Speakeasy

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Dove sono la sfida e la folle riscossa
che seguivano a una crisi, alle sciagure?
I fiumi d’alcol e le danze sfrenate
risposte sorridenti e disperate alla morte
le mode, le nuove idee, le imprese dell’uomo…

Tutto è immobile per le strade, desertica mente
non c’è voglia di rialzarsi dal fondo fangoso,
i sogni non dimorano più tra le stelle
guardiamo cadere uno a uno i nomi di sempre
e i volti cari tra lo stupore del sopravviverci.

Non ci salvano da lontano la luce rossa
né la musica impregnata di vita
dell’ultimo ostinato speakeasy.

(ph M.Nigro©2021)

Nuvole nere

astronave

Isolarsi dalla notizia che goccia
sulla pace distratta dei tempi
il cammino era già chiaro da ieri
abbassare l’audio del mondo
seguire la linea cancellata del silenzio.

Sono lontani gli scorci non connessi
dei commenti ai quadri del diverso,
ora ad asciugare al sole senza memoria
sul balcone della madre paziente e greca
lenzuola nere come notti
di estranee passioni,

prendono il nostro posto
all’insaputa di volontà assuefatte.
Anime sotto forma
di nugoli di storni
all’imbrunire modellano in cielo
libere domande all’infinito
anche per chi risposte più non ha.

Ora sesta

mirror

Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.

Alieno all’acqua

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Conati d’anima sulla non vita
muovono il passo fugace all’uscio,
come corde d’evasione calate sul mondo
sono i filacci salivari di rigurgito psico-
somatico mentre lavi la bocca traditrice
mangiapane da figliuol prodigo incallito

vibra ogni volta la cassa del torace pugnalato,
vorrebbe sputar fuori decenni di tossine esistenziali
le vicende accumulate, l’amaro del giorno
le sopportate genti e i tanti spilli nella carne

il fegato che morendo gode su poesie da tavola,

è una liberazione questo zaino domenicale
troppo nuovi i rari scarponi da limare
sulle strade del santo a fingerti eremita senza tosse.
Datemi vino, non acqua!
– miracoli come il Cristo non ne ho da fare –
per evitare gli spasmi del mio atavico alien
che spinge e spinge dall’interno del me allignato,

vuole uscire per la sua ora d’aria, squarciare l’equilibrio
e il petto dolente dalle ore sedate,
non trova pace tra la carta, nella quiete casalinga
dei conti già fatti senza speranza all’imbrunire.

Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

Ho avuto il piacere di rispondere alle domande di Roberto Guerra per un’intervista pubblicata su NeofuturismoAsino Rosso Ferrara. Segue uno stralcio…

intervista asino rosso

[…] Più in generale, come vedi oggi la poetica/cultura contemporanea? 

È meno audace, più uniformata a standard che, forse per ragioni generazionali, non comprendo e con cui non sono assolutamente in sintonia: dalla musica all’editoria, tranne rari casi, vige la regola per cui se esci da una scuola omologante o sei un autore affermato che ha già portato introiti, anche se in seguito scrivi boiate continui a usufruire di un certo “pompaggio” del marketing. In sintesi, viene portato avanti il personaggio che vende e non l’opera o, appunto, la poetica di un autore. Quindi, anche se lo scenario non è del tutto disastrato e irrecuperabile come potrebbe sembrare da questa mia risposta, in un sistema del genere di quale poetica si può mai parlare?

La cultura è una “cultura di piazzamento” e bisognerebbe parlare di “ranking poetico”. La colpa non è solo delle case editrici o  ̶  per dirla alla Battiato  ̶  degli “addetti alla cultura”, ma soprattutto di un abbattimento della qualità della domanda da parte di un pubblico impreparato e che ama volare in superficie, a pelo d’acqua, per mancanza di tempo e di un autentico interesse: a una poetica di ricerca, non subitanea e quindi poco accattivante, si preferisce il guitto che fa cantare il suo pubblico durante i reading, che va in tv tre volte a settimana, che riempie le sale credendo così di diffondere la poesia, che litiga sui social, che innesca polemiche politiche e alza polveroni mediatici per vendere meglio e di più… Parlerei di una “poetica mediatica” che è l’unica, oggi, a contare.

La cultura è la risposta che la parte pensante di una società dà ai problemi del tempo attraverso le sue opere: se la risposta è quella attualmente in circolazione nel mainstream, è evidente che sono mutate le esigenze culturali e, arrivo a dire, spirituali del pubblico che alla fine acquista una tipologia di prodotti. Non c’è soluzione, deve andare così. È la caratteristica dell’epoca. L’importante è essere coerenti con sé stessi e con la propria poetica. […]

Per leggere l’intervista completa:

Neofuturismo

Asino Rosso Ferrara

Roby Guerra Futurista

Per leggere la “versione small”:

CorrierePL.it

versione integrale pdf: Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

intervista neofuturismo

otto settembre

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Ho firmato un armistizio
con il mondo che mi guarda
solo
quando si riapre l’urna non dei morti.
La chiamano resa incondizionata
questa fuga verso la quiete
dalle genti che sfiorano senza
sapermi

ma la pace e il vento all’imbrunire
il sentirsi tra la folla nel silenzio di foglie
non sanno di resa settembrina,
una dolce rivalsa è la sera
che la città non conosce
sugli autunni trascurati
sulle more non colte
su tutte le ferite
che ancora versano sangue di primavera.

Il futuro del Futurismo: 3 domande a Roberto Guerra

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“Futurismo” è sempre stato sinonimo di entusiasmo tecnologico, rilancio, proiezione dell’inventiva umana verso nuovi obiettivi sociali e culturali; lo scorso 9 agosto è stato l’anniversario del “folle volo” di D’Annunzio su Vienna (1918), che fu per certi versi più futurista dei futuristi. Quali voli neofuturistici intravedi per questa Italia post-pandemica? 

Il futurismo (aggiornato) è stato il grande sogno della mia passeggiata terrestre. Il neofuturismo cosiddetto, fu… l’ultima stagione creativa del Duemila, favorita dalla rivoluzione elettronica che sembrava confermare le migliori intuizioni di Marinetti e i futuristi. In senso strettamente artistico, l’ultimo volo è stato di Vitaldo Conte: per il centenario del Manifesto futurista nel 2009 nei cieli di Roma come paracadutista, declamando Marinetti all’atterraggio. Vedi su YouTube: QUI!

Dal virus e tra i suoi effetti sociali (certi, non statistiche di troppi virologi) il futuro è sicuramente ibernato, soprattutto per le nuove generazioni; il futuro tornerà solo tra decenni, siamo realmente nell’era di Orwell… Voli prossimi (neofuturistici) in senso sociale? Non credo.

Nel tuo ultimo lavoro, l’ebook intitolato “Futurismo Duemila” (Tiemme Digitali), ti occupi della storia del neofuturismo e della sua fine; ma è veramente finita? Al di là dei neologismi associati (neo, post, trans) nel corso della storia alla parola futurismo, non è appunto nei periodi di rinascita che c’è più bisogno di “avanguardia”? 

In realtà, negli ultimi anni del decennio scorso, dopo un apice, le reti neofuturiste si erano già esaurite. Siamo andati avanti il sottoscritto, Vitaldo Conte, Antonio Fiore Ufagrà, S. Giovannini e altri però singoli futuristici. Altri della rete, si occupano di percorsi laterali e personali. Naturalmente, il futurismo non ha mai esaurito la necessità storica di avanguardie plurime. Ancora ne esistono, ma strettamente letterarie o solo artistiche. Certo zeitgeist del tempo, certo livello minimo di democrazia e credibilità dei politici e dei media, la fine stessa della scienza come verosimile (in dubbio ormai dopo la gestione pandemica mondiale, per la comunicazione terroristica troppi sono persino contro i vaccini!) attualmente impedisce la nascita di nuove avanguardie globali forti. Quando si parla di rinascita postvirus vi è molta retorica irrealistica. Al massimo si può sperare in una sopravvivenza minimale creativa. Per le nuove generazioni, se si svegliano o le si lascia risvegliare, magari, potrebbe esserci una singolarità storica dirompente, il potere ai 16-40enni e relax per longevi e meno longevi… Dalla vecchia “Immaginazione al Potere” (semifallimentare) all’attuale “Follia al Potere”, per giungere finalmente un domani alla vera “Giovinezza al Potere”. E nuove arti e letterature, mix arte-scienza, parzialmente digitali…

Che ne pensi delle critiche da parte della Chiesa al Transumanesimo?

La parola dovrebbe essere Libera, quindi legittima ogni critica al cosiddetto futurismo transumanista, scientifico, all’estero tutt’ora in primo piano nelle ricerche. Vero anche che molte critiche bioetiche della Chiesa di Roma o dei “conservatori”, sono fake news mediatiche (Internet o Giornali). Recentemente ho contestato questa percezione mainstream del transumanesimo: leggi QUI! In breve, molto spesso, a parte, ripeto, legittimi dubbi, in quanto si parla di prospettive a cui mancano spesso ancora le tecnologie e anche importanti “certezze” epistemologiche, queste fake news non si riferiscono mai alle informazioni ufficiali dei più importanti (anche sul piano accademico) transumanisti internazionali (Z. Istvan, A. de Grey, M. More, R. Kurzweil, V. Pride, M. Rothblatt e molti altri), facilmente reperibili su riviste e giornali Internet ufficiali e nella letteratura postumana ufficiale. Molti timori e analisi giornalistiche sembrano al contrario proiezioni soggettive e di certi gruppi, proprio del vecchio mondo attuale e reale, proprio dopo il virus: Nuovo Ordine Mondiale, genderismo ecc. Inconciliabilità tra Chiese e Transumanesimo? Basta un Teilhard de Chardin per smentire questo passatismo… Poi, vero, dopo il virus, ingegneria genetica o altre scienze di punta vanno viste con più attenzione ecologica ed etico-tecnologica…

Segue presentazione dell’ebook:

Continua a leggere “Il futuro del Futurismo: 3 domande a Roberto Guerra”

“Zelig e i nuovi anni 20”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Zelig e i nuovi anni 20” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)

Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.

Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.

La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.

E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.

Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

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