Joker è tutti noi

Joker

[post a basso tasso di spoileraggio; tuttavia, per una migliore comprensione dello stesso, se ne consiglia la lettura dopo aver visto il film, n.d.b.]

Joker è tutti noi

I supereroi non esistono: non per le cose fantastiche che fanno e per i superpoteri improbabili che posseggono. Non possono esistere perché sono il frutto irreale di ciò che vorremmo essere, la condensazione in un’unica persona creata a tavolino del meglio dell’umanità, l’epicizzazione e la razionalizzazione dell’immagine di noi che vorremmo dare al mondo, l’idealizzazione di quella parte nobile della nostra anima che ancora riusciamo a considerare salva. Salva dal punto di vista della visione comune di quello che è il bene e il male: un limite che le sovrastrutture imposte dall’educazione e dalle regole di una parte della società che cerca di isolarsi dal marcio imperante, cercano di mantenere vivo. Il bene comincia, guarda caso, dove iniziano gli interessi dei pochi: il potere difende, grazie alle leggi e alle forze dell’ordine create per eseguirle, la propria stabilità, ma taglia i fondi che servono a proteggere e curare i più deboli. Il “reddito di cittadinanza della salute mentale” è poca cosa se confrontato con i mirabolanti progetti dei tanti imprenditori pronti a scendere in campo e ad impegnarsi in politica in prima persona.

C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.

Nonostante la nostra speranzosa (a volte ingenua) reazione uguale e contraria, come c’insegna la fisica, nonostante “la risposta” che tentiamo di dare alla vita, alla fine non siamo nient’altro che il maledetto risultato dell’azione di forze esterne esercitate in maniera costante sul nostro corpo e sulla nostra mente (con buona pace del corredo genetico vincente di cui pochi fortunati sarebbero provvisti): il diverso, non per forza dal punto di vista mentale o sessuale – si può essere diversi in tantissimi altri, più o meno impercettibili, modi (lavoro assente o tipologia dello stesso quando c’è, disponibilità economica, fede religiosa, cultura etnica, lingua, gusti sportivi o assenza di gusti, fortuna con le donne o con gli uomini, modo di vestire, se vivi ancora con i tuoi, disabilità, capacità comunicative,… devo continuare?) – subisce questa pressione in maniera incidentalmente più dannosa. La sua congenita debolezza, i casi fortuiti e bizzarri della vita, la mancanza di quella che certi ricchi e fortunati radical chic travestiti da democratici chiamano – abusando del termine a fini propagandistici per mettere in mostra un paese vincente che in realtà non esiste – resilienza, rendono il diverso più esposto alle “intemperie” del vivere sociale, ai suoi repentini e poco gentili cambi di rotta: all’inizio della sventura a prevalere è ancora la gentilezza, il lathe biosas (“vivi nascosto”) di epicureana memoria che entra in conflitto con l’esigenza di far sapere al mondo che esisti (il from zero to hero dei terroristi radicalizzati, p.e.), il rifiuto delle armi quale mezzo non solo per difendersi ma anche per imporsi e pareggiare i conti, la caparbietà moraleggiante a non risolvere i problemi della vita adoperando la violenza, perché così c’hanno insegnato, seguendo la linea gialla tracciata sul pavimento che porta verso la tomba.

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Bodybuilding

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Manifesti sorridenti di città
consigliano ritorni palestrati,
tra strade deserte
di vacanze in ritardo e bombe
s’aggirano abbronzate dal sale
le solite miserie umane.

In altri luoghi chiama pallido
l’allenamento rustico,
tronchi tagliati per l’inverno
ruvidi manubri senza musica,
il fiato vincente dell’imbianchino
bicipiti d’avvitatore seriale
sguardo frizzante da elettricista
e gambe di legno stagionato.

Ancora una volta, come anni fa
la vita si annulla fedele
in silenzi clandestini,
porge di nuovo l’orecchio
a riconoscere in provincia respiri lontani
di solitudini intonate,

tra un colpo di pialla
e i rintocchi del martello
– campana povera del fare –
non si arrende ai postumi dell’estate.

Lib-r-eriamoci su “Pomeriggi…”

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“… e la coscienza viva e presente del poeta che ha a che fare innanzitutto con il desiderio di trovare un ordine e un senso a tutto, rabberciando un quadro che il tempo smembra e il dolore che viene dalle cose ci fa spesso vedere opaco.”

Per leggere l’intera segnalazione/recensione: qui!

Celle aperte

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Il santuario dedicato
alla tua presente assenza
è divenuto nel tempo
ricettacolo di ricordi
deposito nostalgico e insensato
di una fulminea grazia.

Devota all’idea di noi
ancora oggi mi accoglie
questa prigione sul confine
senza sbarre,
i cancelli orfani di serrature
secondini in vacanza,
libero di evadere
resto a guardia
di un amore licenziato.

Sapori passati

BLADE RUNNER 2049

E sembra di ieri
la puntuale sosta al chiostro,
nell’aria calda del golfo
un odore di ginestre vesuviane
intorno ai luoghi natii
gialli vagiti e mamme come te
con culle fresche d’ospedale,
strani biscotti dall’infanzia
bagnati in acque speciali
non più avvolti
nella carta blu dei ricordi
anche se il sapore è lo stesso di
quando eravamo famiglia.

Ogni tanto viaggiare da soli
ricercare le vibrazioni disperse
di quel che siamo stati, l’ombra di noi nel tempo
ascoltare le voci indigene, spiare il via vai
piangere non visti dietro gli occhiali dell’oggi
interrogare i vecchi come se fossero
echi di padri assenti,
osservare la gestualità sul palcoscenico
nella matrice non mediata dal cinema.

La comitiva distrae
con parole inutili e le cose da fare
insieme.
Ogni tanto stare al mondo
da soli.

Archiviarsi

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(Riconoscersi, l’epilogo)

Non archiviate con rancore

non voltate la pagina

strappandola,

perché non tutto

è dato sapere

alla parola quotidiana

dell’uomo che parte.

“The Words” su Iris News

… dunque la scrittura è solo emozione, attimo e non è anche tecnica? Assolutamente no! Ma spetta a noi scegliere se vogliamo vivere un’esistenza tecnicamente perfetta ma piatta, scrivendo tante cose e riempiendo fogli interessanti e insignificanti oppure rispettare noi stessi e assecondare quel caos che ci indica nella tempesta quand’è il momento di fissare su carta quello che veramente conta e in che modo. Siamo disposti a vivere il DOLORE, la sua rivoluzione e rivelazione, per raggiungere quell’attimo di perfezione e di verità nelle parole che scriviamo? Dice “il vecchio” (Jeremy Irons) nel film, come pronunciando una maledizione: «… pensi che non ci sia un prezzo da pagare? Sono parole nate dalla gioia e dal dolore: se rubi quelle parole, prendi anche il dolore!»

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