“Opere sparse nel tempo”, da Pomeriggi perduti (Ed. Kolibris)

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Opere sparse nel tempo

Sentire il riverbero
di trascorse energie
tocco di antichi
entusiasmi sulle cose
il loro effetto fuori moda.

Le mani stanche di madre
che curavano i lembi
di famiglie ormai disperse
non lavorano più d’ago
per un domani incerto.

Nuove cuciture
su stoffe consunte
come passaggi d’epoca
segnati da assenze.

In silenzio, da padre a figlio
mirando l’infinito di oggi
da laiche trappe
si eredita il da farsi.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, Edizioni Kolibris – 2019)

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Geoneurolinguistica

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“Geoneurolinguistica” ovvero di come il nostro modo di scrivere sia influenzato in maniera più o meno percettibile dal luogo in cui scriviamo (e non parlo di quiete e silenzio, necessari per concentrarsi): esistono influenze creative, al limite della spiritualità, che cambiano a seconda del posto, delle nostre esperienze passate che lo “impregnano” al di là dei semplici ricordi coscienti, del significato a volte occulto che lo caratterizza. Durante i periodici “ritorni” ci accorgiamo di ri-agganciare le vibrazioni di quel luogo e quando ripartiamo sentiamo come una sorta di “strappo” energetico non legato a un puro sentimentalismo o una nostalgia da distacco.

In realtà lo stesso concetto andrebbe esteso anche alle letture: ci sono libri che possiamo o vogliamo leggere solo in determinati luoghi e di fatto restano a guardia di tempi paralleli, dopo aver chiuso la porta dell’angolo dimensionale in questione, a presidiare discorsi lasciati in sospeso con noi stessi; libri che ci “aspettano” pazienti per essere finiti… Libri legati a spazi precisi, case, paesi, angoli geografici, energie non ben definite che rasentano la credenza religiosa o, se volete, la magia. Ambienti che accolgono e abbracciano certi libri e il loro senso, e ci aiutano ad attraversarli meglio di come potremmo fare altrove. Questa è geobibliofilia: amore per libri sposati (per loro natura o perché siamo noi a unirli in base a motivazioni personali dimostrabili ma non cedibili a terzi) a un determinato territorio o luogo familiare.
È vero, potrebbero essere letti ovunque (registrati attraverso gli occhi e il nervo ottico), ma con effetti blandi su cervello e cuore, perdendo un certo potenziale evocativo ispirato dai luoghi in cui determinati libri dovrebbero essere letti. Non vale per tutti i libri: ci sono testi cosmopoliti (la stragrande maggioranza dei libri oggi in circolazione è così), resi leggeri e “trasportabili” – riferendomi alle implicazioni argomentative e non all’oggetto-libro in sé – in ogni dove grazie a un’opera di omogeneizzazione da parte del marketing. E mi va bene! La “geolocalizzazione” del senso di un libro è un fatto del tutto personale…

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Intervista per “La Zona Morta”

Un grazie a Roberto Guerra per le domande e a Davide Longoni per l’ospitalità su “La Zona Morta”, e-magazine che non ha bisogno di presentazioni…

Segue uno stralcio dell’intervista:

la zona morta

In precedenza hai pubblicato una raccolta, “sempre” in chiave sperimentale, intitolata Poesie minori. Pensieri minimi (edizioni nugae 2.0)

Non saprei quanto sperimentale: in passato già altri autori importanti si sono concessi delle pause pubblicando raccolte considerate da loro stessi “minori”. Il sottotitolo, suggeritomi da un’amica di Roma, è “materiali di risulta” perché mi è piaciuto giocare con scritti brevi, al confine tra pensiero poetico e aforisma, esclusi dalla cernita ufficiale: se giocare è ancora considerato un atto sperimentale, nonostante il serio ambito poetico, allora ti rispondo “sì, è una raccolta sperimentale”.

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“Il professore e il pazzo”, passando per De André…

La parola non può essere imprigionata. Essa appartiene a tutti: all’uomo ordinario, socialmente inquadrato e all’individuo geniale, disadattato e maledetto. Possiamo ricercare in maniera certosina e scientifica le sue origini etimologiche e ripercorrere filologicamente la sua evoluzione storica nei secoli, possiamo setacciare le citazioni letterarie che la contengono come i cercatori cercavano pagliuzze d’oro setacciando la sabbia dei fiumi, ma ritorna ad essere parola viva nel presente, nel nostro quotidiano, solo quando interagisce con la materia pulsante dell’esistenza, con gli elementi concreti a cui è legata per un’antica convenzione, solo quando diventa linguaggio reale per redenzioni, rinascite sentimentali e impensabili perdoni…

È taumaturgica. La parola guarisce, lentamente, come medicina che penetra nell’anima: ogni fonema è una molecola di farmaco che entra nella cellula malata per ristrutturarla e ripensarla. Per renderla di nuovo disponibile all’amore e alla vita. I contenitori di questo farmaco miracoloso sono i libri, ma anche certi fogli inediti imbrattati di pensiero mandati in giro a trasmettere idee o a donare tasselli per un lavoro immane e apparentemente infinito. 

La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene.

Solo la “pazzia”, termine il cui significato – almeno oggi, grazie alle battaglie di uomini visionari come Franco Basaglia e altri – ha fortunatamente margini labili ed elastici e non più così netti come in passato, può creare dei corto circuiti creativi che in soggetti normali vengono definiti “geniali”: si ripropone ancora una volta l’eterno confine tra genialità e follia. A definire tale confine ci pensano certi schemi mentali e i pregiudizi a essi collegati ed ereditati per convenienza sociale.

Il nozionismo, la preparazione accademica, l’ordine conoscitivo delle cose, l’approccio scientifico al sapere, l’anatomia del significante attraverso il tempo, rappresentano la base, l’humus necessario per dare vita a solide creazioni che sopravvivono agli anni; ma giustamente c’è chi ha paragonato l’atto poetico a una forma di autismo, e certi istinti non si conquistano attraverso titoli accademici. La “pazzia” fa perdere i freni inibitori della lingua (che non significa straparlare ma collegare significati in maniera trasversale), trasforma un’impresa impossibile per menti ordinarie in gioco salvifico, apre canali comunicativi altrimenti inesplorabili (tutto è incomprensibilmente più chiaro e interconnesso, si ha una visione limpida dell’insieme), rende possibile l’unione tra concetti apparentemente inconciliabili creando bellezza. Non tutti sanno riconoscere il bello creato in questo modo, non tutti accettano i processi creativi che si discostano dall’ordinario: si bada più alla forma non sconveniente che all’efficacia finale del contenuto. Meglio, quindi, tenere nascosta la componente folle di un successo, meglio non rendere pubblici un nome e un cognome che potrebbero mettere in imbarazzo l’istituzione e la sua élite. 

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“Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Nel sito di Edizioni Kolibris presentazione del neonato “Pomeriggi perduti”, la mia raccolta di poesie (COLLANA CHIARA – POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA), con il link alle anteprime in italiano, inglese (Iris News) e spagnolo (Vallejo & Co.) e un estratto delle prefazioni di Chiara De Luca e Stefano Serri.

Per leggere la presentazione: qui!

Interpretarci nel mondo. Prefazione di Stefano Serri a “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

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“Interpretarci nel mondo”Stefano Serri su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro, in stampa per Edizioni Kolibris.

<<… Per cominciare, mappa è, ad esempio, a dispetto dell’incedere per date e annotazioni cronologiche, quello che Campana delinea con i suoi Canti, in un peregrinare liquido e insorto; diario totale è invece l’opera di Mario Luzi o Cesare Viviani, che il tempo sembrano conoscerlo da sempre e per sempre. Schierate voi, qua o là, gli autori più cari, gli artefici di mappamondi come Walcott, o i costruttori di cronografie come Sbarbaro. Certo, ci sono tentativi di incrociare con grazia e competenza le due dimensioni del vivere, qui prese a pretesto per ripensare a come usiamo le parole per fermare la vita. Sereni, ad esempio, o Giudici, che mappano il tempo vestendolo di Storia; o Amelia Rosselli che recinta in uno specchio di carne cerebrale (o viso d’interlocutore doppio) tutta la vita esplorabile, salvo accorgersi che mai all’uomo è dato essere insieme tempo e spazio. Un raro equilibrio è raggiunto da Saba nel suo Canzoniere: anche se a volte il poeta si sbilancia verso uno dei due poli (più spesso verso l’astrazione di un tempo vago, perché il paesaggio in Saba è quasi sempre documento vivo), il poeta lo trovi sempre lì, con certezza, all’incrocio tra presenza e cronos.

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7 poemas de “Tardes perdidas” (2019), de Michele Nigro

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Su Vallejo & Co., rivista elettronica di letteratura e arte, giunta al sesto anno di pubblicazione, è disponibile una selezione bilingue italiano-spagnolo di poesie dalla raccolta “Pomeriggi perduti”, in stampa per Edizioni Kolibris (prefazione di Stefano Serri, con una nota critica di Chiara De Luca).

Segue una poesia della selezione, quella che dà il titolo al libro, tradotta in spagnolo da Chiara De Luca…

Per leggere, invece, tutti i 7 poemas de “Tardes perdidas”, qui!

Un grazie di cuore a Chiara De Luca per la traduzione e alla Redazione di Vallejo & Co. per l’opportunità e l’ospitalità!

Tardes perdidas

(alabanza de la lejanía)

Apaguen los saberes

eléctricos por la tarde

los confortadores cacharros

las redes de mallas grandes

de las mentiras en colores,

las hojas impresas

destinadas al olvido

a mudanzas empaquetadas

con títulos expirados.

¡Apaguen todo!

La verdad custodiada

sin edictos

por el viento de verano

por nubes negras

y lluvias salvadoras

a mitigar sequedades

a descifrar sequías interiores

se posará como ungüento

sobre las heridas de la mente ofendida.

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