Video intervista a Michele Nigro, domande a cura di Franco Innella

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Domande di Franco Innella rivolte a Michele Nigro, riguardanti la raccolta poetica “Pomeriggi perduti” e altri argomenti…

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Domande di Franco Innella rivolte a Michele Nigro, riguardanti la raccolta poetica "Pomeriggi perduti" e altri argomenti… Elenco delle domande: 1) Perché hai scelto questo titolo e come è nata l’idea di questa tua raccolta? 2) Come definiresti il tuo poetare? 3) Scorgo nella tua concezione poetica l’incontro tra due esigenze principali: la ricerca delle radici e la lotta, che ti ha sempre contraddistinto, a una sorta di “Matrix” che tutto condiziona. È possibile conciliare queste due esigenze? 4) Cosa ne pensi della poesia contemporanea e dei poeti di oggi? 5) Che funzione possono svolgere i blog letterari e i social in generale nella diffusione della poesia contemporanea? Che fine ha fatto la critica? 6) A quale poesia della raccolta ti senti più legato? 7) La vorresti recitare? 8) Progetti futuri? Per acquistare "Pomeriggi perduti" (ed. Kolibris – 2019): https://pomeriggiperduti.home.blog/2020/02/13/acquistare-pomeriggi-perduti-dal-blog/ Per l'iniziativa "Scambiamoci i libri!" citata nell'intervista: https://pomeriggiperduti.home.blog/2020/08/21/scambiamoci-i-libri-recensioni/ #intervista #poesia #poetry #poetica #pomeriggiperduti #michelenigro #poesiaitaliana #critica #raccolta #editoria #recensione #giornalismoculturale

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Nota a “Foglie secche” di Franco Innella

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Nota a uno spirito inquieto.

Una poesia che oscilla tra la disillusione causata dalla condizione umana che accomuna tutti e liberi sprazzi di elevazione verso vette immacolate di libertà immaginata o realmente vissuta; spetta a noi impegnarci affinché la pausa dal dolore diventi appuntamento fisso intercalato nel nostro andare incontro alla fine naturale delle cose. Solo chi sa cogliere questi sprazzi, questi segnali presso cui l’anima si abbevera, può gabbare la crudeltà dell’esistenza.

L’assenza dei cari diventa voce reale che torna a confortare, avvertita nel silenzio lasciato dalla morte; la vita (parallela) che sarebbe potuta essere e non è stata; la speranza che qualcosa di noi sopravviva al trapasso, in limbi sconosciuti da masse preoccupate e isteriche; la fugacità dell’amore terreno che è sempre bene vivere pienamente; sacre sensualità ci salvano dall’oblio del corpo e dell’anima. E poi le alchemiche speranze che il meglio dell’uomo possa perdurare rifugiandosi in non-luoghi cosmici; anche se non c’è bisogno di attendere la fine per vivere momenti infiniti: l’eternità ci accompagna già qui e ora, in attimi colti da pochi e che forse saranno trasformati in parola, diventeranno poesia. Bisogna abbracciare l’evoluzione dei giorni meno gloriosi: solo così è possibile coagulare l’attimo con coraggio, senza lasciarsi abbattere dal ricordo dei giorni andati; solo compiendo questo passaggio possiamo addirittura, nonostante la nostra caducità, osservare il mondo e sorridere delle altrui illusioni. Siamo liberi e quindi più consapevoli dei nostri “demoni”, ma anche più soli. Il nostro Io passato, se confrontato con la forza di una pace e di un realismo finalmente conquistati, non può che essere ombra nostalgica di una persona che non esiste più (se non nei ricordi). Siamo diventati altro, l’eco di un abbozzo primordiale. Lo spirito resta inquieto, ma la serenità raggiunta è ormai parte dell’uomo consapevole. Non si torna più indietro. Le “chiacchiere vane” e le “urbane presenze” diventano arredo sopportato con sereno distacco; niente più scalfisce l’animo dell’uomo che intravede e ama il fondo. Gli amati elementi naturali non lo toccano più, non intralciano il passo, ma fanno da corollario al suo sguardo poetico: sono materiali da fissare intorno al momento catturato. Siamo evanescenti: alcuni lo sanno già, altri non ancora. O non lo sapranno mai: moriranno pensando di essere potenti, mortali e insoddisfatti fino alla fine. Solo nel “silenzio abissale” l’essere umano può risorgere: l’avranno capito quelli “costretti” in casa da decreti governativi? L’umanità smania di distruggersi tra canti e balli, in strada, tra il “malsano vivere”, schiavi dell’abitudine. Testimoni della trasformazione solo alcuni gatti (di Matera?): i cittadini sono troppo distratti per seguire certe solitarie evoluzioni, per occuparsi di risvegli e liberazioni. La poesia è l’unico baluardo contro il nonsense: non è snobismo ma difesa del sé – dell’arcano che sopravvive altrove – per non partecipare all’infelicità dilagante. Solo abbracciando il dolore si può ritornare a una felicità autentica. Solo nel Vuoto riscopriamo il Tutto, lontani dal falso sapere comune.

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Abbracciare la causa interiore

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Quasi un manifesto poetico

Si può essere un po’ pasticceri, un po’ meccanici, un po’ avvocati, un po’ medici? Si può essere un po’ poeti? E nel dire essere non mi riferisco alla riuscita stilistica (che può verificarsi anche privatamente) o al successo editoriale che (non sempre accade, nonostante l’eventuale maturità letteraria raggiunta) ne potrebbe scaturire. Ma proprio all’essere nel senso di vissuto. No, non mi riferisco nemmeno a un vissuto maledetto, avventuroso o scapestrato, come romanticamente ci si aspetterebbe da un Poeta che, come è noto, non scrive per vivere ma vive per poterne scrivere. Il poeta può passare inosservato, essere ignorato per gran parte della sua esistenza, vivere una vita apparentemente insignificante e sottotraccia, ma al tempo stesso essere considerato poeta da quei pochi, forse pochissimi, che riescono ad affacciarsi dal dirupo della sua anima ed esclamare “Wow!” o “Mah!”.

No, non si può saper guarnire solo alcune torte con un solo tipo di crema; non si può saper aggiustare solo alcuni tipi di motore; non si può conoscere solo una parte del codice civile; non si può conoscere solo una parte dell’anatomia umana. Non si può essere poeti solo sulla carta, quando arriva l’ispirazione e si scrivono versi, quando si pubblica una raccolta con un buon editore, quando si fa il firmacopie sentendosi (ingiustificatamente!) importanti o quando un lettore comunica il proprio entusiasmo al poeta per alcune parole felici o per dei versi che hanno colpito nel punto giusto e al momento giusto. Non si può essere ciò che si è solo quando il gioco gira nella direzione a noi gradita, agli orari e nei giorni preferiti, nelle modalità più comode; bisogna abbracciare la causa interiore in maniera costante. C’è bisogno di essere e non di sembrare ogni tanto. E si è maggiormente poeti quando non visti, addirittura quando non letti, e non per riflesso del consenso dei lettori. Si può smettere di scrivere, si può scegliere di non pubblicare più nulla, ma la ricerca resta in funzione e continua ad agire dentro e fuori il poeta. La ricerca è ascolto, è lo sguardo sul mondo (e prima o poi bisogna dare conto di questo esercizio “visivo” dell’anima), è rispetto della propria sensibilità, è il modo in cui si traduce un panorama non per forza esteriore o uno stato d’animo in parole non scritte ma solo pensate; è il modo di camminare, di non parlare, di non presenziare, di non farsi influenzare in un mondo di influencer; è stile sconosciuto ai molti, perché è più semplice mostrare la parte facile a un mondo che non ha (più?) voglia di conoscere l’altro, il poeta.

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“Elogio del post apocalittico” su Poliscritture

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Per aver accolto, letto e pubblicato il mio articolo “Elogio del post apocalittico”, desidero ringraziare la rivista “POLISCRITTURE”, laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate… Per leggerlo: QUI!

[…] Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. […]

Cultura non richiesta

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Gentili messaggi sottocutanei
da elettrodomestici parlanti
informano la massa umana
su trame indesiderate.
Portatori sani di metadati
ricompongono sorridenti e ignoranti
l’impercettibile puzzle del sistema.

Anche il frammento è potente.

La molecola linguistica
agisce sull’azione di un uomo
nato schiavo.
Spegnere tutto sarà inutile.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” – ed. nugae 2.0, 2016)

Medialismi 2.0’2.0 Impronte, corrispondenze, stendali, metessi e altre storie

Medialismi 2.0’2.0
Impronte, corrispondenze, stendali, metessi & altre storie
La Rassegna si rifà al concetto di Pratiche Mediali Diffuse, ovvero un’arte realizzata con il supporto della tecnologia e dei diversi linguaggi dei new media e si articola in sei segmenti correlati: MediAzioni & Corrispondenze, Metessi (Opera/Pensiero), Impronte, Stendali, Manifesti, Pro.Segni.
Il progetto è stato realizzato sotto l’ideazione e la cura di Gabriele Perretta, seguendo la traccia di questo suo pensiero, che risale al periodo 1984/89 e che ha caratterizzato il suo percorso critico fino ad oggi: «Ogni testo si costruisce come mosaico di segni, ogni testo è assorbimento e trasformazione di un altro testo. Al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intermedialità e il linguaggio artistico si pone come esposizione e come relazionalità».

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Come la prima volta

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(manifesto del silenzio)

 

Non voglio abituarmi
allo sguardo posato su di te
sul verde selvaggio dietro casa
mentre invade i ruderi contadini
al vento secco che accarezza
la pelle assetata di buio e libertà,

non voglio abituarmi
al tuo facile soddisfare le mie voglie
allo stupore per il vecchio curvo
che passa lungo l’assolato
desertico
orizzonte pomeridiano,
per l’essenza delle cose
che dall’altro secolo mi circondano,

alla donna che spolvera
incuriosita dal mio costante leggere
nella stessa posizione da millenni
alle parole che attendono
devote e silenziose, chiuse
in libri relegati nei luoghi
dell’intatto privilegio.

Non mi abituerò
a quella nostalgia di te
che cresce lentamente,
termometro cittadino
di lacune esistenziali
fino a raggiungere
i rossi gradi delle partenze
il cibo stipato in fretta
come durante naufragi
imminenti, tra onde di
non vita e vuoti a prendere.

Non posso abituarmi alla bellezza
al trampolino dei pensieri
ai vecchi cancelli invasi dall’erba
alla ruggine dei ferri e della gente
a quella decadenza entrata nell’anima
alla cattiveria nel vivere accanto
al crudo reagire che tutto circonda,

e nemmeno alla dolcezza dei silenzi
all’essere pendolo insoddisfatto
tra qui e là
al pedalare verso libertà locali
come se fossi nato già così
senza catene,
come se avessi dimenticato
quel che è costata la lenta conquista
del mio essere ancora in questa terra
e le luci nel cielo notturno
un tempo venerato.

Non può diventare abitudine
la morte scelta con amore
la pagina assaporata succhiando matite
lì dove tutto tace in attesa
che l’universo si sveli,
non il passo serale verso l’imbrunire
la parola scritta su sedie rotte
la famiglia di corvi sotto il ponte d’acciaio.

Non posso diventare come altri
abituati a essere fortunati
senza saperlo fino in fondo
privati di sapienti occhi esterni
eternamente prigionieri
di un consueto ereditato.

Basterà tornare a fare silenzio
lasciarsi vivere dal cosmo pulsante
rinnovare la scoperta
ascoltare l’inascoltato
l’inutile poesia negli oggetti
e negli esseri viventi senza nome.

A voi che osservate con sospetto
la mia scelta ripetuta nel tempo
donerò il lato pratico dell’esserci,
non andrò oltre, non capireste!
Sarà un inganno iniettato
con maestria e abili assenze
negli occhi annebbiati dal fare
dalla posizione nel mondo
dal frutto glorioso dei lombi.

Mi sottraggo al vostro
e al mio meccanismo scontato,
all’obbligo di fabbrica
alle facili sintesi da panchina
alle parole di circostanza,

coltiverò il vizio antico di ricercare
il succo aspro delle visioni che contano
il volo che sorprende
l’aria che cura ferite
il canto che incanta
lo sfacelo che rincuora.

versione pdf: Come la prima volta 

(immagine: disegno a china

autore: Nigro Ermanno

titolo e data: assenti)

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Sole e luna

Manca un progetto
e la speranza che l’accompagna,
manca il verde dell’epoca
in cui speranza c’era

si vendeva a canne
lungo la strada per Futura
a donne di passaggio.

Gli strumenti sono diventati semplici
ridotti all’essenza analogica
inadeguati per questo mondo
ma sufficienti al piccolo cosmo
che circonda la casa
immersa nelle sinfonie dei migranti.

Non ti orienti più
con i disegni astrali
nel cielo notturno d’autunno,

sulla parete del buen retiro
un arazzo con l’unione di sole e luna
a cui è difficile credere
al tramonto di una luce romana.

(immagine: “La luna in una stanza”, ph M. Nigro©2020)