Il ritorno del re

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Agogno il ritorno del re
che in solitudine tutto decreta,
sulla lama della sua spada
cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali
e periranno le confuse democrazie.
Un pensiero unito, fuso nel tempo
come ferro saldato dall’ira
raccolta negli anni sbagliati,
fuggito da pollai televisivi
già si staglia su sfumati destini.
Le opinioni, simili a vaporose vesti
risalgono al cielo pesante dell’ingiusto
sospinte da ritrovate lance roventi.

È tempo di mettere a tacere
le troppe voci che non ascoltano,
il richiamo di un passato nascosto
e delle sue gelate radici
sovrasterà le povere idee raminghe.
Il re guarirà questa stanchezza
e le umilianti ferite,
risanerà le ossa spezzate
dalla cecità degli uomini corretti,
donerà una nuova dignità
a chi della verità rifiuta il dolore.

– video correlato –

“La volpe”, Ivano Fossati

Foliage

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Lo chiamano foliage
questo tripudio di colori ardenti
ma morenti, rantoli di linfa
da alberi che affondano radici
in antiche sorgenti sanguigne
per battaglie perdute nel tempo.
Riportano sotto il sole
malato d’autunno
la ruggine di spade celate,
le urla vermiglie
della storia nascosta.

Si accendono in rossi tramonti di foglie
le ultime speranze estive,
non si rassegna il contadino
strappando lembi di terra
alla verde memoria del mondo.

Non è ghiaia, ma ossa trite
quello che vedo, bianco e sparso,
concime umano
sulla strada del ritorno.

Ogni cerchio nel legno tagliato
è un aneddoto sussurrato
a orecchie stanche come muli di guerra,

perdonate il passante
che non ascolterà,
il grampasso distratto
da altre glorie terrene.

Acque

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Attenderò il ritiro delle acque
nella mia seconda casa, sull’altura
rifugio per generazioni a venire.
Organizzeranno visite guidate
con batiscafi di memoria
presso città sommerse
e monumenti senza più piccioni
ma pesci e meduse
a ricordare guerre di terra
di passati mondi asciutti.

– video correlato –

“Acque”, Francesco Guccini

Buonanotte

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Ci siamo piantati sulla terra
e abbiamo dimenticato il cielo,
il nero notturno trapunto di luci
che era presagio a partenze
– alcune già spente da tempo –
ha lasciato il posto
a stanchi sonni distratti
ripetuti senza clamore
calando ogni sera
sul mondo sveglio altrove
palpebre di finestra
e vaghi saluti augurali.

* i primi due versi sono tratti da
“Walden o Vita nei boschi” di H. D. Thoreau

“La speranza ai tempi del colera”, da Pomeriggi perduti

a Gabriel García Márquez

tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro (edizioni Kolibris, 2019); prefazione di Stefano Serri

“La pace che regna”, di Cesare Pavese

“La pace che regna” (1935), di Cesare Pavese: poesia tratta dalla raccolta “Poesie del disamore” (Einaudi, 1968) – capitolo: “Altre poesie degli anni 1931 – 1940”

Lettore: Michele Nigro

Passages

Washing and drying day by Jeffrey T. Larson

Riconosciute tra volti adulti
le bambine con cui giocavo
oggi sono mogli e madri,
non ricordiamo più i nomi
e gli acerbi giochi di vita,
le osservo da lontano
mentre raccolgono, annusando memorie
sparse nell’aria estiva
i panni asciugati
dal sole del tempo che passa.

I loro figli, quasi sullo stesso punto ereditato
si trastullano nel vento caldo con nuovi compagni,
rinnovata carne da cannone
per altre guerre esistenziali.
Un giorno, forse
dimenticheranno gli uni
i nomi degli altri,

sulle nostre povere storie
vola in alto indifferente
una lenta coppia di nibbi reali.

(immagine: Washing and drying day,

Jeffrey T. Larson)

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Il confine prescelto

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Costruzioni semplici, pietra e metallo
refrattarie alla fama di storici moti
di terra che ammazza
con ferri esposti, fratture lente
fuori dalla carne di calce,
arrugginite dal tempo
tra malta e mattoni rotti
offrono riparo a esserini piumati
da brevi voli di speranza campestre,
ritocchi alla buona, pensati con fede
senza scalfire le amate decadenze,
sotto tetti aperti al creato
un favo pulsa d’ali
minaccioso come un fortilizio
alla vigilia di battaglie
nel deserto di volute quietudini.

Puntuale il fumo sereno di una locanda
sfida le nubi regine d’autunno,
macchie di corvi
a gruppi dispettosi
disturbano le inutili antenne
dell’uomo televisivo.

La sera accoglie l’innocenza cercata
i colori desiderati prima del buio,

è troppo facile, ogni volta
chiedersi cosa ci facciamo
su questo confine anonimo
tra le regioni dell’esistere
di noi pendoli amorali.

Macchie

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Ho raschiato, ammorbidendole col sudore
le gocce di vernice verde
cadute per sbaglio durante il lavoro,
ora il pavimento è quasi tutto lindo
come se fossimo tornati indietro
agli anni settanta dell’innocenza.
Si alternano zone pulite
ad altre rimaste sporche,
presto le prime, insolite
saranno di nuovo sudice.

Il tempo, il sole, la polvere nel vento
come le risposte attese da Dylan
gli insetti morti, la pioggia che lava l’aria
le cattive notizie dal mondo
il mio passeggiare aspettando l’acqua
simile a un pittore in cattività,
e il bianco tornerà ad essere grigio
perché questa è la condizione ideale
per scrivere della nostra decadenza.

(immagine: Saul Steinberg)

Lathe biosas

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C’è voglia di tornare indietro nel tempo
verso bianche tazze con latte e cacao
caldo lattosio mattutino che non serve agli adulti,
involuzione a forme semplici
di vita pubblica, con panni sporchi
da lavoro per diletto, pausa caffè
pezzenti e liberi in strada
come cani senza pudore.

C’è voglia di andare avanti nel tempo
verso immagini di se con panciotti
da borghese vegliardo di campagna,
doppio taschino e due catenelle d’oro
che partono dallo sterno dell’oblio
una per la cipolla del nonno
ormai teschio di ferroviere senza treni,
l’altra per la bussola, regalo di lei
premessa a futuri viaggi mentali
da qui, nella provincia d’appennino
cantata da Arminio e Lindo Ferretti
periferia del nulla che si crede centro
dolce confino in tempo di pace.

C’è voglia di presente
nel richiamo della parola
che vuole vivere ora
militante tra rumori d’altri poeti.
Nel frattempo, lathe biosas
vivi nascosto!

Due inediti per “Le stanze di carta”

Sul blog letterario “Le stanze di carta” (Poesia e Scritture critiche), curato dall’autrice Ilaria Cino, due inediti: “Lathe biosas” e “Macchie”.

Grazie alla Redazione di “Le stanze di carta” per l’ospitalità…!

inediti stanze

Città di passaggio

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Ho fallito con la mia città!,
le sue genti scivolano lente
sui fianchi del corpo turistico,
sguardi estranei e obliqui
incrociano i progetti dell’altrove.
Non trattengo più con la stessa fede
la polvere d’oro dei suoi fiumi assetati.

Questa città ha fallito con me,
folti elenchi di feriti e dispersi
lungo gli anni dell’ingenuo riprovarci,

quante sciocche vespe contro i vetri
di stanze illuminate e illuse,
ora consegnate al buio del disincanto.
Di tanto in tanto, una voce amica
sopravvissuta ai gorghi del tempo
risuona come un balsamo al silenzio.

Assuefatto al dolce tramonto di mille legami
e alla morte dei per sempre,
non mancherà a queste vie
l’orma dei miei sconfitti passi notturni.

Bodybuilding

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Manifesti sorridenti di città
consigliano ritorni palestrati,
tra strade deserte
di vacanze in ritardo e bombe
s’aggirano abbronzate dal sale
le solite miserie umane.

In altri luoghi chiama pallido
l’allenamento rustico,
tronchi tagliati per l’inverno
ruvidi manubri senza musica,
il fiato vincente dell’imbianchino
bicipiti d’avvitatore seriale
sguardo frizzante da elettricista
e gambe di legno stagionato.

Ancora una volta, come anni fa
la vita si annulla fedele
in silenzi clandestini,
porge di nuovo l’orecchio
a riconoscere in provincia respiri lontani
di solitudini intonate,

tra un colpo di pialla
e i rintocchi del martello
– campana povera del fare –
non si arrende ai postumi dell’estate.

Strade di notte

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Persone amiche come antichi alberi
conosciuti da sempre
conosciute mai,
mi sono stupito ieri notte
per la luna sorgente
dietro i monti ad est,
tre quarti soltanto, rossi d’atmosfera
… se fosse stata la prima volta.

Somigliava, silenziosa e arcaica
a quella stessa notte
passeggiando da piccolo orfano
con te e le tue scarpe sgangherate
rumorose sull’asfalto sgretolato di campagna
tra mostruosi rami
illuminati da lampioni stanchi
d’essere divorati dal buio,

masticando, ancora verdi
semi di finocchietto selvatico
lungo la strada
di insegnamenti muti
ma con l’alito fresco.

Polvere di tarlo

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Montagnole di pensieri acerbi
sparsi negli angoli dell’anima
sembrano pazienti cumuli
di polvere di tarlo
raccolta nel tempo sotto mobili porosi
da epoche dimenticate e trite.
Attendono gli inverni adatti
per essere di nuovo parole mature.

Ho nostalgia del futuro scrivente
dei ceppi ardenti, sfavillanti muse
gelate durante ingrati mesi
di poetica luce invernale.
Tramonta, estate di allegri attimi!
restituiscimi le gialle foglie
su cui vergare gli intenti d’autunno.
Riportami, inconsapevole
tra residui caldi
verso le innevate spiagge
di mille poesie a venire.