Colleziono sottobicchieri

Colleziono sottobicchieri per birra
quelli di cartone, di varie forme
che usano in birreria o nei bar,
ci poggiano sopra ogni sera
quando l’angolo di luce al tramonto
è quello onesto
una pietra d’ambra liquida
palantìr per stanchi veggenti di città,
ci guardo attraverso tra schiume asociali
un mondo ormai muto che fissa il muro.

Colleziono sottobicchieri, è vero
a volte già bagnati da un’avida sete
altri li salvo, li conservo asciutti
giusto in tempo dalla falce
d’una frettolosa cameriera.
Con essi tappezzo da anni, pazienti tasselli
le porte di casa, reperti di passate bevute
amuleti contro un’insonne lucidità,

li guardo orgoglioso
come diplomi da bancone.
Non chiedermi niente!
Nulla ti domanderò…
Faccio cerchi col fondo bagnato
d’una pinta solitaria,
avverto dolci presenze alle mie spalle
prosit anche a loro, alle passanti di Brassens.

Ho cominciato a tappezzare
una porta nuova,
quella del mio rifugio che era la tua stanza,
perché se il senso a questa storia è da rifare
portato via dalla spatola taglia schiuma
della morte
io continuo a brindare alla forza del dolore,

e nel frattempo colleziono sottobicchieri.

(ph by Luca Melucci fotografie)

Mi salva l’oblio

Tornerà la parola da ringhiera
trafugata al verde abisso,
un abbaio l’interrompe
sulla sdraio dei ricordi,

per fortuna mi salva l’oblio!
sugli estinti e sugli errori,
ricomincia ogni giorno testardo
con fede nuova, mi salva
la dimenticanza dei passi falsi,
tanti, dell’umana pochezza,
ricomincia il crederci orbo
nella matita che ferma il verso errante.

Ecco perché tornerà la parola
essa non teme l’oblio del tempo,
ricorda senza chiedere permesso all’anima
l’antica strada che riporta a casa.

(ph M.Nigro©2026)

Restanza

Un odore vigliacco dalla strada
rimette in viaggio un intento
reduce, ma solo nel ricordo
che scadenza non ha,

abbiamo tempi vitali
cadenzati da salari mensili
e riposi troppo brevi,
preziosi, trascorsi a scrivere,

il mito della restanza
è salito al potere nei nervi,
neanche l’ebbrezza
d’una timida tornanza.

Ma serbiamo ancora
odori incrociati in anni liberi
e taccuini intonsi
per tragitti più calmi
al tramonto.

(ph M.Nigro©2026)

Gabbiani in città

 

C’è come un’aura nemica dell’altro
che respinge parole in più
e inviti a sedersi tra la folla,
è memore invece l’amico lontano
egli attende l’andata discussa da tempo
nella boscosa frescura della Nevena,

non sa niente del grido gabbiano
fuori luogo e sinistro, stridente presagio,
nella calda città di provincia
è ancora dolce come in passato
il garrito vorticoso delle rondini,
algoritmo di stormo in volo.
Dove andranno ora che tutto è nuovo?
Scomparsi gli anfratti decadenti del ricordo,
è tempo di aprirsi a questo mare senz’acqua.

Ma offende la storia
e i risvegli al mattino
il richiamo del pennuto spazzino
ed è estraneo al contesto
degli anni felici,

fu severo il tuo repulisti,
ora non cresce più niente
sul terreno rovente di città,
fu profondo il disprezzo mostrato
non c’è seme che prenda forza,

anche cercare la giusta pelle
a suo modo è lavoro.
Gabbiano a me stesso
sogno ore mute tra mura di faggi,
nel mezzo di gorgoglii d’asfalto estivo
non s’arrende la restante speme.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

versione pdf: Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero

Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

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Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

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Fico d’India


Mute scie su vetri di cielo tivvù
tagliano bianche come graffi
la vita passante e le cose da fare,
ti sei accorto in autunno
del tempo sempre più breve
per riaversi dalle piccole morti?

Delusioni incrociate su strada
scorrono feroci tra la gente,
assuefatti alla verde ferita
allo stato dell’arte perdente,
nascono gemme, promesse di pale
e getti futuri
lì dove il taglio offende la polpa
guarigione succosa,
corre ai ripari l’istinto a sperare
risponde al trauma con figli inattesi.

(ph M.Nigro©2026)

Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

Sacerdote del vuoto

Albero che tra verdi foglie d’altri ancora non germogli
assapori forse con calma il dominio del tempo?
Eterni, mai lo saremo!,
in mari agitati d’ansia, sotto cieli d’umori grigi
non trascuri la marcia sognata
e i punti cardinali del programma,
non balena di clamore la notizia nei tuoi occhi
è del piccolo mondo ormai la loro cura.

Padre, tu che niente hai visto di noi
accompagni muto in polvere d’ossa
i passi eredi e i rami venuti dopo,
mi dicono sacerdote del vuoto
ma è nel silenzio di vedetta
che di nuovo pronuncio preghiere.

Sangue per squali

Furono le ultime ferie innocenti
premessa di una morte a venire,
era ancora senza peso e misura
lo sguardo profondo sulla storia

è privo di un nome che metta pace
questo potente vuoto sconosciuto
dinanzi al baratro d’infinite scelte.

Saluti veloci dall’asfalto, un segno di croce
un bacio staccato dal volante in fuga
tornando da nuovi destini coraggiosi
verso notturne luminarie tra cipressi,
ti riconosco a momenti in voci sorelle
sprazzi ereditati che non colmano

è forte la presenza degli estinti
nelle case parallele dove li invoco
ma nessuno chiede elemosine
come fosse sangue per squali
dopo l’urlo muto della solitudine.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.

 

Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

versione pdf: La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

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Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Una voce nuova

È oramai perso di ieri il verso?
senz’aria annaspa morente tra
ricordi di vite passate e azioni presenti

carte interiori da ordinare con sintassi scadute,
parole affollate in strettoie di anni veloci
cercano una voce nuova che le sappia dire
non per comando ma in lucente verità.

E non dispera, attende sulla rotta dell’oggi
il timoniere senza poesia lo sa!
all’orizzonte le rivedrà come bianche scogliere
di senso, su flutti salati, arrabbiati di ritmo

sembreranno rematori frustati, sudati di tristezza
dagli eventi del tempo e dalla piccola storia
su fin troppo pazienti galee solitarie.

(immagine: dal film “Ben-Hur”)

Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

versione pdf: Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

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Lacci

La città folle dell’uomo
ci creò custodi al capitale,
eppure ancora il mio mondo
è popolato di stelle orfane.

Non buone per l’azione maschia
sono le scarpe senza lacci,
intravedo tra sprazzi di presente
mocassini a ricordo di epoche vili,

ho carte interiori da sistemare
bruciando incensi al cancro
mentre mi danno del “voi”
a margine di giorni perfetti.

(ph M.Nigro©2025)