otto settembre

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Ho firmato un armistizio
con il mondo che mi guarda
solo
quando si riapre l’urna non dei morti.
La chiamano resa incondizionata
questa fuga verso la quiete
dalle genti che sfiorano senza
sapermi

ma la pace e il vento all’imbrunire
il sentirsi tra la folla nel silenzio di foglie
non sanno di resa settembrina,
una dolce rivalsa è la sera
che la città non conosce
sugli autunni trascurati
sulle more non colte
su tutte le ferite
che ancora versano sangue di primavera.

Il futuro del Futurismo: 3 domande a Roberto Guerra

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“Futurismo” è sempre stato sinonimo di entusiasmo tecnologico, rilancio, proiezione dell’inventiva umana verso nuovi obiettivi sociali e culturali; lo scorso 9 agosto è stato l’anniversario del “folle volo” di D’Annunzio su Vienna (1918), che fu per certi versi più futurista dei futuristi. Quali voli neofuturistici intravedi per questa Italia post-pandemica? 

Il futurismo (aggiornato) è stato il grande sogno della mia passeggiata terrestre. Il neofuturismo cosiddetto, fu… l’ultima stagione creativa del Duemila, favorita dalla rivoluzione elettronica che sembrava confermare le migliori intuizioni di Marinetti e i futuristi. In senso strettamente artistico, l’ultimo volo è stato di Vitaldo Conte: per il centenario del Manifesto futurista nel 2009 nei cieli di Roma come paracadutista, declamando Marinetti all’atterraggio. Vedi su YouTube: QUI!

Dal virus e tra i suoi effetti sociali (certi, non statistiche di troppi virologi) il futuro è sicuramente ibernato, soprattutto per le nuove generazioni; il futuro tornerà solo tra decenni, siamo realmente nell’era di Orwell… Voli prossimi (neofuturistici) in senso sociale? Non credo.

Nel tuo ultimo lavoro, l’ebook intitolato “Futurismo Duemila” (Tiemme Digitali), ti occupi della storia del neofuturismo e della sua fine; ma è veramente finita? Al di là dei neologismi associati (neo, post, trans) nel corso della storia alla parola futurismo, non è appunto nei periodi di rinascita che c’è più bisogno di “avanguardia”? 

In realtà, negli ultimi anni del decennio scorso, dopo un apice, le reti neofuturiste si erano già esaurite. Siamo andati avanti il sottoscritto, Vitaldo Conte, Antonio Fiore Ufagrà, S. Giovannini e altri però singoli futuristici. Altri della rete, si occupano di percorsi laterali e personali. Naturalmente, il futurismo non ha mai esaurito la necessità storica di avanguardie plurime. Ancora ne esistono, ma strettamente letterarie o solo artistiche. Certo zeitgeist del tempo, certo livello minimo di democrazia e credibilità dei politici e dei media, la fine stessa della scienza come verosimile (in dubbio ormai dopo la gestione pandemica mondiale, per la comunicazione terroristica troppi sono persino contro i vaccini!) attualmente impedisce la nascita di nuove avanguardie globali forti. Quando si parla di rinascita postvirus vi è molta retorica irrealistica. Al massimo si può sperare in una sopravvivenza minimale creativa. Per le nuove generazioni, se si svegliano o le si lascia risvegliare, magari, potrebbe esserci una singolarità storica dirompente, il potere ai 16-40enni e relax per longevi e meno longevi… Dalla vecchia “Immaginazione al Potere” (semifallimentare) all’attuale “Follia al Potere”, per giungere finalmente un domani alla vera “Giovinezza al Potere”. E nuove arti e letterature, mix arte-scienza, parzialmente digitali…

Che ne pensi delle critiche da parte della Chiesa al Transumanesimo?

La parola dovrebbe essere Libera, quindi legittima ogni critica al cosiddetto futurismo transumanista, scientifico, all’estero tutt’ora in primo piano nelle ricerche. Vero anche che molte critiche bioetiche della Chiesa di Roma o dei “conservatori”, sono fake news mediatiche (Internet o Giornali). Recentemente ho contestato questa percezione mainstream del transumanesimo: leggi QUI! In breve, molto spesso, a parte, ripeto, legittimi dubbi, in quanto si parla di prospettive a cui mancano spesso ancora le tecnologie e anche importanti “certezze” epistemologiche, queste fake news non si riferiscono mai alle informazioni ufficiali dei più importanti (anche sul piano accademico) transumanisti internazionali (Z. Istvan, A. de Grey, M. More, R. Kurzweil, V. Pride, M. Rothblatt e molti altri), facilmente reperibili su riviste e giornali Internet ufficiali e nella letteratura postumana ufficiale. Molti timori e analisi giornalistiche sembrano al contrario proiezioni soggettive e di certi gruppi, proprio del vecchio mondo attuale e reale, proprio dopo il virus: Nuovo Ordine Mondiale, genderismo ecc. Inconciliabilità tra Chiese e Transumanesimo? Basta un Teilhard de Chardin per smentire questo passatismo… Poi, vero, dopo il virus, ingegneria genetica o altre scienze di punta vanno viste con più attenzione ecologica ed etico-tecnologica…

Segue presentazione dell’ebook:

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“Zelig e i nuovi anni 20”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Zelig e i nuovi anni 20” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)

Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.

Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.

La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.

E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.

Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

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Lamentazione per il Signor Ics

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Dove sono le doloranti fila in posa
davanti ai feretri del gramo poeta
e dei filosofi noiosi le camere
ardenti di idee non morte
in libri ignorati da masse
bisognose di carezze kitsch
e paillettes tra piatti da lavare e sogni
infranti come lampadine sotto stivali,

– catodico è il facile consenso
già masticato da trucco e parrucco,
predigerito è questo nostro amore
che batte il tempo
alla canzone del momento –

dove il cordoglio fatto marea di fiori
per le non principesse sfortunate
e i non re di imperi a buon mercato.
Quando la veglia funebre
per l’impopolare signor ics
e lo stonato portinaio dei nostri averi,

– ore e ore sotto il sole ignorante
per un selfie col morto,
lo chiamano omaggio (ma a sé stessi!),
lo scrittore mondano va in tv
perché ha capito il congegno
e vuol essere amato come una soubrette –

nella chiesa dei non artisti
a quando l’affollata messa
per chi del proprio giorno ormai finito
ne ha fatto un’arte di sopravvivenza?

versione pdf: Lamentazione per il Signor Ics

Post-apocalittico

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Se non ci fossero più i caldi metalli rotanti
e il nostro andare con passo incerto, senza un progetto
l’asfalto splenderebbe senz’ombre al tramonto
nell’abbraccio silenzioso di un sole morente
e l’universo che da sempre ignora
le piccole beghe tra gli uomini
cadrebbe felice ai piedi di un’assenza.

Sogno città non più dolenti
e le vuote dolcezze della fine,
un dio stupito godrebbe finalmente
delle fila di formiche indaffarate
indisturbate e regnanti
nel ritirarsi ordinato
della sera.

“L’imbrunire” – Giovanni Lindo Ferretti

Carpere diem

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Se l’obbedienza è dignità, fortezza
La libertà una forma di disciplina”
All’inizio non ci volevo credere quando gli “esperti” in tv e sulla carta stampata annunciavano, in tempi non sospetti, prima ancora dell’inizio della “liberazione vaccinale” realizzata in queste settimane e che sembra avanzare spedita verso un “risorgimento immunitario”, che il post-covid sarebbe stato caratterizzato a livello psicologico da una sorta di “limbo decisionale”: della serie, anche quando saremo quasi tutti vaccinati e avremo, forse, raggiunto la tanto leggendaria immunità di gregge, vivremo un periodo di “auto-lockdown” nonostante i cancelli delle gabbie aperti da un bel po’. Saremo come quei cani che abbaiano da dietro il cancello fino a quando però il cancello è chiuso; una volta spalancato, con tutta la libertà di mordere sbattuta in faccia, si diventa buoni, mansueti, diplomatici: si pianifica con calma il morso da dare. Tanto c’è tempo. Sarà l’espressione di un “gene inibitorio” rimpolpato dalla clausura, nutrito a pizza e streaming. La “glocal culture”, che a me piace, sarà la sua giustificazione filosofica: un riscoperto “localismo” per non allontanarsi troppo da casa, così come quando si sceglie il lato del letto matrimoniale più vicino al bagno, in caso di urgenze fisiologiche.
Sicuramente non sarà così per tutti, molti stanno pronti e scattanti sulla linea di partenza da mesi e quando il mossiere sparerà il colpo non si faranno pregare due volte prima di ritornare in pista a 100 all’ora.
Per alcuni ci sarà un attimo di indecisione prima di lanciarsi col paracadute nei cieli liberi del “dove si va?”; sarà l’improvviso eccesso di zona bianca che, abbagliandoci, ci travolgerà e che all’inizio sembrerà ingestibile, abituati al buio della quarantena che protegge e delle regioni colorate che intralciano la carriera del virus.
E le notizie di mezzi di trasporto mal gestiti e che addirittura uccidono, certamente non aiutano il ri-lancio; nei ritorni alla normalità di movimento – dopo mesi di immobilismo – molti cercheranno con rabbia e avidità di arraffare tutto il guadagno non fatto, “arronzeranno” sulla manutenzione e sulla qualità di un turismo che ha bisogno sì di ripartire ma di riprendere quota rispettando la qualità (e la sicurezza). L’immoralità di pochi si ripercuoterà sulla ripresa di tutti (e sulla vita di alcuni).
Ma neanche queste tristi notizie, per fortuna nostra e degli operatori, ci bloccheranno a terra: ripartiremo prendendo tutti i mezzi di trasporto che l’invenzione umana ha messo a disposizione per la gloria della specie e non per la sua morte, con la voglia di esplorare, e sarà bellissimo.
C’inventeremo mille pigrizie per non ripartire ma alla fine, come accade da millenni dopo una batosta, ripartiremo. Torneremo a gustare il senso del carpe diem, dell’occasione da non perdere, da agguantare perché il tempo fugge.
E allora carpelo, carpelo santiddio, sto cazzo di diem!

“Pomeriggi perduti” su Periodico Daily

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Ringrazio la giornalista Elena Canini per questa interessante, articolata e ben curata recensione/intervista alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”, e l’e-magazine “Periodico Daily” per l’ospitalità…

“… Cosa le trasmette la poesia?

Quando leggo i “grandi” cerco di assaporare i loro versi e attraverso essi di riconoscere le esperienze esistenziali che li hanno direttamente o indirettamente influenzati. Ma più di ogni altra cosa, cerco di riconoscermi nel messaggio universale (quindi rivolto anche a me) che veicolano. Solo così la poesia “degli altri” diventa mia. La mia poetica, invece, come quella di ogni poeta, prende vita da un atto di “ricezione”: come antenne nel cielo, scriviamo ciò che percepiamo. Il trasmettere ad altri, il pubblicare, è una scelta secondaria che non deve mai prendere il sopravvento sulla sacralità della creazione…”

Per leggere l’intera recensione/intervista: QUI!

versione pdf dell’intervista: Intervista a Michele Nigro per “Periodico Daily”

Il numero è “forza”!

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Cos’hanno in comune gli ebrei ortodossi morti nella calca pochi giorni fa in Israele, i musulmani morti negli anni passati in una calca simile alla Mecca, i tifosi dell’Inter assembrati ieri a Milano, le tavolate di amici senza mascherina che ho visto l’altro giorno nei locali del centro storico di Salerno? La fede nel numero, questo hanno in comune: perché insieme si è più forti, si è invulnerabili; insieme si può affrontare qualsiasi minaccia, anche quella invisibile; si condivide il rischio e questo come per magia si affievolisce: il cameratismo è la forza del singolo e la scelta dell’individuo che si diluisce nella folla è la forza del cameratismo. Cosa può succederci se condividiamo lo stesso obiettivo, la stessa fede? Se restiamo uniti la morte si spaventa e fugge via. E se anche questa dovesse ugualmente raggiungerci – pazienza! – è bello morire insieme: con e per mano della comunità di cui facciamo parte, della massa che ci dà forza e se vuole ci annienta in un istante. La vera morte è essere divisi dagli altri, è essere costretti a trasformarsi in presuntuosi “soloni” senza pubblico e senza contatto umano. Quando per colpa di decisioni governative siamo costretti a non onorare questa fede, stiamo male, ci sentiamo persi e senza meta: e i ritorni alla normalità sono “esplosivi”, come a voler compensare le occasioni mancate, a voler vivere doppiamente i raduni perduti. Alla faccia di chi si ostinava a sperare che ne saremmo usciti migliorati!
“Gioie” che l’individualista, egoista e sprovvisto per sua natura del dono della fede nel numero, non può provare, non può vivere sulla propria pelle; cieche convinzioni che non può coltivare dentro di sé e che invece riscaldano l’animo di chi le insegue: eternamente diffidente e dubbioso, l’individualista si muove da solo dribblando capannelli, riti collettivi, tifoserie e “marce del sabato sera”, politiche e non.
È un soggetto asociale e antipatico che provoca un senso di repulsione: a volte, per questo motivo e tra lo stupore degli assembrati, persino la morte lo evita.
versione pdf: Il numero è forza!

“Xavier de Maistre e i nuovi zombi” su Pangea.news

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Il mio articolo “Xavier de Maistre e i nuovi zombi” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!