Restanza

Un odore vigliacco dalla strada
rimette in viaggio un intento
reduce, ma solo nel ricordo
che scadenza non ha,

abbiamo tempi vitali
cadenzati da salari mensili
e riposi troppo brevi,
preziosi, trascorsi a scrivere,

il mito della restanza
è salito al potere nei nervi,
neanche l’ebbrezza
d’una timida tornanza.

Ma serbiamo ancora
odori incrociati in anni liberi
e taccuini intonsi
per tragitti più calmi
al tramonto.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Il poeta che non sono mai stato” di Davide Morelli

Nonostante le eterogenee “escursioni” stilistiche che in questa così definita “auto antologia” di Davide Morelli abbracciano periodi diversi per intenzioni e cronologicamente distanti tra loro, i generi letterari adottati – dalla poesia lirica e libera a quella più “discorsiva” e didascalica, da quella rimata alla poesia prosaica fino alla vera e propria miniprosa – hanno in comune una caratteristica che da sempre segnala l’Autore fino alla sua più recente (ma non tanto recente) versione di critico letterario ovvero di appassionato recensore delle altrui scritture: sia nel Morelli poeta che nel Morelli critico insistono da tempo una miriade variegata di domande che spostandosi dalla soggettività autoriale investono inevitabilmente l’umanità, il mondo, la vicenda privata e pubblica dell’essere umano su questo pianeta, il senso dell’esistere, le questioni escatologiche, le ipotesi scientifiche, il comportamento dell’uomo nella Storia e nel quotidiano, il mistero che avvolge anche le cose più semplici della vita… È come se il Morelli critico anche attraverso le opere degli altri autori in realtà continuasse a interrogare se stesso, a perfezionare quel processo di estrapolazione delle verità che caratterizzano la vita umana senza quasi mai giungere a sentenze lapidarie e definitive, a risposte buone per tutti i tempi e tutti i lettori, limitandosi a descriversi e a descrivere gli eventi quotidiani, le storture e le contraddizioni degli esseri umani, le usanze curiose o decisamente discutibili dei propri simili, le assurdità concepite da una specie animale “evoluta” chiamata Homo Sapiens… In questa raccolta “enciclopedica” Morelli fa un passo indietro verso se stesso, il proprio passato poetico che dichiara “esaurito”, tra i tanti dubbi di chi legge perché la poetica come l’energia si trasforma ma non si distrugge e non si può etichettare, seguendo un comando razionale, come “conclusa”. Anche la critica è poesia!

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Gabbiani in città

 

C’è come un’aura nemica dell’altro
che respinge parole in più
e inviti a sedersi tra la folla,
è memore invece l’amico lontano
egli attende l’andata discussa da tempo
nella boscosa frescura della Nevena,

non sa niente del grido gabbiano
fuori luogo e sinistro, stridente presagio,
nella calda città di provincia
è ancora dolce come in passato
il garrito vorticoso delle rondini,
algoritmo di stormo in volo.
Dove andranno ora che tutto è nuovo?
Scomparsi gli anfratti decadenti del ricordo,
è tempo di aprirsi a questo mare senz’acqua.

Ma offende la storia
e i risvegli al mattino
il richiamo del pennuto spazzino
ed è estraneo al contesto
degli anni felici,

fu severo il tuo repulisti,
ora non cresce più niente
sul terreno rovente di città,
fu profondo il disprezzo mostrato
non c’è seme che prenda forza,

anche cercare la giusta pelle
a suo modo è lavoro.
Gabbiano a me stesso
sogno ore mute tra mura di faggi,
nel mezzo di gorgoglii d’asfalto estivo
non s’arrende la restante speme.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

versione pdf: Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero

Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

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Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

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Fico d’India


Mute scie su vetri di cielo tivvù
tagliano bianche come graffi
la vita passante e le cose da fare,
ti sei accorto in autunno
del tempo sempre più breve
per riaversi dalle piccole morti?

Delusioni incrociate su strada
scorrono feroci tra la gente,
assuefatti alla verde ferita
allo stato dell’arte perdente,
nascono gemme, promesse di pale
e getti futuri
lì dove il taglio offende la polpa
guarigione succosa,
corre ai ripari l’istinto a sperare
risponde al trauma con figli inattesi.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?

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Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

Morti davvero

Non troverete titoli d’oro sui dorsi colorati
dei libri ereditati, costretti a leggerli tutti
per capire il punto esatto in cui compaio
sulla scena, assetato di salvifiche parole

se non materia postuma di roghi familiari
dopo lustri indifferenti e alibi illetterati,
è lì che un mio riassunto da decifrare
tra le righe lette e le impressioni a matita
ancora tremerà per farsi notare
dall’occhio che scava per amore in ritardo
per espiare la cecità di quando si è vivi,

no, non perdonerò il vostro scivolarmi accanto
come acque annoiate intorno a gocce d’olio,
ma non sarò da compiangere tra ceneri e ossa
pezzi di marmo e fiori putrescenti

quelle sono cose dei morti,
morti davvero.

(immagine: Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850 ca.)

“Taxi driver” e la solitudine urbana su Pangea.news


Il mio articolo “Taxi driver e la solitudine urbana” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, la prima rassegna stampa delle più belle pagine culturali del pianeta” (Gruppo Editoriale MAGOG), curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo su Pangea.news: clicca QUI!

Sacerdote del vuoto

Albero che tra verdi foglie d’altri ancora non germogli
assapori forse con calma il dominio del tempo?
Eterni, mai lo saremo!,
in mari agitati d’ansia, sotto cieli d’umori grigi
non trascuri la marcia sognata
e i punti cardinali del programma,
non balena di clamore la notizia nei tuoi occhi
è del piccolo mondo ormai la loro cura.

Padre, tu che niente hai visto di noi
accompagni muto in polvere d’ossa
i passi eredi e i rami venuti dopo,
mi dicono sacerdote del vuoto
ma è nel silenzio di vedetta
che di nuovo pronuncio preghiere.

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

versione pdf: “Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

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“Taxi driver” e la solitudine urbana

versione pdf: “Taxi driver” e la solitudine urbana

“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”: è con questa frase lapidaria e senza speranza che Travis Bickle (Robert De Niro), protagonista del film “Taxi driver” di Martin Scorsese del 1976, sintetizza la propria condizione esistenziale. Ex marine di ritorno dal Vietnam e che soffre di insonnia – per certi versi un antesignano di John Rambo – si getta a capofitto nel lavoro notturno di autista di taxi: lavorare instancabilmente e senza alcun tipo di limitazioni lo distrae dalle storture della vita, dai cattivi pensieri, dalle lacune esistenziali, ma soprattutto dalla solitudine. L’insonnia è il simbolo fisiologico di una società iperattiva ed eternamente insoddisfatta, in cerca del proprio posto al sole e di un senso da dare alle cose, all’esistenza: non si riesce a dormire perché i pensieri ci svegliano, le domande ancora senza risposta bussano alla porta della mente anche quando questa è stanca e vorrebbe riposare.

Girando di notte nella città “che non dorme mai” Travis ha l’occasione di conoscere il degrado umano che ben si coniuga con la propria alienazione, le varie tipologie umane che in diversa misura contribuiscono al declino di una civiltà occidentale progredita in maniera anomala tra luci al neon e consumismo. Si attende la pioggia che ripulisca le strade dalla melma ma in realtà è di un nuovo diluvio universale che il mondo avrebbe bisogno per liberarsi dalla “feccia umana” che infesta le strade. Anche il “moralismo apocalittico” di Travis è uno dei sintomi di un’insoddisfazione esistenziale che ha radici profonde: i populismi, così come i totalitarismi, traggono forza proprio da queste zone irrisolte dell’individuo, dal suo bisogno di sentirsi parte di un processo storico che lo inglobi, che lo abbracci facendolo sentire necessario, uomo nevralgico e non escluso, nonostante il suo palese fallimento sociale ed economico. L’entusiasmo politico per un candidato di passaggio e scelto nel mucchio, è solo un modo per entrare nel gioco, per comunicare con un mondo che altrimenti non avrebbe interesse ad ascoltare l’elettore anonimo. C’è bisogno di fare pulizia in città e l’elettore insoddisfatto proietta sul politico di turno le sue intenzioni politically incorrect, i progetti per un repulisti sociale compiuto come si deve, e il candidato furbo asseconda il “programma” privato dell’elettore facendolo suo, dichiarando che è già al lavoro per la realizzazione proprio di quei punti del programma che stanno tanto a cuore all’elettore arrabbiato.

Anche la pornografia, così come la politica, per Travis rappresenta un “tic compensatorio”, un’abitudine malsana per mettersi alla prova, per sapere di essere ancora vivo al di sotto della cintola, per cercare di rilassarsi e mettere a tacere quei pensieri che non lasciano dormire… Ma la pornografia non ostacola Travis nella sua ricerca dell’amore e della bellezza: c’è sempre la voglia di comunicare con donne reali; non manca il coraggio di dichiararsi interessato alla loro eleganza e bellezza, nonostante qualche passo falso ed equivoco causato da uno scarso allenamento alle relazioni umane.

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Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

Versione PDF: Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

 

Dopo aver letto la ricca ed esaustiva postfazione, a firma di Angelo Maria Ripellino, alla raccolta di poesie di Blok edita da Oscar Mondadori nel 1990, è alquanto arduo riuscire ad aggiungere ulteriori dati senza risultare inutilmente ripetitivi: Ripellino non solo ci propone un excursus biografico dell’autore ma entra, con il taglio tipico di chi ha familiarità con il pensiero più intimo di un poeta, nei processi creativi di Blok differenziando le varie epoche e le relative poetiche. Blok infatti fu un poeta dall’esistenza multiforme e di conseguenza variegata fu la sua produzione: ha vissuto più vite in una perché appartenente a una generazione irrequieta e intimamente consapevole del suo essere al confine tra due epoche, in eterna attesa della rivoluzione perfetta, del cambio drastico degli schemi sociali e culturali. Da un’adolescenza idilliaca e appartata all’atmosfera sovreccitata dei salotti frequentati dai simbolisti russi; dalla teologia al teatro… Ambienti sicuramente stimolanti ma distanti dalla realtà tragica di una società bisognosa di cambiamenti chirurgici, profondi, drammatici. Blok, compiendo un ulteriore ma stavolta necessario passaggio esistenziale e artistico, riuscì a sintonizzarsi con le esigenze reali del popolo, con il travaglio di una società in procinto di ribaltare lo stato delle cose. Ed è questa, a mio avviso, l’epoca più dolorosa e affascinante dell’esistenza del poeta russo: come nel corso di una muta interiore, Blok lascia dietro di sé la vecchia pelle borghese intrisa di misticismo e di un inutile sperimentalismo artistico fine a se stesso, per armarsi di un realismo che lo porterà a immergersi interamente negli anfratti di una società sull’orlo di un’apocalisse attesa da tempo. Scrive Ripellino: “Blok soffrì fisicamente il ristagno e la reazione che seguirono alla rivolta del 1905. […] L’umor nero di Blok non è una propensione letteraria, un abito esteriore, ma il basso continuo, la fosca filigrana della sua vita, giorni e notti, giorni e notti. Incalzato dall’ansia di ramingare, di perdersi negli angoli abietti e remoti della periferia cittadina, egli va alla ventura, girando per squallide strade fiancheggiate da lerci abituri… Le lettere e i diari di Blok abbondano in questo periodo di appunti di passeggiate notturne ai margini di Pietroburgo e di memorie di incontri con zingare e acrobate in ristoranti e postriboli…” C’è un bisogno viscerale di conoscere il “mondo terribile” della Russia alla vigilia della rivoluzione: dai divani stinti dei salotti mondani, un tempo frequentati dal poeta, passando alla strada della periferia dove la vita è più vera, Blok impara a fiutare la Storia scendendo in quegli abissi sociali ignorati dall’aristocrazia; il contatto col popolo è salvifico e il populismo è un buon antidoto contro la solitudine. Accolse positivamente l’Ottobre del 1917 perché scorse nella rivoluzione bolscevica (pur non essendo un convinto marxista) un ideale capovolgimento di privilegi e di schemi sociali tradizionali, quegli stessi privilegi e schemi che avevano protetto la sua classe d’appartenenza fino ad allora. 

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“Agli amici”, “I poeti”: due poesie di Aleksàndr Blok

“Tacete dunque, libri maledetti!
Io non vi ho scritti, non vi ho scritti mai!”

dalla raccolta “Poesie” a cura di Angelo Maria Ripellino, Arnoldo Mondadori Editore 1990; lettura di Michele Nigro.

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Sangue per squali

Furono le ultime ferie innocenti
premessa di una morte a venire,
era ancora senza peso e misura
lo sguardo profondo sulla storia

è privo di un nome che metta pace
questo potente vuoto sconosciuto
dinanzi al baratro d’infinite scelte.

Saluti veloci dall’asfalto, un segno di croce
un bacio staccato dal volante in fuga
tornando da nuovi destini coraggiosi
verso notturne luminarie tra cipressi,
ti riconosco a momenti in voci sorelle
sprazzi ereditati che non colmano

è forte la presenza degli estinti
nelle case parallele dove li invoco
ma nessuno chiede elemosine
come fosse sangue per squali
dopo l’urlo muto della solitudine.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli

Leggendo “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli (anche in versione estesa scaricabile QUI) è impossibile non riconoscere, almeno per chi ha letto altri scritti dell’Autore di Pontedera, il suo stile discorsivo, la sua capacità analitica estremamente colta ma mai pedante, la sua passione “chirurgica” nel penetrare il significato delle cose e delle parole, dei fenomeni e delle nostre abitudini, di quei meccanismi umani dati per scontati e che invece nascondono segreti e saperi da sviscerare e comprendere…

Dalla A di “Abitudine…” alla V di “Verità” della versione cartacea, questo sillabario/dizionario è un corposo lavoro “enciclopedico” con cui l’Autore tenta di insegnare a se stesso e ai Lettori il significato di una contemporaneità complessa e articolata, meravigliosa e terrificante, foriera di novità positive ma anche di prospettive contrastanti la dignità umana; uno strumento per imparare a leggere il mondo in cui viviamo e crediamo, spesso troppo ottimisticamente, di agire in piena libertà ma in realtà inconsapevoli di quale sia il vero funzionamento di un sapere che abbiamo accumulato nei secoli senza conoscere le giuste chiavi di lettura.

Dinanzi a ogni singolo argomento affrontato, Morelli non si limita a fornire una fredda e scarna descrizione ma mette in scena un ragionamento articolato, discorsivo, “personalizzato” e per tale motivo altamente divulgativo; molteplici e coltissimi sono i rimandi ad altri autori di innumerevoli altre discipline scientifiche, letterarie e filosofiche: il Lettore è “inondato” da citazioni e spunti paralleli che ramificandosi dalla voce trattata lo invitano a continuare la ricerca andando al di là del sillabario che così dimostra la sua funzione di proiezione verso altre letture e studi… Ma ogni argomento è già di per sé “completo” nell’esposizione di Morelli: gli spunti rilasciati lungo la trattazione sono solo delle tracce che è possibile seguire in piena autonomia o no. Il che svela, oltre alla portentosa capacità multidisciplinare dell’Autore, l’enorme complessità che si cela dietro ogni tematica e dimostra l’esistenza di un libero arbitrio culturale con cui ogni Lettore può decidere o meno di approfondire l’argomento in piena autogestione.

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Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.