George Orwell e la neolingua della politica, su Pangea.news

orwell neolingua pangea

Il mio articolo “La neolingua della politica di George Orwell” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“La neolingua della politica” di George Orwell

versione pdf: “La neolingua della politica” di George Orwell

IMG_20220902_071908

Dopo aver letto il pamphlet “La politica e la lingua inglese” di George Orwell, nella traduzione per Garzanti di Massimo Birattari e Bianca Bernardi, molti, troppi sarebbero i passaggi da voler citare (rischiando così, nell’enfasi citazionista, di disarticolare la tesi che anima lo scritto), e molte sono di fatto le domande e le riflessioni suscitate dalla lettura di questo breve saggio dell’autore di “1984”. Sintetizzando in maniera brutale: se il pensiero influenza il linguaggio, il linguaggio adottato da un popolo influenza il suo pensiero, e quindi la sua anima, le sue aspirazioni, le sue idee. Un’influenza “circolare” difficile da costruire – il limite temporale immaginato da Orwell per il completamento del “passaggio” era, e forse è ancora, il 2050! – e altrettanto difficile da scardinare, se non attraverso consistenti traumi storici e culturali. Da qui, per invertire il trend negativo, l’esigenza pratica di nutrire il linguaggio, e quindi il pensiero, con letture che arricchiscano il proprio “paniere idiomatico”. Senza dare la colpa alle “condizioni sociali presenti”.

Se nell’appendice a “1984”I principi della neolingua – compare tra i primi obiettivi il conseguimento di una semplificazione del lessico che rasenta l’umorismo (le parole inventate da Orwell per il “Dizionario di neolingua” sono ridicole e fanno ridere perché lontanissime dalle nostre consolidate abitudini linguistiche: sbuono, sessoreato, nutriprolet, sbuio… Integrare un’intera lingua in pochi termini) allo scopo di bloccare sul nascere lo sviluppo del pensiero per mancanza di “materia” con cui elaborarlo e ampliarlo, nel nostro tempo presente con il cosiddetto “politichese” (volendo restare nell’ambito politico-ideologico) si vuole raggiungere lo stesso obiettivo distopico ma con un linguaggio non più “asciugato” dalle direttive di un partito dittatoriale come nel romanzo di Orwell, bensì reso disarticolato da una vacua complessità: in questo caso il pensiero viene letteralmente “affogato” non già dalla mancanza di lessico ma dal suo disordinato eccesso. E Orwell riporta dalla sua epoca, con tanto di riferimenti, ben 5 autorevoli esempi di “cattiva lingua” utilizzata in pubblico e per il pubblico.

La prosa moderna si allontana dalla concretezza: ha eliminato i verbi semplici, abusa di cliché e di formule vuote per “stordire” l’interlocutore. Ma oggi, in paesi liberi come l’Italia, a chi conviene, lì dove sono assenti palesi dittature, mantenere e alimentare un linguaggio che allontana la popolazione dalla realtà delle cose? Oserei dire, anche se non riportato nel pamphlet di Orwell, che conviene alla finanza, alla macchina consumistica in cui siamo coinvolti. Non c’è un chiaro pericolo Socing – come nel romanzo “1984” -: la politica (persino quella dittatoriale, divenuta anacronistica e poco “comoda”) si è ormai da decenni consegnata mani e piedi ai meno evidenti e più proficui meccanismi della finanza mondiale che tutto condiziona e influenza. Perché affannarsi a ottenere il controllo di un popolo con la violenza o addirittura con l’invenzione di una neolingua che ne renda rachitico il pensiero, quando si può ottenere lo stesso risultato confondendo il linguaggio e “anestetizzando” quel popolo con discorsi vacui e insinceri? Perché imporre l’onnipresenza di un Grande Fratello quando siamo noi stessi che – pur conservando intatto il nostro vocabolario – ci consegniamo spontaneamente al controllo del “Grande Fratello Social“?

Continua a leggere ““La neolingua della politica” di George Orwell”

“Quark”, per noi…

versione pdf: “Quark”, per noi…

Piero_Angela_Cover

Ricordo ancora quando all’inizio degli anni ’80  ̶  era il 18 marzo del 1981 per la precisione!  ̶  io e mia sorella sulla RAI guardammo con un interesse inedito la prima puntata di un programma tutto nuovo, lineare nella sua struttura, apparentemente semplice nel suo intento espositivo, ma ricco e avvincente dal punto di vista contenutistico. Sul piccolo televisore in bianco e nero nel salone della nuova casa, nella nuova città in cui ci eravamo da poco trasferiti, la figura elegante, equilibrata, garbata del giornalista Piero Angela, classe 1928  ̶  come nostro padre venuto a mancare pochi anni prima  ̶  che avrebbe assunto a sua insaputa la funzione di padre adottivo scientifico: il tradizionale racconto prima di addormentarsi di un genitore o di un nonno fatto di lupi mannari, maghi, bambini persi nei boschi, avrebbe ben presto lasciato il posto al racconto scientifico di quel nuovo cantore serale fatto di neutrini, esplorazioni spaziali, entropia e buchi neri… Attraverso una rinnovata esposizione dei fatti e delle scoperte, ci veniva offerto un nuovo approccio persino alla vita quotidiana, più logico, razionale, basato sul rigore della sperimentazione e sulla “fede” nella ricerca di nuove soluzioni a quasi tutti i problemi dell’esistenza umana: dai sistemi più complessi fino a scendere a livello delle questioni elementari, condominiali.

Perché questo è stato il grande Piero Angela  ̶  refrattario a una certa politica e fedele al sapere senza essere saccente  ̶  durante questi preziosi decenni di divulgazione scientifica compiuta attraverso il mezzo televisivo e non solo: è stato un traduttore dal linguaggio scientifico a quello quotidiano, un “esemplificatore” della materia scientifica e tecnologica senza mai correre il rischio di depauperarla o ridicolizzarla nel tentativo di renderla assimilabile. Anche quando si è avvalso dei cartoni animati di Bruno Bozzetto, o di altri mezzi comunicativi, per spiegare una teoria o per semplificare un concetto spigoloso, Piero Angela, insieme agli altri autori che con lui hanno collaborato per molti anni, non ha mai declassato la complessità dell’argomento trattato; ha invece avvisato il telespettatore della difficoltà del tema richiedendo a quest’ultimo una maggiore dose di attenzione: perché il divulgatore non è solo colui che premastica o predigerisce la materia sostituendosi al telespettatore, ma è soprattutto un amante della scienza che propone a chi lo ascolta di impegnarsi a capire, ad approfondire, di sforzarsi per andare incontro alla comprensione personale dell’argomento, facendolo proprio. Come ogni vero insegnante sa, è molto più importante accendere la curiosità in chi ascolta che propinargli un omogeneizzato nozionistico privo di sapore e di odore.

Continua a leggere ““Quark”, per noi…”

“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti”

RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E – quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

Continua a leggere ““Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti””

Nota a “De la lang(ue)” di Antonio Belfiore

IMG_20211119_134715

Schizzechea with Love è il titolo del nono album di Pino Daniele e Me so’ mbriacato ‘e te Forever è uno dei brani contenuti in questo lavoro discografico del cantautore partenopeo, non estraneo a certi ibridismi acrobatici. Avrebbe potuto intitolare, con tiepidi effetti sull’ascoltatore, l’album e il brano menzionato “Pioviggina con amore” e “Mi sono inebriato di te per sempre”, ma il significante a volte, snobbando il nostro bisogno di significato immediato e rassicurante, segue proprie esigenze sonore apparentemente ingiustificabili.

In alcune poesie contenute nella raccolta intitolata De la lang(ue) di Antonio Belfiore (Fallone Editore, collana “Il fiore del deserto” – 2020) questa “esigenza” si spinge ben oltre lo sperimentalismo anglo-partenopeo preso ad esempio, proponendo (non sempre, per non inflazionare il fenomeno) innesti linguistici audaci, persino tra lingue antiche e inglese, al limite di un inutile nonsense che a guardare bene inutile non è, costringendo il lettore ad abbandonare la ricerca di una trama logica dal punto di vista linguistico-sonoro (cosa che in poesia è già regola in ambito interpretativo) in favore di una sonorità innata, arcaica, selvaggia quando non bizzarra, presente nel tessuto del mondo “nonostante noi”, perché “tutti questi suoni / non sono un linguaggio” ma “evocano ciò che non si esaurisce / mai in se stesso, e non si realizza / mai in significato umano”. La Vita e il Reale non c’entrano niente con la nostra piccola vita fatta di sicurezze sensoriali a buon mercato. Scopo di questa decostruzione è “aprirci a un flusso” (joyciano?) che ci inizi a “più infinibili possibilità”, “cercando di un suono primigenio / che non ho mai, che mai si è potuto / ascoltare e ch’eppure sentiamo”. Al di là dei giochi di ibridazione tra lingue e grafie agli antipodi, vi è una ricerca di suoni e ritmo antichi nella poesia di Belfiore; non si nasconde l’autore, influenzato dai suoi studi musicali, dietro l’uso di questi espedienti (“Se vivo adesso dans ce lieu questa vita”) per confondere le acque e depistarci, ma per soddisfare un istinto sempre in cerca di nuove vie comunicative, trasversali e interessanti. Se il monaco deforme, ex dolciniano, Salvatore de Il nome della rosa di Eco, ridotto a film, con la sua parlata collage ci ricorda che: “La morte est supra nobis! […] My little brother! Penitenziagite!”, Belfiore pur affermando che “il corpo / c’est une parfaite machine!” non dimentica che è condizionato da una “sporca poltiglia / (chiamala soul o identité)” e che il valore istintivo della persona è più della sua apparenza espressiva dettata dalle esperienze e dall’identità che ne consegue. Come a voler dire che l’intima, e potremmo dire invisibile, potenza delle parole supera la loro forma geo-linguistica e che “il suono è tutto”, non spiega l’emozione perché è già esso stesso emozione. Che restino gli altri “Ancora qui a parlarci di sentimenti / a dare spiegazioni e significati. / Le vostre storie già scartate / non sanno nemmeno di suoni…”.

Jadis, si je me souviens bien
j’ai répété aussi: il corpo
c’est une parfaite machine!
Ma questa sporca poltiglia
(chiamala soul o identité)
non è altro che se stessa.
E tu non mostrarmi più
le solite espressioni
gli sguardi e i brutti tic
del tuo hic, del loro nunc:
il tuo volto is worth
much more, davvero
molto più che solo questo.

E dicevi ancora: se non ora quando?
Forse avevi ragione ma non sapevi
e non sai che il suono è tutto
e che bisogna dire adieu a questo
sonnolento indoeuropeo – romanzo e non –
(poi a tutto quello che si porta dietro)
che mai è Stato e che ora studiamo.
Non dire più nemmeno adieu:
capirai che il suono è tutto
then, you go understand pas anymo(re).

leggi anche:

Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

“Il fantasma dentro la macchina” di A. Koestler diventa audiolibro

maxresdefault

Grazie al lavoro meritorio di Rossana Marino, il saggio di Arthur Koestler “Il fantasma dentro la macchina” è diventato un comodo audiolibro gratuito e consultabile dal pubblico interessato: sul canale YouTube che ospita le letture, ogni capitolo del libro corrisponde a una “puntata” dell’audiolettura. Di seguito si propone il primo capitolo: i successivi, di diversa durata, sono elencati nel canale e facilmente riproducibili.

Nel ringraziare Rossana Marino per questa iniziativa che le fa onore, vi auguro buon ascolto… in attesa di una ri-edizione italiana di questo importantissimo scritto (attualmente ancora fuori catalogo e quindi non disponibile sul mercato editoriale!) che, oltre a essere fonte di complesse e inesauribili riflessioni biologico-filosofiche, è stato e sarà istigatore di altre idee e creazioni artistiche…

Dodecalogo del recensore (di poesia)

241471218_2974137272829418_8838511836957472965_n

  1. Lasciate “decantare” il pacco postale contenente il libro: l’impetuosità non è da recensore freddo, scientifico e imparziale, e fa scrivere sciocchezze; a volte le scrive anche quand’è freddo, scientifico e imparziale, ma questa è un’altra storia…
  2. Saltate prefazioni ed eventuali postfazioni: per non farvi influenzare inconsciamente e perché in teoria non si dovrebbe aver bisogno di attingere alle altrui opinioni. Vi è stato chiesto di farvene una vostra e di scriverla: l’autore – quello serio – cerca questo e ve ne sarà grato. Le leggerete solo dopo aver terminato la stesura della recensione per eliminare eventuali coincidenze con ciò che hanno già affermato prefatore e postfatore. Puntate all’originalità! A pensarci bene, saltate anche la quarta di copertina…
  3. Leggete, invece, anche già durante la stesura della recensione, la biografia dell’autore, quasi sempre accennata in una bandella del libro: vi aiuterà a interpretare da un punto di vista esistenziale alcuni passaggi del testo.
  4. Soprattutto per quanto riguarda le raccolte di poesie, leggetene una alla volta, concedendovi una pausa, facendo altro prima di ritornare sulla successiva: ogni singola lirica è un mondo a sé stante, non è parte di un melting pot poetico da leggere senza soluzione di continuità.
  5. Annotate a matita, nelle parti bianche del foglio, tutto ciò che v’interessa della poesia letta; sintetizzatene in pochi appunti – anche in una singola parola – lo spirito che la pervade, la filigrana, quello che secondo voi è il significato centrale del componimento, fosse anche solo una vostra impressione che si rivelerà errata in seguito: la poesia (così come la critica poetica) non è esattezza matematica ma è soprattutto interpretazione soggettiva, sostenuta, certo, da una conoscenza dei canoni che non deve tuttavia soffocare la voce istintiva proveniente dai versi; e senza eccedere nella soggettività, però, stravolgendo l’intento originario dell’autore. Quel che una poesia dirà a voi, non lo dirà ad altri. Il poeta saggio, che accetta il rischio di farsi leggere, lo sa. E se voi puntate a essere dei recensori trasparenti – che non seguono il già detto da altri recensori – dovrete accettare il rischio di poter male interpretare alcuni passaggi o di difendere la soggettività della vostra lettura. Spesso interpretazioni audaci o inizialmente considerate errate, vengono “riabilitate” dagli autori e considerate come interessanti punti di vista non presi in esame da loro stessi.
  6. Non annotate a penna. Il libro va rispettato: un giorno, cancellando le annotazioni a matita, potrete dare in prestito quel libro, fare bookcrossing o regalarlo a chi non conosce quell’autore. Le vostre annotazioni (nonostante il tanto decantato fascino del libro usato, scarabocchiato e maltrattato) potrebbero distrarre il futuro lettore. E poi le vostre considerazioni annotate sono come confessioni intime, su argomenti sensibili sollevati dall’autore, che non è detto faranno parte della futura recensione: lasciarle scritte sul libro che andrà in seguito tra le mani di un altro lettore è un po’ come lasciare il biglietto col numero telefonico dell’amante nella tasca dei pantaloni da lavare…
  7. Assicuratevi che una di queste annotazioni scritte nel corso della lettura abbia la forma di un possibile incipit per la recensione che scriverete.
  8. Non fissatevi solo sul mood delle singole liriche; di tanto in tanto lasciate in giro sul libro considerazioni generali sul testo come opera e sulla poetica dell’autore: le recupererete in seguito e vi serviranno per costruire la struttura portante della vostra nota critica: intorno a quell’impalcatura aggiungerete rapide pennellate sui passi che maggiormente vi hanno colpito. Alla fine della lettura, sfogliando il libro come a volerlo rileggere un’ultima volta velocemente, il libro vi parlerà! Seguite quella voce…
  9. A meno che non stiate scrivendo un saggio sulla poetica dell’autore, non dilungatevi eccessivamente: la recensione deve essere come un taglio chirurgico, profondo e convincente, ma al tempo stesso leggera e veloce. Il citazionismo deve essere funzionale alla dimostrazione di un precedente illustre che ha già esplorato determinati terreni; non eccedete in “fini diciture” da questi sommi, sia per non mettere in imbarazzo (o, peggio ancora, far esaltare ingiustificatamente) l’autore con paragoni improbabili (la citazione dovrebbe servire a creare una lontana analogia al fine di meglio far comprendere al lettore di che tipologia d’autore parliamo e non per affermare che il poeta “famoso” e il nostro… sono uguali!), sia per non perdere credibilità voi stessi in qualità di recensori. Allo stesso modo non bisognerebbe eccedere nel citare il testo dell’opera in esame: molti “recensori” con la scusa di “voler far parlare l’autore” – in realtà hanno poca voglia di lavorare e di sforzarsi per un autore che considerano minore – trascrivono sostanzialmente montagne di versi intercalando di tanto in tanto frasi “collante” per dare una ragione alla propria firma in calce alla recensione. I versi vanno citati per dimostrare le proprie affermazioni e non come arredo per raggiungere il numero di battute richieste dal capo redattore in vista del “pezzo”. Inserite, invece, alla fine della nota un’intera poesia (una sola, non mezzo libro come nelle segnalazioni che non recensiscono!) tratta dalla raccolta: il lettore si farà un’idea diretta del tipo di scrittura poetica.
  10. Rileggete più volte: smussate, levigate, aggiungete, togliete, riscrivete, se necessario rinnegate una vostra affermazione su un punto del libro… La recensione deve scivolare ed essere funzionale. Non dovete spiegare il libro: la recensione è un volo panoramico su un testo che in seguito, se il lettore vorrà, leggerà facendosi una sua opinione, caso mai sbugiardando il recensore. Seguite il vostro istinto e immortalate uno o più dettagli: per le sinossi ci sono gli editori, e i redattori editoriali, che devono preoccuparsi di vendere le copie. Non voi.
  11. Non fate rileggere la vostra recensione all’autore prima della pubblicazione: è una recensione, non un concordato. Se l’autore non gradirà qualche passaggio, beh… pazienza! L’errata corrige solo per insormontabili castronerie da voi pronunciate.
  12. Se un libro non vi piace e non ispira considerazioni positive, non scrivetene. È troppo facile e anche piuttosto malignamente gustoso elencare quelle che per voi sono le negatività di un testo. Molto più difficile essere equilibrati e giusti nell’evidenziare il bello. Quando c’è. L’autore intelligente non insisterà nel chiedere la vostra valutazione: sarebbe come andare a controllare da vicino perché un botto inesploso di capodanno non abbia fatto ancora BOOOM! Meglio girare a largo e conservare le dita per continuare a scrivere…

Continua a leggere “Dodecalogo del recensore (di poesia)”

Nota a “Extrema ratio” di Maria Teresa Infante

IMG_20210903_133309

saremo versi sciolti fino a morte”  (pag. 79)

Straordinaria è la ricchezza di immagini che la poesia di Maria Teresa Infante offre al lettore. Si avverte la sensazione costante di stare in bilico tra il quotidiano e l’infinito; i versi, congegni meccanici le cui componenti piacevolmente stridono a causa di accostamenti catartici e quindi liberatori: bisogna attendere la fine della lirica per sapere a quale insegnamento condurranno. Nulla è spiegato perché “dico di cose / che plasmo a mente / a mente vorrei tenerle / dico cose che non comprendo / mentre vorrei saperle”, ma la poesia non sa, ‘semplicemente’ capta e tenta archiviazioni: in questi versi s’intravede una dichiarazione di poetica. Fare poesia, pur essendo una funzione vitale (“si dà di matto / se rimani a terra”), non sempre è sufficiente: “un po’ d’inchiostro non è mai abbastanza”. La poesia, in questo caso altamente simbolica, è anche invocazione a chiedere presenze, ritorni e risposte, che quasi mai arrivano a completare il sapere ma allargano ulteriormente l’area della ricerca oltre le possibilità della ragione. Nonostante i dolori della vita e il tempo trascorso in maniera inesorabile, si resta fermi al proprio posto, per passione o caparbietà, in attesa che il peggio passi. Ci si consola osservando la foglia accartocciata di montaliana memoria e cogliendo il suo muto messaggio, perché “Anche le foglie hanno le ossa rotte”.

Immagini da un processo di evoluzione interiore non facile o scontato, e da un “elogio della fuga”: solo al ritorno si riconoscono le funzioni dei luoghi, il valore delle persone e dei personaggi, la necessità di una poetica dell’abbandono. Condizioni personali che hanno radici maledettamente salde nel passato: “i piani di fuga fanno cerchio / imprigionano cose vecchie”. Si diceva all’inizio, si passa dal quotidiano all’infinito in un attimo che stupisce e lascia senza fiato, soprattutto grazie a un’inventiva linguistica che in molti punti positivamente spiazza per le acrobazie mentali proposte e le immagini surreali prodotte: mentre crediamo di seguire un fatto minimo, casalingo, che riguarda il corpo finito, ecco aprirsi sotto i piedi del lettore un varco sull’abisso, una botola su un maelstrom psicologico e mnemonico, drastico e fantastico al contempo. E tutto diventa instabile, insicuro, da rivalutare…

Continua a leggere “Nota a “Extrema ratio” di Maria Teresa Infante”

Nota a “Poesie future” di Carla Malerba

IMG_20210822_171319

Quella di Carla Malerba è una poesia delicata e lineare, ma possente come un fiore di roccia, che nasconde con semplicità dolori (e gioie) addolciti dal tempo e dalla scelta di un linguaggio chiaro. È una poesia in viaggio e che si nutre di viaggio: si muove dal passato per andare incontro a futuri ritorni o a quelli già vissuti e in corso. Viaggiare significa anche provare un necessario straniamento (e sperimentare l’irraggiungibilità dell'”essenza dell’anima mia”) che servirà al poeta per trovare le parole più profonde e intime; il mare, forse più del verso libero, rende liberi da perversioni rimate: la vita deve essere descritta così come appare sullo schermo del nostro andare puro. Il non sentirsi parte di alcun luogo è il vantaggio travestito da disagio di chi ha ricevuto un imprinting esistenziale che noi, seduti da quest’altra parte, potremmo definire “originale” (“… Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale, a Tripoli, e dal 1970 risiede in Italia…”). A farci comprendere certe originalità interverranno una solitudine fatta di luce, “aria senza vento”, spazi aperti… al punto da imparare a coltivare una speranza persino in tempi aridi; senza mai perdere di vista la condizione “privilegiata” dell’essere sospesi: che è uno stato dolce e piacevole anche se apre, forse, a domande dolorose e infinite, a volte senza risposta. L’esperienza, che induce a vedere il vero nudo e crudo anche in momenti genuinamente romantici, osserva con un disincanto mai definitivo le verdi convinzioni degli amori giovanili (“Pensano che sappia di panna / la luna”).

È una poesia delicata e schietta ma che difende – come ogni poeta autentico sa di dover fare – un salvifico non detto: questo prezioso balsamo poetico che non serve a creare un inutile mistero, ma molto più semplicemente è necessario a trasportare verso altre dimensioni sensazioni non svendibili sul bancone dell’ovvio e del dicibile (“… e cerco / la parola che non dica”). Così come da difendere sono i segni della presenza nell’assenza che ferisce, le orme di una vita oltre la morte, quella che non vediamo ma sappiamo esserci seguendo le tracce lasciate lungo il cammino, e che diventano doni.

Continua a leggere “Nota a “Poesie future” di Carla Malerba”

Nota a “Pomeriggi perduti” su Atelier

atelier fiori

È stata pubblicata sul sito della rivista “Atelier” una nota di lettura alla raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma di Antonio Fiori.

“… Le poesie sono settanta, senza suddivisione in sezioni, e s’ergono improvvise, ora palesemente evocative ora ammonitrici, talvolta venate d’ironia. Stefano Serri parla di ‘viaggio multiforme’ e sottolinea la precisione lessicale della poesia di Michele Nigro, ma ci segnala anche che il poeta non pretende il controllo spasmodico su oggetti e avvenimenti…” (Antonio Fiori)

Per leggere l’intera nota: qui!

versione pdf: Antonio Fiori su Pomeriggi perduti, per Atelier

Poesia e comicità

xmyeD6f
Poesia e comicità hanno (almeno) due aspetti in comune: le pause e il non detto. La pausa in poesia può essere realizzata con vari strumenti testuali e visivi, oltre che con la più scontata punteggiatura; il comico (quello autentico, non necessariamente volgare, che non usa tante parole per stupire e strappare una risata artificiosa) utilizza le pause per dare il tempo a chi ascolta di realizzare nella propria mente la fine della battuta (o l’immagine di questa), innescando la risata.
L’altro aspetto è il “non detto”: per il comico corrisponde a ciò che ha lasciato sottintendere grazie alla pausa; per il poeta è l’indicibile insito nel poetare, anche quando questo è lineare, prosaico: ma è un indicibile che viene comunque “detto”, in un altro modo, sfruttando frequenze non esplicite. Non è un sottinteso che ammicca a una conseguenza logica, che cerca un risultato tangibile sul volto dello spettatore, ma è un dire altro, un dire che non fa ridere nell’immediato ma porta lontano, a volte non soddisfa e non sazia, non innesca quella risata derivante dal gioco alchemico esistente tra la “principale” e la “subordinata” della battuta comica. La vera comicità, come la vera poesia, fa breccia grazie alle sfumature, ai gesti quasi impercettibili, ai velati rimandi, e non allo “spiegato”, all’esplicito, anche se i due linguaggi – quello comico e quello poetico – sono totalmente differenti, lontani, apparentemente inconciliabili. Il poeta non si preoccupa di “farsi capire” dal lettore, pur essendo comprensibile, così come il comico non dovrebbe tirare fuori la risata allo spettatore con delle forzature, dei facili trucchetti per provocare un’ilarità/fiammata che fa molta luce ma dura poco: il tempo di giungere a casa e la battuta che ci ha fatto ridere a crepapelle in teatro, ripensandola, non ci fa più ridere, è andata a finire già nel dimenticatoio, nel cimitero delle stupidaggini. La parola è importante, ma non è poi così importante, anche se è quella che alla fine vediamo stampata nel libro di poesie o nel copione del comico: intorno a essa giocano una partita fondamentale la musicalità, l’immaginazione provocata dal verso, il tono che il componimento ha nell’insieme o i cambi di tono a seconda delle varie fasi di cui è composta una poesia (vale anche quando la leggiamo da soli nella nostra mente); e nel caso del comico, la gestualità, persino quella microscopica, la presenza di scena, la mimica facciale, il movimento dell’attore sincronizzato al testo, in poche parole la recitazione che è diversa dagli altri tipi di recitazione. Per entrambe queste arti, la “genialità”: non quella folle, sopravvalutata nei film, abbinata al disordine, ma quella che produce originalità, trasversalità, idee che disarmano.  
 
 
versione pdf: Poesia e comicità
 

“Il professore e il pazzo…” su Pangea.news

professore e pazzo pangea

Il mio articolo “Il professore e il pazzo, passando per De André…” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Femminismo e linguistica

venezi-U46000298221508cSB-U460801707552590U4B-1224x916@CorriereFiorentino-Web-Firenze-593x443

Non sempre femminismo e linguistica si sposano in maniera ottimale; il recente “caso sanremese” di Beatrice Venezi (nella foto) – la cosa curiosa e “magica” del festival di Sanremo è che ti raggiunge con i “casi suoi” anche se non lo segui e ti fai i casi tuoi – ha evidenziato ancora una volta la profonda divisione esistente in seno al movimento femminista (per fortuna non basta essere donne per farne parte d’ufficio, ma c’è chi continua a ragionare col proprio cervello!) su questioni di natura boldriniana e quindi inutili, che al confronto le spaccature della sinistra politica sono microlesioni impercettibili. Questioni su cui si fiondano, come mosche sugli escrementi, personaggi del calibro della Meloni che, al pari della Boldrini ma sul versante opposto, è capace di ideologizzare e trasformare in caciara politica persino una diatriba linguistica televisiva.
La bella “addetta alla direzione orchestrale” (con questo stratagemma acrobatico cercherò per ora di salvarmi dagli anatemi di chi vorrebbe uno schierarsi immediato a favore del termine “direttore” o “direttrice”) ha osato ribadire la sua preferenza per il termine “direttore” applicato a un corpo e a una personalità che di maschile, per la gioia della nostra vista, ha ben poco. Anzi la Venezi – che vorrei proprio vedere (Bioscalin a parte!) se non fosse consapevole di essere bella! – in più di un’occasione ha “usato” il proprio aspetto in maniera complementare a una professionalità che non ha avuto certo bisogno di aiutini estetici per affermarsi.

Continua a leggere “Femminismo e linguistica”

Fravecare e sfravecare in scrittura

Maurer_1880

Devo ammettere che non mi è capitato quasi mai, anzi sicuramente mai, di utilizzare il “colorito locale”, certe espressioni dialettali della regione in cui sono nato e vivo, nei miei scritti qui sul blog o altrove. Non per una questione di snobismo linguistico, di pudore antiprovincialistico, anche perché considero la lingua napoletana ricca, interessante e “internazionale”, ma più per una semplice mancanza di occasioni.

C’è un bellissimo detto della mia terra che recita così: “Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo” ovvero “Chi fa e disfa, non perde mai tempo”. Chi si dà da fare, anche rifacendo percorsi per ricominciare daccapo, per ridarsi un nuovo inizio dal punto di vista esistenziale (Koestler parlava, dal punto di vista evoluzionistico, di un “rinculare per saltare”, di involvere per cambiare), vuole dimostrare che il proprio impegno è serio, autocritico, profondo, strutturato; che si intende giungere al termine dell’opera (qualunque essa sia) nel migliore dei modi, non raffazzonando una forma a caso ma esigendo da sé stessi un prodotto finale all’altezza della domanda (propria o di altri). Occorre molta pazienza sia per fravecare che per sfravecare, anzi direi di più nella fase altamente critica della sfravecatura, quando è richiesta una decostruzione ragionata del proprio operato, quando sarebbe fin troppo facile deprimersi, gettare la famigerata spugna, mandare al diavolo l’idea che inizialmente ci era sembrata favolosa e agevole da realizzare.

Si potrebbe applicare lo stesso aforisma anche alla scrittura? Direi che l’attività scritturale si presta, o dovrebbe prestarsi, in maniera naturale, fisiologica, al concetto dinamico di fravecatura e sfravecatura: bisogna nutrire fortissimi dubbi − e a volte si nota già la sua debolezza durante la lettura, senza dover compiere ulteriori indagini – dinanzi a uno scritto che non ha subìto un’azione, anche violenta e destrutturante, di sfravecatura, soprattutto quando ciò non avviene in itinere ovvero quando sembrerebbe che si sia giunti a un buon punto e che l’opera sia ormai in discesa verso un’ipotetica fine. È proprio quando ci si rilassa, quando lasciamo fare tutto il lavoro alla gravità, pensando che il testo sia compiuto e pronto per la pubblicazione, che il dubbio sfravecante dovrebbe insinuarsi in maniera proficua nella mente dello scrivente. Ma l’autocritica, lo sappiamo, è una pratica difficile da applicare: occorre sviluppare un “terzo occhio critico” capace, anche a distanza di tempo (la decantazione è uno dei più importanti “fattori sfravecanti”), di individuare i punti deboli di un testo, i suoi errori, le incongruenze, le parti da disfare, da sfravecare appunto, da migliorare, da eliminare, da aggiungere, da smontare per vedere come sono fatte dentro, come quando da bambini smontavamo i giocattoli per vedere come erano organizzati al loro interno, come funzionavano, quali segreti nascondevano, quali deludenti retroscena meccanici erano occultati nelle loro viscere…

Continua a leggere “Fravecare e sfravecare in scrittura”