2 poesie su "Arcipelago itaca" blo-mag n.30

Due poesie tratte dalla silloge “Dopo i pomeriggi perduti”, finalista alla 5ª edizione del Premio Nazionale editoriale di Poesia “Arcipelago Itaca” (2019), sono state pubblicate sulla 30ª apparizione di “Arcipelago itaca” blo-mag, nella sezione “Piccola Antologia” (pag. 120).

Un sentito grazie alla Redazione del blo-mag e alle Edizioni “Arcipelago itaca”…

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"Zelig" e i nuovi anni '20

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Assomigliare agli altri, ai “vincenti” con cui si entra in contatto, agli influencer cliccatissimi e straricchi, al trapper di turno che sbraita di ribellioni basate sul nulla, ai potenti che dominano la scena politica ed economica, alle star del cinema e della televisione, alle belle cantanti di MTV… Avvicinarli almeno, assorbirne il successo per illudersi di riprodurlo in parte nel quotidiano; assumerne le fattezze, gli stili, i gesti, il look, e quindi la gloria.

Adattarsi politicamente, a seconda che si tratti di un governo blu-grigio o blu-viola: essere un po’ grigi oggi e un po’ viola domani, lasciare che le sfumature tra i due colori del momento penetrino fin dentro l’altra parte, diluendo l’eventuale ideologia che sta alla base dell’azione politica. Tutto questo per continuare a piacere, a essere amati, a restare sul pezzo. Per sopravvivere senza problemi.

Mimetizzarsi sui social, cercare di essere un altro, migliore, di successo, brillante, accettato, condiviso, taggato, addirittura amato. Riuscire ad essere un fenomeno in una generazione di sedicenti fenomeni, aizzati dalla pubblicità, da un apparente successo sbandierato dal capitalismo e dal suo braccio consumistico attraverso la sofisticata arma della pubblicità: il vero individualismo è morto da tempo, vuoi per esigenze rivoluzionarie, vuoi per un lento adattamento alla facilità esistenziale prospettata dal consumismo; ha lasciato il posto a un’innumerevole quantità di tanti piccoli falsi individualismi, ignari gli uni dell’esistenza degli altri, simboli egoici di personalità inesistenti; tutti speciali, posti sullo stesso livello del podio, aventi tutti le stesse apparenti possibilità. Sono riusciti a separarci; ci siamo lasciati separare senza battere ciglio. C’è chi si adatta, caso mai inconsapevolmente, assomigliando agli altri, a quelli con cui entra in contatto senza però compiere un reale confronto e un’analisi oggettiva delle differenze; e c’è chi, una volta scoperto il trucco, tenta di distinguersi, ma nel farlo, a volte, finisce addirittura per essere più conformista di chi non pensa affatto di perseguire la via dell’anticonformismo. Paradossi possibili e per niente rari.

Il “camaleontismo” dello Zelig di Woody Allen è il risultato di un ‘tirare a campare’ consigliato in punto di morte dal padre del protagonista; è l’arma di difesa di un “uomo massa” che cerca di evitare le violenze e i dolori del confronto e dello scontro sociale: piacere agli altri per non soffrire e per avere vita facile. Il “piacismo” berlusconiano e il più recente “likesimo” facebookiano ne rappresentano le odierne appendici. Se negli anni ’20 del XX secolo l’uomo è sconcertato e impaurito dalla realtà che lo circonda ed è sempre più disorientato a causa della mancanza di valori caratterizzante l’epoca contemporanea, oggi – al netto di un equivalente sconcerto e di una condizione disvaloriale ancor più marcata – la “reazione camaleontica” è facilitata da una “liquidità comunicativa” che non esisteva in quegli anni ’20 utilizzati dal genio cinematografico di Woody Allen come sfondo per le vicissitudini psichiatriche di Leonard Zelig.

I “ruggenti” anni ’20, i mitici Roaring Twenties, compresi e compressi tra i disastri del passato e quelli ancora da venire: tra le macerie della prima guerra mondiale e la crisi economica del ’29 (la Grande depressione), tra le speranze sociali inoculate dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e le premesse geopolitiche che avrebbero dato il via a un secondo disastroso conflitto mondiale. Il tutto condito, a suon di jazz, da nuove mode, un nuovo taglio di capelli per le donne, nuovi balli scatenati, tanto alcol venduto clandestinamente negli speakeasy a causa del proibizionismo e un “fanatismo futurista” per le macchine e le nuove tecnologie che sembravano facilitare la vita a una parte di umanità di quel secolo appena nato. Tutta questa frenesia può disorientare e confondere gli animi sensibili, può schiacciare l’uomo medio che non ha molti mezzi per emergere e per sfruttare le novità dell’epoca.

Oggi, ormai assuefatti e vaccinati, più che un ruggito possiamo concederci tutt’al più un flebile miagolio nella notte del “abbiamo visto già tutto”. Non siamo in grado di assaporare nemmeno più il disorientamento causato dallo stupore del nuovo che avanza perché un vero nuovo non c’è. Scomparsa la frenesia, ci è rimasta la fredda emulazione dell’influencer via social: almeno l’insicuro Zelig per diventare qualcun’altro scendeva in strada, s’intrufolava in ambienti e realtà distanti dalla propria, toccava i suoi nuovi interlocutori, ne assorbiva per “osmosi” fattezze e gestualità.

Oggi viviamo una strisciante crisi economica e la povertà colpisce le classi deboli esattamente come nel ’29; la seconda guerra mondiale è lontana nel tempo ma in compenso ne stiamo vivendo una terza “a puntate”; i nazionalismi stanno riprendendo forza e l’odio per gli ebrei sembra vivere una seconda giovinezza come se la memoria storica fosse stata resettata da un’ondata negazionista di “in fin dei conti io all’epoca non c’ero!” Che differenza c’è tra gli anni ’20 dello scorso secolo e quelli del XXI secolo che ci apprestiamo a vivere? Dal punto di vista dei contenuti sembrerebbe nessuna.

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Annuario di poesia 2019 de "Le stanze di carta"

L’annuario di poesia 2019, consultabile e scaricabile gratuitamente, raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it

Per scaricare l’ebook: QUI!

Torneremo ancora? Purtroppo sì…!

Volevano farlo passare come il “brano dell’addio” (ma addio da cosa? da chi? dalle scene? dalla vita? ‘quale’ vita? dai “fan”? addio dagli asparagi che danno un certo odore all’urina? addio dai “clamori nel mondo moribondo”? Magari!) e in effetti lo è – un addio – anche se già aveva fatto “Testamento” ma eravamo troppo presi dal saltellare sotto il palco per accorgercene (e accettarlo); anche se il Maestro (odia sentirselo dire, ma tant’è!) Franco Battiato respira ancora e addirittura in alcuni video casalinghi si muove addirittura (con stratagemmi simili a quelli del film “Weekend con il morto”?) e sembrerebbe parlicchiare col vicino (forse sussurrandogli “Lei non ha finezza, non sa sopportare l’ebbrezza…”?). Cosa dica (o meglio ‘pensi’; ma pensa ancora?, qualcuno s’è chiesto. Ma cos’è il pensiero? È organizzarsi per la spesa e i tour da fare o assestarsi su differenti livelli di “presenza” per noi incomprensibili?. Non lo sapremo mai perché “questo” non fiata, non ci guida più, non ci dice come dobbiamo vivere! Non si fa così, Franco!) non ci è dato saperlo da un certo periodo oscuro a questa parte, nonostante i flash mob sotto casa sua per stanarlo tipo “Catch the fox” di Den Harrow.

No tranquilli, non starò qui a stonarvi ulteriormente blaterando di sciacallaggio commerciale, di infime amicizie striscianti, di calzature col rialzo, di angolazioni fotografiche per coprire l’indicibile, di silenzi telefonici (dopo i vergognosi – e inutili come la sua arte – silenzi televisivi di Celentano, vogliamo scandalizzarci per gli autorevolissimi silenzi di Battiato? Suvvia!) o di omissis familiari al limite del sequestro di persona.

Le groupies più accaldate volevano coinvolgere persino la Sciarelli di “Chi l’ha visto”, la quale si è vista costretta a replicare, dopo varie insistenze, dichiarando: “trattiamo solo casi di persone effettivamente scomparse e che non compaiono in video recenti in cui discutono con tecnici del suono o armeggiano con le bozze della copertina dell’album che sono stati ‘costretti’ a pubblicare!”.

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Vorrei solo rovinare un pochino l’atmosfera romantica e giustamente commovente che si è venuta a creare intorno all’inedito “Torneremo ancora”. Come chiese Maurizio Costanzo al mitico Califfo quando uscì l’album “Non escludo il ritorno”: <<… è una minaccia?>>. E sì perché quel “torneremo ancora” non ha – ahimè – il sapore di una speranza discografica o tournistica, di una promessa fatta agli estimatori, ai “fan” con i palloncini a forma di cuore che lo attendevano facendo le fusa a fine concerto, no. Quel “torneremo ancora” è la constatazione definitiva di una “prassi spirituale”, la dichiarazione finale (per chi non l’avesse ancora capito nonostante gli anni passati a seguirlo in ogni dove) intorno a una condanna: la nostra; è la descrizione della misera condizione umana, dell’anima dell’uomo – in quanto specie senziente – costretta a reincarnarsi di corpo in corpo, a saltellare da un corpo a un altro (se vi va bene) simile, oppure in un tubero concimato con la cacca o in una pietra su cui vanno a pisciare i cani! A trasmigrare chissà per quanto tempo “fino a completa guarigione”, canterebbe il Nostro, ovvero fino alla liberazione da una materialità che ci tiene legati a questa – diciamocelo! – stancante ciclicità.

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Due inediti per “Le stanze di carta”

Sul blog letterario “Le stanze di carta” (Poesia e Scritture critiche), curato dall’autrice Ilaria Cino, due inediti: “Lathe biosas” e “Macchie”.

Grazie alla Redazione di “Le stanze di carta” per l’ospitalità…!

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L’ora più buia

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L’uomo, le sue sconfitte, la parola.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”: ho letto una volta in un libro molto importante; il reietto ripescato, l’escluso a causa dei suoi stessi fallimenti, il mediatore scomodo ma utile, l’inviso ai politicanti e ai diplomatici ad oltranza, il mal sopportato dal reggente, diventa la soluzione pasticciata ai problemi di un’intera nazione. Perché l’evoluzione nasce da un errore che diventa codice registrato e trasmesso ai discendenti dopo numerose prove di esistenza, non nasce dall’ordinario, da scelte senza rischio e dalla vita lineare. La guerra non si fa solo con le armi e gli uomini valorosi che offrono il petto al nemico sui campi di battaglia: un corpo bizzarro (antitetico a quello di dittatori vegetariani!), un personaggio eccessivo, sgraziato, viziato e grottesco, che la moglie nell’intimità ama chiamare “porcellino”, la sua parola maldestra e farfugliata – a malapena captata dalla povera segretaria personale che ha l’ingrato compito di dover dattilografare i futuri discorsi dell’improbabile statista messo lì a tappare buchi politici all’indomani dell’inizio di un conflitto mondiale – possono vincere una guerra.

Non ci sono insanguinati campi di battaglia alla Spielberg ne “L’ora più buia”, ma solo sprazzi di vita privata e politica di un alcolizzato godereccio, appassionato di sigari che deve resistere agli attacchi interni al gabinetto di guerra da lui stesso presieduto, prima ancora che a quelli di Hitler.

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Alessandro Canzian (Laboratori Poesia) su “Pomeriggi…”

“… Michele Nigro in queste pagine affronta, prima del testo, la vita, restando in bilico tra un passato e un presente privi di definizioni. Ne emerge quindi una serie di scatti fotografici volontariamente sgranati, soffusi, non contestualizzabili. Non è poesia civile (esiste ancora?), non è poesia d’amore (anche quando parla d’amore, più sovente di perdita), non è poesia esistenzialista (nonostante ne affronti, inevitabilmente, i temi). È uno sguardo sul mondo e sulla vita che registra non l’oggettività ma l’interpretazione che ne consegue, che accade. E per farlo Nigro si appella alla metafora madre del libro che fin dal titolo trova una sua esplicitazione. Cos’altro è il pomeriggio se non quel momento/limbo che non è più mattina, non è più alba e risveglio, e non è ancora sera, tramonto o inizio della notte? Il pomeriggio (tra l’altro: perduto) diventa la quotidianità che rifugge la falsificazione, la visione idealizzata e romanticizzata, è un muro grigio che dice la vita che è accaduta…”

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Carteggi Letterari su “Pomeriggi…”

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Ilaria Grasso nella rubrica Pillole di poesia scrive: “… Dal testo rileviamo la presa di posizione contro ciò che il “virtuale” offre. L’io poetante fa volentieri a meno dei filtri (della privacy? solo della privacy?) esercitati da chissà chi utilizzando ciò che la natura gli ha donato: i sensi…”

Per leggere l’intera recensione: qui!

Antonio Spagnuolo su “Pomeriggi…”

… La scrittura si apre ad un sedimento di tradizione classica per svilupparsi in rigorose incisioni moderne, così che il piglio inoltrato nel meriggio si pone nella realtà e la insegue con riferimenti testuali di notevole impegno. La parola ha riscontri in segmenti che si avvolgono nel tempo, in una discreta pretesa di disimpegno legato alla esperienza dei rapidi intagli, giocati prevalentemente sul verso breve e fulminante…

Per leggere l’intera recensione: qui!

“Le stanze di carta” su Pomeriggi…: recensione di Ilaria Cino

Se per orientarci nella lettura di un’opera poetica ci avvalessimo di una tipizzazione cara alla Rosselli delle varie tipologie di poeti allora collocheremmo Michele Nigro con i suoi “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris, 2019) tra i poeti della ricerca, della ricerca del “segno arcaico”, di quella difficile “Sincronia tra passi e cuore” che ci danno l’idea dell’esperienza creativa. Ma cosa fa di una poesia una poesia, ovvero qualcosa che non esprima unicamente la soggettività del momento ma che abbia in sé la tensione all’universale, che porti dentro un segreto come ci ricorda Ungaretti e prima ancora Leopardi? (continua qui)…

“La Sicilia”, 20/6/2019: Rita Caramma su “Pomeriggi perduti”

Nella rubrica culturale “Life&Style” del quotidiano “LA SICILIA” di oggi 20/6/2019, pag. 21, un articolo/recensione a firma della giornalista Rita Caramma sulla raccolta “Pomeriggi perduti”

“Avvenire”, 9/6/2016: Pierangela Rossi su “Pomeriggi perduti”

Sul quotidiano nazionale “Avvenire” di oggi, 9/6/2019, nella rubrica culturale Agorà, nota a firma della giornalista Pierangela Rossi sul mio libro “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris)…

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Bar Epoché

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Essere soli tra la folla
seduti, in silenzio
pazienti come cacciatori
di verità umane su volti passanti,
sospendere il giudizio
o criticare con leggerezza.
Assorbire esistenze, registrarle
su taccuini di vetro scuro,
sentirsi parte del flusso urbano
e levigata pietra immobile
ai margini della corrente.

Quante facce nuove, perlate di affanni
alcune ripassano, simili a déjà vu,
sport estivi, osservazioni da bar
cercare senza risolvere
una poetica della città.
Attendere l’occasione giusta
per capire cose non scritte nei libri,
imparare per caso
saperi sospesi tra la gente.

Perché non possiamo dirci “slammer”

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Contro presentazioni, reading e “poetry slam”

Dicono che quando si pubblica un libro poi bisognerebbe presentarlo, almeno far sapere al mondo che esiste, che ha cominciato a camminare tra le librerie, parlarne dal vivo con potenziali lettori schierati come in un plotone di esecuzione, farsi trafiggere come San Sebastiano dalle loro curiosità e dai loro pruriti da gruppo di lettura… Presentare, come a voler dire: “Ti presento Libro!” – “Ah, piacere: io mi chiamo Lettore!” – “Piacere, Libro!”. Fatte le presentazioni ognuno se ne torna a casa propria, sperando che qualcuno si porti dietro Libro per una notte di fuoco o anche solo per una romantica cena a lume di candela. Parlare di Libro dal vivo, sì, ma perché? Riparlarsi addosso dopo averlo concepito, perché? Un po’ come spiegare morbosamente l’amplesso dopo che è nato Figlio. Se è già scritto tutto in Libro, che bisogno c’è di far ripetere ad Autore cose che i lettori troverebbero leggendo Libro comodamente seduti sul divano di casa e con il rischio che Autore, non sapendo fare le presentazioni, allontani il pubblico invece di avvicinare Libro ai lettori? Molti autori, diciamocelo, risultano più simpatici quando si presentano idealmente e non in carne e ossa ai propri lettori: quante delusioni, quante mitizzazioni infrante, quante idealizzazioni della figura dell’autore andate in frantumi. E per cosa? Per non aver saputo rinunciare al “contatto umano”, alle sacrosante esigenze del marketing, al firmacopie (“Me lo rende unico maestro?” chiedeva il postino di Troisi; calcolando che in fila per l’autografo ci sono sempre decine di “postini”, fate voi il calcolo di quante “unicità” sarete padri o madri), allo “spiegone” post-editoriale, alla domandina da farsi fare alla fine della presentazione, alla stretta di mano e al selfie con l’autore che giustamente si dimostrerà irritato e “poco umano”. Addio ideale di autore, addio passione per le sue storie e i suoi personaggi, addio sacralità dell’eroe scrivente che avevamo costruito pazientemente nel nostro immaginario… Se “Misery non deve morire”, mandate un’e-mail all’autore senza stalkerarlo o spezzargli le ossa.

Poi ci sono quelli che, non contenti del semplice contatto autore-lettore, vogliono la sfida con i “colleghi”, la agognano perché solo così si sentono vivi e motivati, cercano nuove emozioni in gare improbabili e inutili, sulla falsariga di “Amici” di Maria De Filippi; si appassionano solo se vedono scorrere il sangue letterario dell’avversario sotto forma di versi recitati e sputati dalla bocca tra una performance e l’altra su un pubblico da Colosseo poetico. “Ispanico! Ispanico! Ispanico!”

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“V for Vendetta” vs “Trainspotting”: monologhi a confronto

I cittadini che V vorrebbe “risvegliare” hanno affidato la propria libertà a un potere antidemocratico perché spaventati dai tanti problemi: “Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso.”

N I G R I C A N T E

versione pdf: “V for Vendetta” vs “Trainspotting”: monologhi a confronto

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Nel post che vi apprestate a leggere (spero fino alla fine), cercherò di mettere a confronto due monologhicult della più o meno recente produzione cinematografica internazionale: quello di V nel film “V per Vendetta” e quello di Mark Renton (soprannominato Rent) all’inizio del film “Trainspotting”. Qualcuno si starà chiedendo cosa abbiano in comune questi due monologhi; domanda legittima: infatti appartengono a due generi, due realtà differenti (l’una fantastica ambientata in un Regno Unito distopico, l’altra ha come sfondo una Edimburgo storicamente verificabile, descritta nell’omonimo romanzo di Irvine Welsh; come nel caso anche del romanzo “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” di Christiane F.) e i personaggi che li pronunciano sono a dir poco antitetici. Eppure, discostandomi dai rispettivi contesti senza mai perderli di vista, concentrandomi solo ed esclusivamente sui testi, ho…

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