Nota a “Il sorriso del tulipano” di Emilio Paolo Taormina

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Anni fa scrissi una poesia intitolata non è più tempo di maiuscole: un tentativo disperato ma necessario di abbattere, anche solo per pochi minuti, l’ego che spesso oltrepassa la parola, la sottopone a pressioni che non le danno respiro, non la lascia libera come dovrebbe; l’uomo a volte crede di pilotare il proprio destino e quindi di condizionare l’esistenza della parola.

Nella raccolta poetica Il sorriso del tulipano, Emilio Paolo Taormina trasforma questo timido tentativo di liberazione in una vera e propria filosofia poetica che attraversa l’intera opera: la parola, libera finalmente dai lacci del maiuscolo, della punteggiatura e dell’ego, divenuta prodotto kerouacchiano, fluido, omogeneo e onesto, riconquista i propri spazi, arieggia, ritrova sobrietà e incisività, ritorna a uno stato brado e creativo, antico come la terra che canta, senza esagerare, senza strafare, senza scimmiottare neo o vecchie avanguardie, rimanendo sempre in una forma rispettosa del lettore e soprattutto dello sguardo delicato dell’autore. L’intenzione espressa nei versi è quella dell’haiku, anche in quelli più lunghi; come approccio filosofico al verso: prima ancora che poeta, Taormina è un naturalista; gli elementi presi in prestito dal creato diventano testimoni oggettivi e tangibili di sensazioni vissute, eventi passati, esperienze metafisiche e sentimentali o carnali, stagioni distanziate nel tempo ma mai del tutto seppellite. La parola s’intreccia con la vita, quella personale e quella naturale del pianeta. La natura e i suoi frutti, gli sprazzi di sicilianità, la luce e il buio, gli animali e le piante, la terra e il cielo e ciò che ne viene fuori… Ma resterebbero elementi morti se ad animarli non vi fosse lo spirito semplice e al tempo stesso meticoloso del poeta; i ricordi (tantissimi!), le vicende esistenziali, anche le più ovvie e quotidiane, quelle appartenenti a un normale ciclo di vita, in cui ognuno potrebbe rispecchiarsi perché universali, si reincarnano nelle cose del mondo, nell’alternanza tra il dì e la notte, nelle bellezze di una naturalità presente in maniera deliziosamente ossessiva. Senza mai una sola sbavatura di autoreferenzialità.

Sono belle e senza confini – come in un viaggio a oriente – le lapidarie immagini offerte dalla poesia di Taormina; non aspirano a inutili e aridi sperimentalismi ma trasudano classicità. Il suono dei versi è come quello della natura in essi descritta: scorre gentilmente sulle orecchie e sull’animo del lettore. Versi serrati che non mentono, che inebriano e non danno tregua, che parlano direttamente alla parte sincera e scarificata dell’esistenza del lettore: quando il poeta decide di toccare la verità e di descriverla abbandonando lungo il cammino i fronzoli di chi vuole solo stupire senza trasmettere nulla, le sue parole diventano dardi appuntiti ed efficaci.

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Su “Modi indefiniti” di Federica Gallotta

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Tempo fa scrissi nella prefazione (intitolata “La sensualità delle cose quotidiane”) alla raccolta La vita sottomarina di Ana Martins Marques: “… Le cose intorno a noi, a loro insaputa, ci aiutano a rappresentare il nostro mondo interiore: a queste presenze inanimate forniamo – non sempre, ed è un peccato – una funzione maieutica. […] Solo la poesia può dare un significato coerente e organico, in alcuni casi oserei dire filosofico, all’incontro tra oggettistica e memoria; in caso contrario tutto si riduce a un’autocommemorazione museale (in stile pamukiano) fine a se stessa, a un selfie poetico fatto nelle stanze da bagno o mentre stiamo a letto da soli o in compagnia…”

Confermo e, dopo aver letto la raccolta Modi indefiniti di Federica Gallotta (Interno Poesia Editore, 2020), con più convinzione rilancio: l’autrice non delega ad altri quello che deve essere fatto e detto in prima persona; il suo io è onnipresente ma non è mai un io autoreferenziale; è un grimaldello esperienziale e soggettivo che apre altre porte verso stanze in cui l’ego si diluisce, diventa insegnamento filosofico, mitologia, aforisma esistenziale, sentenza lapidaria, interrogativo rivolto al mondo. Domande metafisiche e fenotipiche su potenziali vite parallele e non espresse; gli attimi di quotidianità; l’evocare amori sbagliati e i momenti di apparente debolezza, premessa a nuove forze in arrivo; la fuggevolezza del tempo registrata sulle cose e dalle cose nel quotidiano.

L’approccio è semplice ma non semplicistico – non sono pochi i passaggi ermetici -: il verso confidenziale (al limite di un ingannevole diarismo giovanile) disarma il lettore, lo fa sentire a casa propria, lo fa accomodare sul divano prima di consegnargli quesiti scomodi, dubbi raccolti in frangenti di apparente normalità: che fine fanno le debolezze acquisite nel tempo? Vengono fissate nei geni delle nuove generazioni? Sono inesorabili le conseguenze delle nostre scelte? L’autrice non fornisce risposte certe; non è il suo compito. Ma c’informa sul modo in cui ha imparato a curarsi: repulisti draconiani; tagli necessari all’assertività: per proteggere la casa-corpo e la casa-mente che di tanto in tanto inviano segnali di cedimento, di sofferenza in atto. C’è speranza in un futuro migliore, e le cose quotidiane, gli oggetti d’uso comune, sono l’alibi per sottili insegnamenti di vita che ancora salvano. Ogni tanto un’estraneità al presente, alla condizione vissuta, all’hic et nunc, ci ricollega all’iniziale “Come sarebbe la mia vita se non fosse questa”; l’autrice è consapevole che, subito dopo la nascita, siamo già in corsa verso il disfacimento finale, destino segnato nei nostri corpi fallaci, e allora vorrebbe ricominciare, rilanciare i dadi, scegliere un’altra strada, ma non si può. La decomposizione è iniziata.

Solo l’amore, che nessuno può insegnare, potrebbe, e di fatto a volte può, alleggerire questo carico esistenziale: nonostante il pesante mito dell’amore perduto (di quello che non vuole morire e fa ancora tremare) o giustamente finito, l’insicurezza legata all’esistenza ammorbidita da piccoli appigli e “amuleti”; ancora una volta sorprendersi per amore, stupirsi per le novità che offre, per i gesti delicati di qualcuno e avidamente registrati. Mettersi alla prova, sfidarsi, attraverso le meraviglie della natura a cui non siamo più abituati; accettare uno scomodo confronto con le generazioni passate, con i propri genitori, e anche con le nuove leve: leggera critica a sprazzi di un moderno fare che già non appartengono alla giovane autrice. Sentirsi vivi nel dolore, nel fastidio di un contatto, nel ricordo che abbiamo di persone care e purtroppo assenti da quel quotidiano così bisognoso di senso e di conforto; si avverte la necessità dello sguardo e del tocco di chi non c’è più.

Il Professor Keating de “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) esorta i propri studenti, per mezzo della vera poesia che valorizza il momento, a cogliere la vita prima che questa fugga via; ma “Cosa resta / di tutti quei poeti studiati nei dettagli / ora, che sono tutti morti? Niente.” I poeti non sono immuni al disfacimento: anche loro saranno cibo per vermi, e non solo da un punto di vista fisico. Non dovrebbero invece sopravvivere lasciando tracce? Forse no, o non sempre; forse anche loro devono onorare l’esistenza nuda e cruda al di là dei versi lasciati in giro.

versione pdf: Su Modi indefiniti di Federica Gallotta

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Sogno d’un pomeriggio di mezzo autunno

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Leggo veloce la bellezza scritta
per gabbare l’ora della morte,
cuscinetti rosa sotto le zampe
impastano rosse coperte di ricordi,
delicato è il passo fantasma
del mio crudele daimon.

Come sogno è il verso
pomeridiano, sfugge
dalla penna ignorante
non appena riapro gli occhi.

Con addosso zaini estinti
colmi di sudore acerbo
ho ripercorso deserti e pagine
perché la fine non attende
e in anticipo a volte prende
su tramonti dolci come lame.

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Segnalazione “Pomeriggi…” su Poetry Factory

Grazie a Poetry Factory per questa segnalazione e al lavoro di Davide Uria…

Per leggere: QUI!

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3 poesie su Poetry Factory

Sul blog di poesia “Poetry Factory” curato da Davide Uria, 3 poesie tratte dalla raccolta “Pomeriggi perduti”… Per saperne di più sul progetto di Poetry Factory, leggi QUI!

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Video intervista a Michele Nigro, domande a cura di Franco Innella

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Domande di Franco Innella rivolte a Michele Nigro, riguardanti la raccolta poetica “Pomeriggi perduti” e altri argomenti…

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Nota a “Foglie secche” di Franco Innella

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Nota a uno spirito inquieto.

Una poesia che oscilla tra la disillusione causata dalla condizione umana che accomuna tutti e liberi sprazzi di elevazione verso vette immacolate di libertà immaginata o realmente vissuta; spetta a noi impegnarci affinché la pausa dal dolore diventi appuntamento fisso intercalato nel nostro andare incontro alla fine naturale delle cose. Solo chi sa cogliere questi sprazzi, questi segnali presso cui l’anima si abbevera, può gabbare la crudeltà dell’esistenza.

L’assenza dei cari diventa voce reale che torna a confortare, avvertita nel silenzio lasciato dalla morte; la vita (parallela) che sarebbe potuta essere e non è stata; la speranza che qualcosa di noi sopravviva al trapasso, in limbi sconosciuti da masse preoccupate e isteriche; la fugacità dell’amore terreno che è sempre bene vivere pienamente; sacre sensualità ci salvano dall’oblio del corpo e dell’anima. E poi le alchemiche speranze che il meglio dell’uomo possa perdurare rifugiandosi in non-luoghi cosmici; anche se non c’è bisogno di attendere la fine per vivere momenti infiniti: l’eternità ci accompagna già qui e ora, in attimi colti da pochi e che forse saranno trasformati in parola, diventeranno poesia. Bisogna abbracciare l’evoluzione dei giorni meno gloriosi: solo così è possibile coagulare l’attimo con coraggio, senza lasciarsi abbattere dal ricordo dei giorni andati; solo compiendo questo passaggio possiamo addirittura, nonostante la nostra caducità, osservare il mondo e sorridere delle altrui illusioni. Siamo liberi e quindi più consapevoli dei nostri “demoni”, ma anche più soli. Il nostro Io passato, se confrontato con la forza di una pace e di un realismo finalmente conquistati, non può che essere ombra nostalgica di una persona che non esiste più (se non nei ricordi). Siamo diventati altro, l’eco di un abbozzo primordiale. Lo spirito resta inquieto, ma la serenità raggiunta è ormai parte dell’uomo consapevole. Non si torna più indietro. Le “chiacchiere vane” e le “urbane presenze” diventano arredo sopportato con sereno distacco; niente più scalfisce l’animo dell’uomo che intravede e ama il fondo. Gli amati elementi naturali non lo toccano più, non intralciano il passo, ma fanno da corollario al suo sguardo poetico: sono materiali da fissare intorno al momento catturato. Siamo evanescenti: alcuni lo sanno già, altri non ancora. O non lo sapranno mai: moriranno pensando di essere potenti, mortali e insoddisfatti fino alla fine. Solo nel “silenzio abissale” l’essere umano può risorgere: l’avranno capito quelli “costretti” in casa da decreti governativi? L’umanità smania di distruggersi tra canti e balli, in strada, tra il “malsano vivere”, schiavi dell’abitudine. Testimoni della trasformazione solo alcuni gatti (di Matera?): i cittadini sono troppo distratti per seguire certe solitarie evoluzioni, per occuparsi di risvegli e liberazioni. La poesia è l’unico baluardo contro il nonsense: non è snobismo ma difesa del sé – dell’arcano che sopravvive altrove – per non partecipare all’infelicità dilagante. Solo abbracciando il dolore si può ritornare a una felicità autentica. Solo nel Vuoto riscopriamo il Tutto, lontani dal falso sapere comune.

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L’Almanacco dello scrittore

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