Venerdì sera: karaoke

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Mille e più sono le risposte alla vita
corrotta dai momenti infranti
contro mura d’orecchie stanche
e dal rancore senza uscite,
non dettate dal ferro caldo
come spade roventi nella carne di madre
aspettano le giuste domande della quiete.

Calme acque di sera
riportano tra insoluti incubi
il canto rassegnato del dormiente
che non scende più tra la gente
per mancanza di fede.

In lontananza
si rimpiange tardi
il rumore sensuale della strada
animata di musica e voci di donne,
da vicino latita il coraggio
di viversi liberi e imperfetti.

Ai tempi del nostro colera
non pensavamo alla morte
e al destino già segnato,
ci tenevamo su
con bocconi di pane nel letto
donati a bocche in attesa di toccarsi
simili a uccelli avidi
dentro nidi nascosti al mondo.

– video correlato –

“Prima di cena”, Fabio Concato

Il ritorno del re

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Agogno il ritorno del re
che in solitudine tutto decreta,
sulla lama della sua spada
cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali
e periranno le confuse democrazie.
Un pensiero unito, fuso nel tempo
come ferro saldato dall’ira
raccolta negli anni sbagliati,
fuggito da pollai televisivi
già si staglia su sfumati destini.
Le opinioni, simili a vaporose vesti
risalgono al cielo pesante dell’ingiusto
sospinte da ritrovate lance roventi.

È tempo di mettere a tacere
le troppe voci che non ascoltano,
il richiamo di un passato nascosto
e delle sue gelate radici
sovrasterà le povere idee raminghe.
Il re guarirà questa stanchezza
e le umilianti ferite,
risanerà le ossa spezzate
dalla cecità degli uomini corretti,
donerà una nuova dignità
a chi della verità rifiuta il dolore.

– video correlato –

“La volpe”, Ivano Fossati

Foliage

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Lo chiamano foliage
questo tripudio di colori ardenti
ma morenti, rantoli di linfa
da alberi che affondano radici
in antiche sorgenti sanguigne
per battaglie perdute nel tempo.
Riportano sotto il sole
malato d’autunno
la ruggine di spade celate,
le urla vermiglie
della storia nascosta.

Si accendono in rossi tramonti di foglie
le ultime speranze estive,
non si rassegna il contadino
strappando lembi di terra
alla verde memoria del mondo.

Non è ghiaia, ma ossa trite
quello che vedo, bianco e sparso,
concime umano
sulla strada del ritorno.

Ogni cerchio nel legno tagliato
è un aneddoto sussurrato
a orecchie stanche come muli di guerra,

perdonate il passante
che non ascolterà,
il grampasso distratto
da altre glorie terrene.

L’uomo che non sapeva leggere

In quest’epoca di “nuovi roghi” è importante chiedersi, se vogliamo realmente spegnerli sul nascere, – al di là del valore feticistico dell’oggetto ‘libro’ – che posto occupa la lettura nella nostra vita. Fino a quando non ci porremo seriamente questa domanda, i roghi continueranno, aumenteranno di numero non solo nella vecchia Europa (che di roghi libreschi se ne intende!) ma in tutto il mondo, e partendo dalle biblioteche di quartiere arriveranno a interessare persino le nostre librerie casalinghe: perché i roghi non sono solo quelli causati dal fuoco ideologico che brucia il sapere degli avversari, ma soprattutto quelli freddi, silenziosi, senza fiamme, che dall’interno bruciano l’anima, destinandola a un’aridità irreversibile… Quelli appiccati da noi stessi. (m.n.)

L’uomo che non sapeva leggere

(Il blocco del lettore)

 

“I libri non sono la vita”

(Il comandante dei vigili del fuoco –

dal film “Fahrenheit 451” di François Truffaut)

 

 

Da anni comprava libri, senza leggerli.

Non si trattava di una diramazione della ben più nota “patologia” che colpisce chi scrive – il blocco dello scrittore – dal momento che non aveva mai avuto alcuna intenzione di farlo. Di scrivere…

Questa volta la paura non sorgeva dinanzi alla ignota e famigerata pagina bianca: terrore degli scribacchini esordienti e degli scrittori affermati, tormento esorcizzato dagli aspiranti premi Nobel per la letteratura a suon di pagine scritte di notte, brivido oscuro dei romanzieri, precipizio apnoico degli editorialisti. 

La pagina, in questo caso, era piena: riempita da Altri, da persone sfiorate nelle biografie e mai realmente conosciute, da scrittori che avevano sacrificato meravigliose giornate di sole e di svago in nome dell’eternità. E che giacevano, chi da secoli, chi da pochi anni, in qualche famoso cimitero, sotto una lapide a sua volta ricoperta da una rinsecchita corona di fiori gentilmente deposta dai membri dell’associazione bibliofili durante il giorno dei morti.

L’ebbrezza elettrica che lo sorprendeva in libreria, mentre sfiorava la copertina di quegli oggetti stampati, era scientificamente indefinibile ma reale negli effetti!

Lui amava veramente i libri: li bramava, li pedinava, li inseguiva sui cataloghi e sulle bancarelle dei rigattieri, a volte si abbandonava a pratiche di autoerotismo intellettuale mentre li toccava morbosamente o mentre leggeva le note in quarta di copertina. Li osservava in lontananza mentre venivano manipolati da occhi stranieri… I suoi libri.

In alcune occasioni aveva fatto finta di non essere interessato a un titolo ed era uscito dalla libreria a mani vuote, contento per quella strana dimostrazione di resistenza data a se stesso. Resistenza che la maggior parte delle volte non durava per più di ventiquattro ore: il giorno dopo, quasi alla stessa ora, si precipitava in maniera agitata nel luogo del misfatto per cercare nuovamente, con il volto sudato e visibilmente provato, il tomo snobbato.

Puri giochi! Masochistiche simulazioni tra innamorati dispettosi.

Non poche volte era successo che, avendo trovato lo spazio nello scaffale del negozio, fino al giorno prima occupato dal libro agognato, terribilmente vuoto a causa di un acquisto fatto da qualche indegno lettore di passaggio, aveva diretto i propri passi disperati verso una libreria di ripiego alla ricerca del volume perduto. Figlio disperso e nuovamente desiderato da un padre disattento e sciocco.

Isterici capricci da collezionista, avrebbe detto qualcuno. O, forse, un osservatore più malizioso avrebbe potuto parlare di carenze esistenziali compensate dalla cultura.

Una cultura libresca e autogestita che, a quanto sembrava, da anni non riusciva più a vicariare una consistente perdita di vita.

“Leggere, o non leggere; questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender libri contro un mare di triboli e, leggendo, disperderli.”

L’entusiasmo provocato dall’acquisto, tuttavia, durava solo pochi minuti.

Dopo aver riposto la carta di credito nel portafogli ed essere uscito dal luogo pubblico dove consumava i suoi ripetuti stupri culturali, i passi dell’uomo, già meno entusiasti rispetto a quelli con cui era entrato in libreria, si dirigevano verso un’abitazione che ormai conservava appena lo spazio sufficiente per soddisfare le basilari azioni del vivere civile: dormire, cucinare, lavarsi… Tutti gli altri spazi incolti, non utilizzati da mogli esigenti e figli invadenti, erano stati nel corso degli anni rielaborati e ripensati in funzione di quegli eterni e muti compagni di strada: i libri.

Geometrie angolari e librerie sopraelevate concepite per sfruttare anche le restanti porzioni di volume: zone che, al di sopra delle teste degli inquilini, il più delle volte sono “terra di nessuno”.

Mensole coltivate come i giardini pensili di Babilonia sfidavano una quieta gravità addomesticata; titanici scaffali a muro ricolmi di quelle leccornie letterarie che avevano pettinato dolcemente i pomeriggi del suo passato da lettore accanito, mostravano con orgoglio di aver raggiunto un equilibrato compromesso con l’universo circostante. Le leggi riguardanti il baricentro erano diventate dicerie e la perfetta disposizione dei pesi libreschi in quella casa era destinata a riscrivere certe presuntuose pagine nei manuali di statica adottati dagli studenti.

I passi attutiti dell’uomo, che trascinava la propria solitudine domestica tra il corridoio tappezzato di edizioni introvabili e il celibe talamo quasi poggiato su colonne di volumi cartacei, giungevano alle sue stesse orecchie come tintinnii abortiti di cristalli avvolti nella carta di giornale durante i furtivi traslochi dell’anima con cui si evita la Vita.

Da anni non leggeva più.

Da anni, uscendo dalle librerie, ripeteva a se stesso la solita frase d’ufficio con cui tentava miserevolmente di autoconvincersi: “Comincerò a leggerlo domani!”

Agglomerati di pensieri scritti e mai letti, si ergevano lenti e muti come stalagmiti di carta negli angoli dell’esistenza. La giovanile sete di quelle parole che aiutano a capire, aveva lasciato il posto ad un più sfacciato e inesorabile disincanto.

La vita degli Altri, magistralmente raccontata e stampata in pregevoli pubblicazioni, non compensava la mancanza di una vita propria, come invece gli succedeva facilmente in passato, quando ancora riusciva a credere in un futuro clemente.

L’uomo sapeva bene che non era la paura a causare quella sua strana inibizione nei confronti dell’amata lettura. Non erano gli abissi profondi e oscuri che gli si aprivano dinanzi mentre tentava di andare oltre gli innumerevoli incipit affrontati in quegli anni, a causare l’“impotenza letteraria” da cui era affetto. Le indescrivibili e un tempo meravigliose possibilità esistenziali offerte dalla lettura, non erano confortate dalla presenza di una “controesistenza reale” con cui paragonarle.

Ecco quale era la causa del suo blocco.

“Chi non ama, chi non vive e ama la vita non può apprezzare veramente la lettura che è la più pregiata finestra aperta sulla vita stessa, non può penetrare con vitalità il tessuto della storia raccontata e di conseguenza non può sostenere con passione ed energia le numerose ore di lettura, abbandonandosi all’abbraccio materno di pagine amate, sì, ma mai totalmente e intimamente comprese!” – elaborò nella sua mente e dopo un improduttivo tergiversare durato anni un primo vero pensiero doloroso ma realistico.

L’ammirevole determinazione con cui cominciava le letture, veniva minata da prepotenti voci interiori che puntualmente distraevano l’uomo dal suo obiettivo. Le amate pagine si allontanavano dal cuore prima che dagli occhi e un’insistente coscienza batteva i suoi duri colpi sul portone del tempo.

La giostra della distrazione prendeva ogni volta il sopravvento e spesso il lettore ormai sfinito si ritrovava con il libro aperto tra le mani nel tentativo estremo di vincersi e lo sguardo perso tra gli altri orfani di carta che attendevano invano l’arrivo di un occhio curioso e vorace.

Ma non quella sera.

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Acque

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Attenderò il ritiro delle acque
nella mia seconda casa, sull’altura
rifugio per generazioni a venire.
Organizzeranno visite guidate
con batiscafi di memoria
presso città sommerse
e monumenti senza più piccioni
ma pesci e meduse
a ricordare guerre di terra
di passati mondi asciutti.

– video correlato –

“Acque”, Francesco Guccini

Passages

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Riconosciute tra volti adulti
le bambine con cui giocavo
oggi sono mogli e madri,
non ricordiamo più i nomi
e gli acerbi giochi di vita,
le osservo da lontano
mentre raccolgono, annusando memorie
sparse nell’aria estiva
i panni asciugati
dal sole del tempo che passa.

I loro figli, quasi sullo stesso punto ereditato
si trastullano nel vento caldo con nuovi compagni,
rinnovata carne da cannone
per altre guerre esistenziali.
Un giorno, forse
dimenticheranno gli uni
i nomi degli altri,

sulle nostre povere storie
vola in alto indifferente
una lenta coppia di nibbi reali.

(immagine: Washing and drying day,

Jeffrey T. Larson)

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Macchie

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Ho raschiato, ammorbidendole col sudore
le gocce di vernice verde
cadute per sbaglio durante il lavoro,
ora il pavimento è quasi tutto lindo
come se fossimo tornati indietro
agli anni settanta dell’innocenza.
Si alternano zone pulite
ad altre rimaste sporche,
presto le prime, insolite
saranno di nuovo sudice.

Il tempo, il sole, la polvere nel vento
come le risposte attese da Dylan
gli insetti morti, la pioggia che lava l’aria
le cattive notizie dal mondo
il mio passeggiare aspettando l’acqua
simile a un pittore in cattività,
e il bianco tornerà ad essere grigio
perché questa è la condizione ideale
per scrivere della nostra decadenza.

(immagine: Saul Steinberg)

Lathe biosas

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C’è voglia di tornare indietro nel tempo
verso bianche tazze con latte e cacao
caldo lattosio mattutino che non serve agli adulti,
involuzione a forme semplici
di vita pubblica, con panni sporchi
da lavoro per diletto, pausa caffè
pezzenti e liberi in strada
come cani senza pudore.

C’è voglia di andare avanti nel tempo
verso immagini di se con panciotti
da borghese vegliardo di campagna,
doppio taschino e due catenelle d’oro
che partono dallo sterno dell’oblio
una per la cipolla del nonno
ormai teschio di ferroviere senza treni,
l’altra per la bussola, regalo di lei
premessa a futuri viaggi mentali
da qui, nella provincia d’appennino
cantata da Arminio e Lindo Ferretti
periferia del nulla che si crede centro
dolce confino in tempo di pace.

C’è voglia di presente
nel richiamo della parola
che vuole vivere ora
militante tra rumori d’altri poeti.
Nel frattempo, lathe biosas
vivi nascosto!

Joker è tutti noi

Joker

[post a basso tasso di spoileraggio; tuttavia, per una migliore comprensione dello stesso, se ne consiglia la lettura dopo aver visto il film, n.d.b.]

Joker è tutti noi

I supereroi non esistono: non per le cose fantastiche che fanno e per i superpoteri improbabili che posseggono. Non possono esistere perché sono il frutto irreale di ciò che vorremmo essere, la condensazione in un’unica persona creata a tavolino del meglio dell’umanità, l’epicizzazione e la razionalizzazione dell’immagine di noi che vorremmo dare al mondo, l’idealizzazione di quella parte nobile della nostra anima che ancora riusciamo a considerare salva. Salva dal punto di vista della visione comune di quello che è il bene e il male: un limite che le sovrastrutture imposte dall’educazione e dalle regole di una parte della società che cerca di isolarsi dal marcio imperante, cercano di mantenere vivo. Il bene comincia, guarda caso, dove iniziano gli interessi dei pochi: il potere difende, grazie alle leggi e alle forze dell’ordine create per eseguirle, la propria stabilità, ma taglia i fondi che servono a proteggere e curare i più deboli. Il “reddito di cittadinanza della salute mentale” è poca cosa se confrontato con i mirabolanti progetti dei tanti imprenditori pronti a scendere in campo e ad impegnarsi in politica in prima persona.

C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.

Nonostante la nostra speranzosa (a volte ingenua) reazione uguale e contraria, come c’insegna la fisica, nonostante “la risposta” che tentiamo di dare alla vita, alla fine non siamo nient’altro che il maledetto risultato dell’azione di forze esterne esercitate in maniera costante sul nostro corpo e sulla nostra mente (con buona pace del corredo genetico vincente di cui pochi fortunati sarebbero provvisti): il diverso, non per forza dal punto di vista mentale o sessuale – si può essere diversi in tantissimi altri, più o meno impercettibili, modi (lavoro assente o tipologia dello stesso quando c’è, disponibilità economica, fede religiosa, cultura etnica, lingua, gusti sportivi o assenza di gusti, fortuna con le donne o con gli uomini, modo di vestire, se vivi ancora con i tuoi, disabilità, capacità comunicative,… devo continuare?) – subisce questa pressione in maniera incidentalmente più dannosa. La sua congenita debolezza, i casi fortuiti e bizzarri della vita, la mancanza di quella che certi ricchi e fortunati radical chic travestiti da democratici chiamano – abusando del termine a fini propagandistici per mettere in mostra un paese vincente che in realtà non esiste – resilienza, rendono il diverso più esposto alle “intemperie” del vivere sociale, ai suoi repentini e poco gentili cambi di rotta: all’inizio della sventura a prevalere è ancora la gentilezza, il lathe biosas (“vivi nascosto”) di epicureana memoria che entra in conflitto con l’esigenza di far sapere al mondo che esisti (il from zero to hero dei terroristi radicalizzati, p.e.), il rifiuto delle armi quale mezzo non solo per difendersi ma anche per imporsi e pareggiare i conti, la caparbietà moraleggiante a non risolvere i problemi della vita adoperando la violenza, perché così c’hanno insegnato, seguendo la linea gialla tracciata sul pavimento che porta verso la tomba.

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Città di passaggio

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Ho fallito con la mia città!,
le sue genti scivolano lente
sui fianchi del corpo turistico,
sguardi estranei e obliqui
incrociano i progetti dell’altrove.
Non trattengo più con la stessa fede
la polvere d’oro dei suoi fiumi assetati.

Questa città ha fallito con me,
folti elenchi di feriti e dispersi
lungo gli anni dell’ingenuo riprovarci,

quante sciocche vespe contro i vetri
di stanze illuminate e illuse,
ora consegnate al buio del disincanto.
Di tanto in tanto, una voce amica
sopravvissuta ai gorghi del tempo
risuona come un balsamo al silenzio.

Assuefatto al dolce tramonto di mille legami
e alla morte dei per sempre,
non mancherà a queste vie
l’orma dei miei sconfitti passi notturni.

Bodybuilding

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Manifesti sorridenti di città
consigliano ritorni palestrati,
tra strade deserte
di vacanze in ritardo e bombe
s’aggirano abbronzate dal sale
le solite miserie umane.

In altri luoghi chiama pallido
l’allenamento rustico,
tronchi tagliati per l’inverno
ruvidi manubri senza musica,
il fiato vincente dell’imbianchino
bicipiti d’avvitatore seriale
sguardo frizzante da elettricista
e gambe di legno stagionato.

Ancora una volta, come anni fa
la vita si annulla fedele
in silenzi clandestini,
porge di nuovo l’orecchio
a riconoscere in provincia respiri lontani
di solitudini intonate,

tra un colpo di pialla
e i rintocchi del martello
– campana povera del fare –
non si arrende ai postumi dell’estate.

Strade di notte

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Persone amiche come antichi alberi
conosciuti da sempre
conosciute mai,
mi sono stupito ieri notte
per la luna sorgente
dietro i monti ad est,
tre quarti soltanto, rossi d’atmosfera
… se fosse stata la prima volta.

Somigliava, silenziosa e arcaica
a quella stessa notte
passeggiando da piccolo orfano
con te e le tue scarpe sgangherate
rumorose sull’asfalto sgretolato di campagna
tra mostruosi rami
illuminati da lampioni stanchi
d’essere divorati dal buio,

masticando, ancora verdi
semi di finocchietto selvatico
lungo la strada
di insegnamenti muti
ma con l’alito fresco.

Alessandro Canzian (Laboratori Poesia) su “Pomeriggi…”

“… Michele Nigro in queste pagine affronta, prima del testo, la vita, restando in bilico tra un passato e un presente privi di definizioni. Ne emerge quindi una serie di scatti fotografici volontariamente sgranati, soffusi, non contestualizzabili. Non è poesia civile (esiste ancora?), non è poesia d’amore (anche quando parla d’amore, più sovente di perdita), non è poesia esistenzialista (nonostante ne affronti, inevitabilmente, i temi). È uno sguardo sul mondo e sulla vita che registra non l’oggettività ma l’interpretazione che ne consegue, che accade. E per farlo Nigro si appella alla metafora madre del libro che fin dal titolo trova una sua esplicitazione. Cos’altro è il pomeriggio se non quel momento/limbo che non è più mattina, non è più alba e risveglio, e non è ancora sera, tramonto o inizio della notte? Il pomeriggio (tra l’altro: perduto) diventa la quotidianità che rifugge la falsificazione, la visione idealizzata e romanticizzata, è un muro grigio che dice la vita che è accaduta…”

Per leggere l’intera recensione: qui!

Concord

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La pubblicità
fa più male se
l’ascoltiamo concentrati
o lasciamo che scivoli
sulla pelle distratta
dell’io consumatore?
Levatevi di tornio
piallate via il superfluo
colorato e danzante
del farci sentire speciali,
abbandonatevi come Thoreau
sulle sponde periferiche
di Concord.

Ci siamo dimenticati di noi stessi
tra queste quattro mura
accaldate e disperate,
del progetto iniziale
del perché siamo qui.

Sordi ai richiami della vita
spegniamo anni
come candele avanzate
da possibili passati.

Hic et nunc, ieri e altrove

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Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)