Riflessioni cimiteriali, prima puntata

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“… Vivere venti o quarant’anni in più
È uguale
Difficile è capire ciò che è giusto
E che l’Eterno non ha avuto inizio
Perché la nostra mente è temporale
E il corpo vive giustamente
Solo questa vita…”
(“Fisiognomica”, Franco Battiato)

Con il passare degli anni il “giro visite” al cimitero si allunga sempre più: se prima si andava a trovare solo parenti di una certa età passati a miglior vita, ora nell’elenco sono compresi anche amici coetanei “estinti”, e si ha la crescente sensazione che la morte non sia più un fatto estraneo, generazionale, lontano nel tempo, che riguarda i “vecchi”, ma che cominci a riguardare anche quelli con cui si è condiviso un pezzo di cammino, una parte di quell’entusiasmo iniziale che caratterizza gli anni dell’onnipotenza, gli anni verdi in cui si crede di poter fare tutto e soprattutto di essere immortali. E questa sensazione di immortalità la avverte anche chi è stato colpito dalla morte nell’intimità familiare: è proprio un qualcosa di connaturato all’età giovanile ed è giusto e normale che sia così; quando si è giovani non si pensa alla morte, punto e basta.

È bello trascorrere alcune ore al cimitero: è un luogo meraviglioso, con alcune venature di naturalità selvaggia. Se non fosse per il marmo e il cemento delle sue “case” (prevalenti nei cimiteri non gotici), si potrebbe pensare a un giardino; nessuno che parla a vanvera, che t’interrompe mentre leggi un libro che ti sei portato dietro; una fresca fontanella presso cui rianimarsi quando fa caldo; niente traffico umano o veicolare, solo pensieri essenziali, racconti (anche inventati) che trasudano dalle lapidi, il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, il sole come se stessimo al mare, i fiori, quel costante sentimento agrodolce sospeso tra nostalgia e destino, la pace: quella eterna per gli ospiti e quella momentanea per noi di passaggio. La natura dove si onora la morte è un ossimorico meme per la vita. Bisogna diffidare dei camposanti senza natura. Sarebbe bello abitarci nei cimiteri: in effetti un giorno, volenti o nolenti, c’abiteremo; sarà l’ultima dimora del nostro transito terrestre: se prima di nascere eravamo un’idea, un nugolo di cellule venute al mondo grazie alla pazienza e all’amore di una madre ospitante, con la morte abbiamo bisogno di un luogo che accolga quel nugolo divenuto qualcosa di più complesso e articolato, di usurato e vissuto, con tutto il suo carico di energia accumulata, di cicatrici, di rughe e ferite mai rimarginate. Se l’utero materno è la tomba della non vita, al cimitero c’è la tomba che accoglie ciò che resta di una vita vissuta.

E le storie legate a quelle cicatrici? Che fine fanno? La maggior parte diventano polvere di tempo se nessuno le fissa su substrati mnemonici; e in effetti non tutte le storie sono degne di essere fissate, eppure sono state a loro modo storie, ordinarie, non eccezionali, ma comunque storie, che non hanno cambiato il corso del Grande Racconto dell’umanità ma pur sempre percorsi esistenziali che hanno modificato la traiettoria di qualche micro-universo locale, ignorato, non immortalato dalla cronaca mondiale e presenti nel ricordo di pochi testimoni oculari. E quando anche questi saranno trapassati, non ci sarà più nessuno a raccontare le storie ereditate. Tutto andrà perso e i visitatori del futuro vedranno solo visi muti e date, nomi e cognomi di persone che non potranno raccontare più niente a chi si fermerà dinanzi alle loro tombe.

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Destini

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Odori familiari di cucina
salgono tra la pioggia di città,
non li abbatte il freddo silenzio
dei risvegli digiuni

e l’amico dal consiglio facile
non fermerà il ritmo delle parole,
sconosciuti gli sono i mille suoni della terra
la musica dei cammini senza ragione
e le storie ribelli dell’umanità ignorata

conosce solo grigie sentenze di giorno
il suo occhio maldestro di padre
che di notte non vede altri colori
e mai più guarirà.

Dribbling

Uscendo dal sepolcro

Sbaglia sempre meno l’involucro d’uomo
dato in affido alla mente acerba della prima ora,
agile è diventato il suo cammino vespertino
inciampa di rado in se stesso
negli altri e nel mondo.
Mette ordine nella tana e tra le date degli orrori

sono ormai storia, nell’ora dell’oblio li ripensa con tenerezza
anche se i tagli sui fianchi prestati bruciano col maltempo.
Vigile è l’uomo, potrebbe tornare a sbagliare
riapparire la sua ombra su passi già pestati e scordati,

ricorda il dolore, per non rifare la strada archiviata.
Errori nuovi di zecca l’attendono all’angolo del ritentare,
non si fida più della facile speranza donata dai tramonti.

(ph M. Nigro©2020; titolo: Uscendo dal sepolcro)

– video correlato –

“Who wants to live forever”, Queen

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Il missionario

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Il missionario

Il ritaglio di cielo nero compreso tra i due palazzi che delimitano la strada, è illuminato a giorno dall’ennesimo lampo della serata. Un vento caldo, in questo novembre anomalo, contrasta con le previsioni del tempo che già promettono neve e colonnine irrigidite: “non c’azzeccano mai!” – penso. A sottolineare la mia disapprovazione ecco giungere il tuono con i suoi naturali secondi di ritardo che, a contarli bene, sono sempre meno. “Presto la pioggia mi farà compagnia!”

Non amo ‘lavorare’ con l’acqua: si bagnano i vestiti e gli strumenti.

La notte, invece, non mi disturba affatto. Apprezzo molto quei clienti che mi ‘convocano’ in tarda serata. L’avvolgente anonimato delle tenebre libera dai convenevoli che di giorno, chissà perché, ci sentiamo in obbligo di sostenere con le persone e addirittura con gli oggetti.

Amo la notte: è liberatoria. E poi adoro quella frase d’uso comune negli ambienti medici: “… se supera la notte…!”. ‘Se’: congiunzione con valore ipotetico in salsa atletico-cronologica ed escatologica.

Il caffè all’angolo già ricolmo di premature leccornie natalizie; il bazar delle cose usate; le rosticcerie a conduzione familiare che nascono come funghi in questa società di lavoratori precari; le casalinghe che s’affrettano tra il fruttivendolo e il tabacchino; la piccola cappella di strada dedicata a Santa Lucia con i lumini rossi che brillano sornioni accanto all’icona. La vita scorre frenetica, in questa cittadina di provincia, nella sua monotona prevedibilità e gli esseri umani che alimentano tale vita credono di pilotare il proprio destino facendo acquisti e concentrandosi sulle più futili amenità; in realtà, non controllano proprio un bel niente!

Io, invece, offro certezze.

Mancano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento e le prime gocce d’acqua sull’asfalto mi invitano a ripararmi presso la vicina chiesa di S. Maria della Speranza che – lo so benissimo! – resterà aperta per una buona mezz’ora nonostante la messa sia finita da un bel po’.

A volte i ritardatari, quelli che a messa non ci possono andare per motivi di lavoro o per altri impegni, si accontentano di sostare qualche minuto in adorazione, seduti tra i banchi mentre il sacrestano ripone gli ornamenti sacerdotali nei mobili della sacrestia, dopo aver spento luci, candele e microfoni. L’aria nella chiesa è ancora pregna di odori vestiari e d’incenso, ma non voglio sedermi a meditare. Ho sempre creduto in una fede militante e le messe le ascolto in piedi, sugli attenti. Se non c’è messa, leggo. Mi avvicino, come stasera, al libro delle sacre scritture posto su di un leggio a disposizione della gente che entra in chiesa e leggo le letture della giornata: prima, seconda lettura, salmo responsoriale e il brano tratto dal Vangelo. La mia attenzione ricade, però, sulla prima lettura:

“Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

Una medesima sorte tocca a tutti

e anche il cuore degli uomini è pieno di male

e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita,

poi se ne vanno fra i morti.”[1]

Credo molto nella forza ispiratrice derivante dalla lettura casuale delle sacre scritture e anche stavolta riesco a strappare alla Bibbia le parole che voglio sentirmi dire prima di andare a lavoro.

È vero: vi è una sorte unica per tutti, ma io offro di più; come dicevo: offro certezze.

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Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

  ♦

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BAI! BAI!

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La turista si perde in scatti
impossibili come pensieri nati per strada,
i suoi passi scivolano ingenui e caotici
su lame sudate di città non lineari,
e si affretta, sorpresa e disfatta
schivando auto e ladri in ferie,

già pronta alla partenza,
ignora le onde disperate
di vite non ancora sporche,
affogate nel silenzio
tra vicoli di luppolo e libri.

Musica nel tasco

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Conservo musica
come pane nel tasco
prima dei molti cammini
nel silenzio cercato.

Tu, senza campo, ladra
di passati in estate
distruggi vecchi diari
foto di quel che eri
e metti in vendita
la casa dell’infanzia.

Donna che non lascia tracce
partirò anche per te
con il favore delle tenebre
verso la nostra dimora ideale.

Sole e luna

Manca un progetto
e la speranza che l’accompagna,
manca il verde dell’epoca
in cui speranza c’era

si vendeva a canne
lungo la strada per Futura
a donne di passaggio.

Gli strumenti sono diventati semplici
ridotti all’essenza analogica
inadeguati per questo mondo
ma sufficienti al piccolo cosmo
che circonda la casa
immersa nelle sinfonie dei migranti.

Non ti orienti più
con i disegni astrali
nel cielo notturno d’autunno,

sulla parete del buen retiro
un arazzo con l’unione di sole e luna
a cui è difficile credere
al tramonto di una luce romana.

(immagine: “La luna in una stanza”, ph M. Nigro©2020)

Herriot

L’amica che non mangia carne
e regalava libri
è rimasta fedele al patto con Herriot,
si trastulla con creature grandi e piccole
coccola l’esistenza bislacca e cura affanni
tra animali salvati dal progresso dei macelli.

I matrimoni in ritardo
è meglio non annunciarli,
gli applausi di chi non ha creduto
sarebbero premessa alla sfortuna.

Percorro a modo mio
le strade dell’altra vita
quella assennata di madre
felice del titolo, mancato.

Mi affascina di più
la poetaglia che litiga
intorno a quisquilie metriche,

con sadica tenerezza assaporo
quel loro agitato estinguersi
nella libertà di un verso.

(nella foto: James Herriot, scrittore e veterinario britannico)

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Colorito locale

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Non me ne vergognerò
e non laverò via
il colorito locale
dai versi parlati,

come grida di strada
come bisogni urgenti
li urlerò
con la lingua degli avi
e l’accento del vissuto
capitato tra l’università
e il vicolo contrabbandiere,
tra l’accademico e lo sguaiato.

(immagine: “Vucciria”, di Renato Guttuso – 1974)