti incontro in questa fase evolutiva delicata. Sul tuo dentifricio potrai sempre contare! I tuoi assorbenti non ti tradiranno mai…

Se la campagna motivazionale l’avesse gestita Ilona Staller, il motto sarebbe stato molto probabilmente: “Andrà tutto pene!”, nel senso che, nonostante i validi provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione (validi nonostante la confusione creata dai contro-provvedimenti dei governatori nelle varie regioni), la fase post-covid appare alquanto confusa o, come direbbe la signora summenzionata, gestita “a cazzo!”, ovvero navigando a vista, senza un piano, almeno finora, chiaro, senza un progetto concreto, un ruolino di marcia a cui fare riferimento, lasciando troppa carta bianca ai territori assetati di ritorni alla piena produttività: carta che, si spera, non verrà usata come suggerito dal grande Totò all’ufficiale nazista nel film “I due colonnelli”, ma per realizzare davvero un rientro razionale, sensato, che non causi “contagi di rimbalzo” più che di ritorno.

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