Medialismi 2.0’2.0 Impronte, corrispondenze, stendali, metessi e altre storie

Medialismi 2.0’2.0
Impronte, corrispondenze, stendali, metessi & altre storie
La Rassegna si rifà al concetto di Pratiche Mediali Diffuse, ovvero un’arte realizzata con il supporto della tecnologia e dei diversi linguaggi dei new media e si articola in sei segmenti correlati: MediAzioni & Corrispondenze, Metessi (Opera/Pensiero), Impronte, Stendali, Manifesti, Pro.Segni.
Il progetto è stato realizzato sotto l’ideazione e la cura di Gabriele Perretta, seguendo la traccia di questo suo pensiero, che risale al periodo 1984/89 e che ha caratterizzato il suo percorso critico fino ad oggi: «Ogni testo si costruisce come mosaico di segni, ogni testo è assorbimento e trasformazione di un altro testo. Al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intermedialità e il linguaggio artistico si pone come esposizione e come relazionalità».

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Cartine

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C’è gente che non lascia
spazi liberi o sedie vuote
tra una morte e l’altra
tra la morte e la vita nuova,
distratti, multitasking, a ruota
non libera, senza tasche d’ozio,

l’aborrire le pause musicali
su spartiti quotidiani da spartire
crea rumori esistenziali
e false felicità indaffarate.

Preferisco le cartine fisiche,
piene di verde e rilievi che pare
di toccarli sotto le dita della fuga,
a quelle politiche decise a tavolino
colorate, innaturali, piatte
irreali come mutanti ideologie d’uomo
sorde allo scavo secolare e paziente
della parola.

(immagine: L’Italia, Luglio 2100)

– video correlato –

“La bandiera” – Edoardo Bennato

Come la prima volta

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(manifesto del silenzio)

 

Non voglio abituarmi
allo sguardo posato su di te
sul verde selvaggio dietro casa
mentre invade i ruderi contadini
al vento secco che accarezza
la pelle assetata di buio e libertà,

non voglio abituarmi
al tuo facile soddisfare le mie voglie
allo stupore per il vecchio curvo
che passa lungo l’assolato
desertico
orizzonte pomeridiano,
per l’essenza delle cose
che dall’altro secolo mi circondano,

alla donna che spolvera
incuriosita dal mio costante leggere
nella stessa posizione da millenni
alle parole che attendono
devote e silenziose, chiuse
in libri relegati nei luoghi
dell’intatto privilegio.

Non mi abituerò
a quella nostalgia di te
che cresce lentamente,
termometro cittadino
di lacune esistenziali
fino a raggiungere
i rossi gradi delle partenze
il cibo stipato in fretta
come durante naufragi
imminenti, tra onde di
non vita e vuoti a prendere.

Non posso abituarmi alla bellezza
al trampolino dei pensieri
ai vecchi cancelli invasi dall’erba
alla ruggine dei ferri e della gente
a quella decadenza entrata nell’anima
alla cattiveria nel vivere accanto
al crudo reagire che tutto circonda,

e nemmeno alla dolcezza dei silenzi
all’essere pendolo insoddisfatto
tra qui e là
al pedalare verso libertà locali
come se fossi nato già così
senza catene,
come se avessi dimenticato
quel che è costata la lenta conquista
del mio essere ancora in questa terra
e le luci nel cielo notturno
un tempo venerato.

Non può diventare abitudine
la morte scelta con amore
la pagina assaporata succhiando matite
lì dove tutto tace in attesa
che l’universo si sveli,
non il passo serale verso l’imbrunire
la parola scritta su sedie rotte
la famiglia di corvi sotto il ponte d’acciaio.

Non posso diventare come altri
abituati a essere fortunati
senza saperlo fino in fondo
privati di sapienti occhi esterni
eternamente prigionieri
di un consueto ereditato.

Basterà tornare a fare silenzio
lasciarsi vivere dal cosmo pulsante
rinnovare la scoperta
ascoltare l’inascoltato
l’inutile poesia negli oggetti
e negli esseri viventi senza nome.

A voi che osservate con sospetto
la mia scelta ripetuta nel tempo
donerò il lato pratico dell’esserci,
non andrò oltre, non capireste!
Sarà un inganno iniettato
con maestria e abili assenze
negli occhi annebbiati dal fare
dalla posizione nel mondo
dal frutto glorioso dei lombi.

Mi sottraggo al vostro
e al mio meccanismo scontato,
all’obbligo di fabbrica
alle facili sintesi da panchina
alle parole di circostanza,

coltiverò il vizio antico di ricercare
il succo aspro delle visioni che contano
il volo che sorprende
l’aria che cura ferite
il canto che incanta
lo sfacelo che rincuora.

versione pdf: Come la prima volta 

(immagine: disegno a china

autore: Nigro Ermanno

titolo e data: assenti)

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Colorito locale

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Non me ne vergognerò
e non laverò via
il colorito locale
dai versi parlati,

come grida di strada
come bisogni urgenti
li urlerò
con la lingua degli avi
e l’accento del vissuto
capitato tra l’università
e il vicolo contrabbandiere,
tra l’accademico e lo sguaiato.

(immagine: “Vucciria”, di Renato Guttuso – 1974)

Poesie minori. Pensieri minimi (vol.2): versione cartacea

Per i lettori (come me) amanti della “carta”: Poesie minori. Pensieri minimi – volume secondo” in versione cartacea, ordinabile QUI.

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[…] Questa seconda silloge, creata con “materiali di risulta”, come è stato per la prima pubblicata nel 2018, non vuole essere un ostentato elogio della brevità (perché in alcuni casi, pochi in realtà, non si troverà un testo breve) ma il tentativo di definire questo confine, mescolando poesie minori con pensieri minimi, senza fornire indicazioni per distinguere le une dagli altri. Sarà il lettore a separare, in base alla propria sensibilità ed esperienza, le poesie-pensiero dai pensieri poetici. Qualora ve ne fossero. Poesie e pensieri non sprovvisti di ironia, di un piglio dissacratorio, severo, lapidario, a volte rabbioso, di sfumature irriverenti, di parole eccessivamente “quotidiane”. Correndo il rischio di essere sottovalutati o fraintesi, anche se tutto è già stato previsto. Perché, forse, rischia di prendersi troppo sul serio solo chi non sa cogliere nell’apparente banalità la potenziale lungimiranza di un messaggio breve o scanzonato. (dalla Premessa)

[…]

Ritornerai anche tu, prima o poi
nei luoghi in cui il viandante
riconosce il tuo cognome,
lì dove ancora vibra di senso
al ricordo dei vecchi.

[…]

Per leggere l’ebook Poesie minori. Pensieri minimi – volume 1QUI!

Poesie a pedali

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I muscoli hanno memoria,
ricordano le feroci salite
e le comode discese,
lisci o striati, non importa
fanno esperienza del vento
che piega il frumento
e i rossi papaveri sparsi
a punteggiare i vasti campi
della mente assetata.

Le tue labbra immemori del bello
pronunciano parole di vendetta,

non ricordo più
la via dove abiti,
dove una finestra illuminata
indica l’equilibrio da difendere.

Compongo versi
pedalando, a memoria
li conservo come neve in mano,

non posso scriverli
mentre affronto una curva,
attendo che la sera
mi restituisca quelli più forti
scritti a fuoco sulle immagini
del solito film ramingo,
al ritmo della catena
che fruscia sulla strada
silenziosa dei ritorni.

(ph M. Nigro)

Giordano

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C’è una poesia povera e lercia
che nasce con parole di strada,
somiglia al lamento dei vicini
ululante come vento sotto la porta

infastidisce all’inizio
per l’angoscia che dà
poi t’innamori del suo odore
del tuo essere uguale
al finto rifiuto del primo
conoscersi, approccio da bar
tocco casuale di mani sulla pista da ballo

a quel dipanarsi di sussurri
volgari ma pieni di fascino
inspiegabile ritmo interiore

abituato a musiche solitarie
riesce a dire cose importanti
mentre ancora tentenni
sull’ultimo verso della sera.

Ho sempre salvato dal fuoco
le parole degli eretici, dei condannati
degli espulsi, degli arsi vivi
come vivo di futura speranza
il loro sguardo ribelle,
scomodo, nemico instabile.

Non coincide il bel suono
con l’animo bestemmiatore
del poeta prigioniero,

è già pronta la pira
che non fonderà le sue catene.

Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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