Aspettando l’estate

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Attendo il tepore nell’andare lontano dal gelo
di morte, i primi veri respiri liberi su strade ferrate
verso la città che da sempre guarisce ferite
invernali, troppo aperte per non brillare al sole,

ma non dimentico le foglie cadute senza dolore
le lacrime che insegnano i modi della speranza
gli autunni amati e la pioggia di cieche parole.
Non lascio indietro quel che sono stato.

“Aspettando l’estate”, Franco Battiato

Elvis

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È forse un nuovo ’78
questo gelido inizio
di tarde libertà non richieste,
la strada da fare davanti agli occhi
e alle scarpe di ieri, sempre le stesse?

Inciampi al buio sui titoli di coda
dell’ennesimo Elvis redivivo,
presagio estivo alla fine del tuo mondo
e del nostro ormai privo di senso.
“Ma è il cinema muto?” sfotte sull’età
un bimbo seduto fin dalla nascita
su una morte che non vede.

Prendi il mio braccio! ancora per un po’
tra questa gente senza storia,
torniamo alla luce che conosci
e guarderai tutto non più come prima
attraverso la parte di te sopravvissuta in me.

Nota a “Cartoline degli addii” di Alessandro Cartoni

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Non esistono vite perfette, sincroniche, prive di rimorsi o ripensamenti anche dolorosi; molte, invece, sono le vite vissute da persone che pur amandosi hanno sperimentato la distrazione, l’incomprensione (“l’incalzare delle cose / che non furono capite”), la nevrosi e l’egoismo, l’errore umano e i doveri mancati (“e pensi ai pensieri e alle omissioni”), la trascuratezza e la lontananza emotiva, l’inciampo nella propria stupidità (“se penso allo spreco stupido / di quello che andava salvato”). Così come non esiste una sola tipologia di addio: ci sono gli addii in vitam tra individui che continueranno a esistere altrove, separatamente, respirando altra aria, guardando altri panorami e volti; addii il cui dolore (al netto dell’eventuale disamore che li ha caratterizzati) è contaminato sempre da una sottile speranza basata sulla consapevolezza materiale dell’esserci comunque, sulla coltivazione di fantasie riguardanti ritorni fisici, tangibili, di incontri casuali che capitano a chi ancora calpesta la terra di questo pianeta. E poi ci sono gli addii irreversibili “a cui non ci si abitua”, inesorabili, mortali (“gli addii doloranti”): in quel caso il dolore – non meno forte – è però più rassegnato, educato alla scuola dell’umana finitezza senza ritorni e che è legge indiscutibile, alla visione di un abisso che non contempla alcuna speranza ma solo ferree soluzioni da deglutire senza edulcoranti e da cercare in altre dimensioni, in un’altra gamma di appigli non illusori, metafisici, spiritualistici, ancora basati sulla concretezza del lascito. Non si tratta di semplici ricordi che “fanno i loro banchetti”, bensì di un ripercorrersi reale, al limite del materialistico, un riviversi sulla scena in compagnia della parte mancante che è ancora in un certo qual modo presente, incidente nella quotidianità.

Nella raccolta poetica Cartoline degli addii (Fallone Editore, 2022), Alessandro Cartoni registra, descrive e archivia – forse con finalità (auto)terapeutiche e non solo per omaggiare la memoria della persona amata, fuggita o estinta – questo processo di lenta rarefazione della traccia mnemonica (“… il pensiero di te torna […] / a portarmi il tuo volto / sempre più lontano / sempre più evanescente…”), di inevitabile interruzione e allontanamento dalla quotidianità condivisa, di una rimandata separazione dagli oggetti che tuttavia non diluisce il sapore vagamente “escatologico” di certe domande: “Dove vanno gli aloni? I pezzi / di esistenza?”. E lo fa con un linguaggio chiaro, diretto, urgente, non sofisticato, senza fronzoli metrici per occultare un grido di dolore che deve restare pacato, ben strutturato ma genuino, accessibile a ogni essere pensante di passaggio che leggendo si riconosca in quell’esperienza atroce e al tempo stesso talmente umana, “normale”, diffusa, da risultare indescrivibile con parole più originali, nuove, diverse da quelle dell’umanità che da sempre – da quando ha consapevolezza dell’essere sapiens – si confronta con l’abbandono, con la morte e i vuoti che provocano.

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Le ragioni del confino

versione pdf: Le ragioni del confino

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Che significato ha l’espressione “spedirsi al confino” nel XXI secolo? In quest’epoca di libertà apparenti e priva di palesi dittature, ai non vedenti di alcune democrature anestetizzanti potrebbe sembrare blasfemo il solo nominare gratuitamente una pratica poliziesca e ideologica utilizzata durante periodi seppelliti, da cert’altri addirittura negati o minimizzati, nei meandri della memoria storica di questo pianeta. Non c’entra del tutto la moda post-pandemica del borgo da riscoprire, del piccolo agglomerato umano presso cui riappropriarsi di una qualità esistenziale ed enogastronomica in via d’estinzione. Non si tratta di una “filosofia localistica” forzata, di un gesto “politico” anticonsumistico e anticapitalistico. Il distanziamento non è qui concepito come “moda sanitaria” bensì come esigenza spirituale in un’epoca abitata da persone fintamente connesse e già di fatto isolate: è un distanziarsi fisico e mentale per riscoprirsi uniti al creato e alla Storia. Isolarsi, prendere le distanze dall’umanità senza essere disumani, per ritornare a far parte del mondo in maniera autentica, purificata, consapevole: la casa del “confinato”, la natura circostante, i personaggi incrociati, sono solo elementi scenici utili alla ricerca interiore. Non è un mero isolamento prigioniero del presente, cieco e irrazionale, ma è un’occasione, vissuta con coraggio e in controtendenza, per viaggiare nel tempo, universale e personale, e in spazi ormai trasformati, se non addirittura estinti.

Andare al “confino volontario”, oggi, significa realizzare un “ritorno” in se stessi, in luoghi dell’anima, in tempi perduti, in dimensioni che non interessa quasi più a nessuno esplorare. Significa prendere nota su un diario dei vari movimenti, esteriori e soprattutto interiori, che caratterizzano questo ritorno non imposto ma naturale e spontaneo. Il confino non è solo un luogo speciale che predispone alla ricerca; è soprattutto un tempo – il proprio e non quello produttivistico della società – appartenente al singolo individuo, che ne sceglie il ritmo, e non condivisibile. È il tempo presente che si riscopre legato a un tempo passato che non ritorna, che non può e forse non deve ritornare, ma che custodisce ricordi, verità e saperi preziosi. Un tempo “lento” non misurabile dagli altri ma solo da noi stessi se lo desideriamo. Una ricerca fatta di riflessioni e pensieri, voluta e non casuale, che oscilla tra prosa e poesia, o tra prosa poetica e poesia prosastica: il confine, anche in questo caso, è indefinibile. Ed è un bene che lo sia.

(Incipit di “Elegia del confino”, titolo provvisorio per un diario tra prosa e poesia di Michele Nigro, di prossima pubblicazione…)

versione pdf: Le ragioni del confino

(ph M.Nigro©2023; titolo: “Ho levato la suoneria del telefono più di vent’anni fa!”)

Pompei (1971-2023)

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Guidato da passi sapienti, ripercorro strade rimosse
di una vita passata, un abbozzo sospeso
embrione di quello che non fu
ricordi inossidabili impolverati di tempo
frammenti di memorie
non del tutto seppellite
dagli attacchi del presente.
Ipotizzo per gioco esistenze parallele
potenziali, non espresse
un altro possibile me
cammina al fianco dell’uomo di oggi.

Vorrei salire le scale primordiali
bussare alla porta dell’imprinting
entrare in quella prima casa
abitata da generazioni estranee.

L’istinto incalza e mi lascio distrarre
da spensierati locali al neon,
lì dove acerbi mescitori
scimmiottano in abiti moderni
culinarie vestigia romane.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro©2023, Pompei 4 gennaio)

Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

versione pdf: Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

“… e quell’aria potrebbe essere / quanto rimane della mia vita”

(E poi basta, pag. 56)

Vincenzo Pietropinto definisce la propria poesia lapidaria; e aggiungo io da lettore, è un “lapidario dialogante” (mai sentenzioso o definitivo) con il vissuto (“… i percorsi remoti…”) – un passato che ritorna sfumato ma ancora vivo -, con i misteri dell’esistere, con quei sentimenti che hanno accompagnato il poeta e tuttora lo tormentano dolcemente. È un dialogo che in alcuni casi diventa resa dei conti, con se stesso, con i personaggi incrociati, con le persone amate fosse anche di sfuggita; un dialogo oscillante tra linguaggio didascalico e quotidiano e una poeticità spesso ermetica, da decifrare, che lascia solo trasparire la vicenda umana alla base dei versi. Domande basilari, quasi fanciullesche alla Peter Handke (“… Perché sono io?”; “E non ti piacerebbe nascere di nuovo…?”) che scavano nell’unicità e irripetibilità della vita ricevuta in dono; domande escatologiche sul cosa resterà dopo o dove si andrà a finire; domande inquiete poste da un cuore che insegue “i fantasmi del passato”; domande filosofiche: “Che significato può avere la mia vita / a paragone con il giro del mondo / che continua da millenni?”; domande che superano il tempo giocando con l’eternità: “Dove sarò fra cento anni? […] e se saranno passati i cento anni / saprò d’essere morto senza essere mai nato”. O per dirla alla Battiato: “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”.

Rimorsi o nostalgie? Forse entrambi, senza far prevalere mai la disperazione, anzi correndo sempre “verso energie / nuove, inesplorate”. Solo chi è inquieto, mentre gli altri attendono sereni il fato, costruisce quotidianamente la propria esistenza come meglio desidera, “per riabbracciare la mia vita / e quel che in noi c’è d’umano”. Che valore ha il perdonare e il perdonarsi? Quale invece l’umiltà? Ma bisogna fare presto perché “Il freddo già minaccia la coltre della mia memoria, / avvolgendola con una nebbia / senza avere nessuna pietà / delle durezze dentro noi.” Perdonarsi anche soffocando “la nostra ingenuità / in sorprendenti risate […] Si trascende così / la profondità dell’essere / e il cielo si fa più vicino!”.

Ma il poeta, a volte, ha “paura di raccontare tutto”, di disperdersi nel vento dell’ascolto e allora torna a chiudersi, a rendersi quasi indecifrabile, inaccessibile, per proteggersi, conservarsi nel mistero di se stesso. La vita che bussa alla sua porta, però, è più forte di qualsiasi lucchetto e fa domande urgenti sulle altre esistenze incontrate: “Cosa unisce i percorsi di vita? […] un ponte unisce i nostri / misteri”; sullo sfondo di questi contatti la consapevolezza della condizione umana che resta genuinamente solitaria: “Si trapassa il quotidiano, / si vive il futuro, / uniti da un ponte / di solitudine”. La solitudine è uno stato interiore che esula dalla quantità di persone che ci circondano (“Io sono solo a questo mondo […] Io e più nessuno”) ed è in grado di suggerire cose inedite a chi scrive: “I canali dei miei pensieri / sono stati contagiati / dalla tua solitudine”.

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L’uomo del vetro

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Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

Asciugare il gesto

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Asciugare il gesto,
separare la pula dell’inutile
dall’azione che resta
nella storia non studiata
nell’impronta del rivisto

dannato è il tempo passato
dello sciabolare al vento
della vana lotta con armi alla moda
del ridicolo tagliarsi le mani
con vetri di rabbia sembrata giusta

beato nell’oblio del non riflettersi
cercarsi nel solo eterno presente
che tutto perdona e archivia,
condannato a non ripetersi
è il destino del saggio,
la rivolta che non incide
carcame su cui scivola.

(immagine: Movimenti e danze sacre di Georges Ivanovič Gurdjieff,

fotografia su danza, 5° esercizio obbligatorio; FONTE)

Il richiamo dalla vita bassa

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Il richiamo dalla vita bassa
è un afrore profano di chiese
una danza di bianche pelli
rivestite d’afa e dolci voglie
mogli sognate e giovani madri,

“abbandonerai un giorno
la dimora delle parole che scavano
e ti unirai ai sensi ignoranti,
sarete una sola carne analfabeta
un unico testo non scritto!”

Posa il libro chiuso sulla pancia di lei,
sale e scende al suo respiro presente
come letture d’istinto che salvano vite,

ma intanto bastone della vecchiaia
ti spezzi al passo lento di pazienze estive,
altri ritmi rispettosi sfiorano di sera
il tuo tempo che sfiora e passa.

Se ne vanno i simboli pop

Morten Lasskogen - titolo 'Perso' (2020)

Se ne vanno i simboli pop
insieme alle età del mondo
in un tramonto senza appello,
cadono petali di sogni acerbi
da fiori nati morti al tempo

è la terra a mancare tutt’intorno, zolla dopo zolla
per solitari passi futuri, nell’aria dell’oblio
sospesi tra gente straniera e di mare

illusione di primavera
ideata per essere creduta
da mortali, fino all’ultimo respiro
di quel viaggio che inganna
tra splendori di pelle tersa.

(dedicata a Olivia Newton-John)

[immagine: di Morten Lasskogen; titolo “Perso” (2020)]

I primi 50 anni de “I giardini di marzo”

versione pdf: I primi 50 anni de “I giardini di marzo”

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Io e questo brano dell’immortale Lucio Battisti siamo quasi coetanei — la differenza è di un anno — ma entrambi ci sentiamo ancora “giovani” e in gara: ciò accade perché, come nel caso de “I giardini di marzo” scritta insieme al grande Mogol, le tematiche che la animano sono attuali, inossidabili, riguardanti l’umano e quindi non sorpassabili. Ho sempre pensato che il testo di questa canzone fosse un chiaro manifesto poetico non nel senso prettamente musicale — sulle differenze strutturali tra poesia e canzone si è già discusso ampiamente, anche se la poesia o “lirica” deriva proprio dal canto che nell’antica Grecia era accompagnato dal suono della lira — bensì da un punto di vista intimistico, psicologico.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti

Il carretto è l’elemento iniziale che squarcia il velo della memoria: un ricordo giovanile — quello di un uomo che grida “gelati!” — irrompe nel presente a sottolineare una condizione passata, una precarietà economica che non precludeva a una sorta di felicità semplice, essenziale; la visione di un abito materno, tra i tanti affioranti dall’archivio-armadio, che conserva ancora una freschezza intatta, legata a un’epoca di giovinezza non ancora appassita. A volte è strano pensare che anche un genitore, oggi invecchiato, stanco, fisicamente in declino, abbia vissuto un’età verde, rigogliosa, splendente, proprio come quella vissuta da noi cosiddetti giovani. La cosa ci fa indirettamente male perché è la prova che tale ciclo, terminante si spera con un bel tramonto, toccherà a tutti, indistintamente: il genitore è solo la testimonianza più evidente che abbiamo a portata di mano.

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All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E la sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

Anche il ricordo di una certa “precarietà esistenziale” torna nel presente con tutta la forza di cui dispone: non bisogna mai dimenticare come si è stati, cosa siamo stati, l’impreparazione all’esistenza, il timore di confrontarsi con chi appariva più determinato, con i coetanei che sapevano vendere e vendersi senza esitazione sul mercato delle opportunità; ci sono epoche della nostra vita in cui possiamo solo osservare gli altri, registrare i loro movimenti “vincenti”, studiarne le capacità per poi, forse, riprodurle in un possibile futuro ricco di coraggio e di autodeterminazione. Quando si è giovani la mancanza di slancio può essere interpretata, da se stessi e dagli altri, come una sconfitta sul campo perché non si posseggono ancora gli strumenti per accettare la propria diversità, la propria unicità, per riciclarla verso campi applicativi più soggettivi e meno standardizzati: se in un primo momento l’imitazione (e non l’emulazione che rappresenterebbe già uno stadio evolutivo più auspicabile) sembra essere l’unica strada percorribile per non farsi notare e giudicare, e soprattutto per sopravvivere in un mondo che va veloce e non aspetta nessuno, in seguito — non da un giorno all’altro ma coltivando pazientemente la propria personalità e non quella di qualcun’altro visto in tv o sui social — viene a maturare l’idea che l’imitazione è inutile e dannosa, e che l’unica cosa saggia da fare è diventare se stessi. Nel frattempo si torna a “giocare” — così come da giovani di gioca con altri giochi — con la mente che propone fantasie autodistruttive, ipotesi paranoiche, tarli prodotti dalla disistima che scavano nella direzione sbagliata… Ma sono “giochi” da assecondare, che fanno parte di un gioco ancor più grande, incomprensibile durante certe epoche della vita. Bisogna solo giocare e basta! Ci sarà tempo per rivalutare gli “idoli” imitati, per decostruire l’impatto emotivo di certi “tarli”. Nel frattempo, dinanzi alla nostra presunta mancanza di determinazione e organizzazione, quelli che ci amano e sono in apprensione per noi, non possono non domandarci “perché non parli?” ovvero perché non vivi, non ti getti a capofitto nel mondo e nella vita, perché non rischi, non ti racconti, non ti esprimi con i tuoi mezzi linguistici, non importa se acerbi, spuntati, zoppicanti. Insomma “parla cazzo!”, dici qualcosa… Sembra di assistere alla bellissima scena “maieutica” tratta dal film di Sorrentino “È stata la mano di Dio”, quando Antonio Capuano dice a Fabietto: “‘A tiene ‘na cos’ a raccuntà? Forza, curaggio. A tiene o no ‘na cos’ a raccuntà? Tien’ ‘o curaggio ro ddicere. E te vuo’ movere o no?”. Il silenzio è sì importante, soprattutto quando prevale l’esigenza di dover raccogliere le idee e le forze prima di esordire con la propria espressività: non è il silenzio dello sconfitto dalla vita (come troppo facilmente pensano certi detrattori), ma è la pausa — per alcuni lunga, per altri breve — che precede il canto (quello libero!), l’espressione sentita e non casuale del proprio mondo interiore.

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Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

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L’imbrunire è quell’ora indecisa

Hansruedi Ramsauer

L’imbrunire è quell’ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l’anima indigesta e reflussa
si sveglia senz’aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d’uva fragola
progenie di quella rubata all’infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s’allunga la speranza
verso il sole dell’attesa
paziente stagione dell’essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l’uomo in questo inferno.

(immagine by Hansruedi Ramsauer)

Au revoir

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Non ti sbracci più dalla finestra dell’alveare
per salutare quella promessa
donata al mondo, masticata e sputata
da lontano cara minuscola figura, alle partenze
mi accompagnavi con lo sguardo, pregando
fino all’angolo della fiducia.
Ricambiavo,
poi l’ebbrezza della libera autonomia.

A quei tempi le speranze
erano reali e i sogni ancora vividi.

Ora, solo uno stanco controllare
se si è giunti vivi al giorno dopo,
il disincanto apre con rassegnazione la porta
a una prodiga presenza inflazionata.

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Memento mori

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Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora
 
la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,
 
ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,
 
non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.
 
È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.
 
Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio
 
ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.
versione pdf: Memento mori