“Un’immagine vale davvero più di mille parole?” di Doriano Zurlo (29/05/2019) – Vita.it

Da un interessante articolo di Doriano Zurlo è nata questa mia breve riflessione, pubblicata dapprima sui social

Prima leggete il post di Zurlo, qui!

 

A seguire, il mio commento:

“Un articolo interessante di Doriano Zurlo​ che invito tutti a leggere e che mette sulla tavola tanti temi da poter/dover sviluppare in separata sede; tematiche riguardanti la linguistica, la fisiologia della percezione… Oserei dire persino la poesia. Avrei voluto commentare sul sito ma non si può, lo faccio qui.

Tenterò di sbrogliare la questione cardine dell’articolo dicendo laconicamente che LA PAROLA È IMMAGINE: facendo svanire apparentemente il problema della parola che avrebbe superato l’immagine. Dicendo che la parola è immagine andiamo a demolire la classifica esistente tra i due mezzi. O almeno credo.

Anni fa scrissi un articolo riguardante le immagini dell’11 settembre a New York in cui ipotizzavo un pericolo inverso, ovvero che l’immagine inflazionata (e ritrasmessa in loop) degli aerei mentre si schiantano nelle Torri Gemelle potesse disattivare il significato delle parole, dei fatti, delle argomentazioni. Può essere?

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Geoneurolinguistica

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“Geoneurolinguistica” ovvero di come il nostro modo di scrivere sia influenzato in maniera più o meno percettibile dal luogo in cui scriviamo (e non parlo di quiete e silenzio, necessari per concentrarsi): esistono influenze creative, al limite della spiritualità, che cambiano a seconda del posto, delle nostre esperienze passate che lo “impregnano” al di là dei semplici ricordi coscienti, del significato a volte occulto che lo caratterizza. Durante i periodici “ritorni” ci accorgiamo di ri-agganciare le vibrazioni di quel luogo e quando ripartiamo sentiamo come una sorta di “strappo” energetico non legato a un puro sentimentalismo o una nostalgia da distacco.

In realtà lo stesso concetto andrebbe esteso anche alle letture: ci sono libri che possiamo o vogliamo leggere solo in determinati luoghi e di fatto restano a guardia di tempi paralleli, dopo aver chiuso la porta dell’angolo dimensionale in questione, a presidiare discorsi lasciati in sospeso con noi stessi; libri che ci “aspettano” pazienti per essere finiti… Libri legati a spazi precisi, case, paesi, angoli geografici, energie non ben definite che rasentano la credenza religiosa o, se volete, la magia. Ambienti che accolgono e abbracciano certi libri e il loro senso, e ci aiutano ad attraversarli meglio di come potremmo fare altrove. Questa è geobibliofilia: amore per libri sposati (per loro natura o perché siamo noi a unirli in base a motivazioni personali dimostrabili ma non cedibili a terzi) a un determinato territorio o luogo familiare.
È vero, potrebbero essere letti ovunque (registrati attraverso gli occhi e il nervo ottico), ma con effetti blandi su cervello e cuore, perdendo un certo potenziale evocativo ispirato dai luoghi in cui determinati libri dovrebbero essere letti. Non vale per tutti i libri: ci sono testi cosmopoliti (la stragrande maggioranza dei libri oggi in circolazione è così), resi leggeri e “trasportabili” – riferendomi alle implicazioni argomentative e non all’oggetto-libro in sé – in ogni dove grazie a un’opera di omogeneizzazione da parte del marketing. E mi va bene! La “geolocalizzazione” del senso di un libro è un fatto del tutto personale…

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Educazione alla distanza

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I linguaggi calcistici
da bar social
sottolineano le distanze
di spazio e tempo.

Gli articoli new age
sui ladri d’energia
suggellano in silenzio
le felici solitudini
conquistate negli anni.

Fu solo per lasciare
una traccia farabutta
che ho venduto versi
al mercato delle parole.

In paziente attesa
della nave per Israele,
restammo sospesi a Napoli
tra gli zaini pronti e
la voglia di partire,
consumando ore vuote d’estate, caffè
e würstel di sottomarca.

Già non temevo il mare di notte
il limbo dell’inappartenenza
e quel solingo distanziarsi
dal mondo conosciuto a forza.

“Il professore e il pazzo”, passando per De André…

La parola non può essere imprigionata. Essa appartiene a tutti: all’uomo ordinario, socialmente inquadrato e all’individuo geniale, disadattato e maledetto. Possiamo ricercare in maniera certosina e scientifica le sue origini etimologiche e ripercorrere filologicamente la sua evoluzione storica nei secoli, possiamo setacciare le citazioni letterarie che la contengono come i cercatori cercavano pagliuzze d’oro setacciando la sabbia dei fiumi, ma ritorna ad essere parola viva nel presente, nel nostro quotidiano, solo quando interagisce con la materia pulsante dell’esistenza, con gli elementi concreti a cui è legata per un’antica convenzione, solo quando diventa linguaggio reale per redenzioni, rinascite sentimentali e impensabili perdoni…

È taumaturgica. La parola guarisce, lentamente, come medicina che penetra nell’anima: ogni fonema è una molecola di farmaco che entra nella cellula malata per ristrutturarla e ripensarla. Per renderla di nuovo disponibile all’amore e alla vita. I contenitori di questo farmaco miracoloso sono i libri, ma anche certi fogli inediti imbrattati di pensiero mandati in giro a trasmettere idee o a donare tasselli per un lavoro immane e apparentemente infinito. 

La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene.

Solo la “pazzia”, termine il cui significato – almeno oggi, grazie alle battaglie di uomini visionari come Franco Basaglia e altri – ha fortunatamente margini labili ed elastici e non più così netti come in passato, può creare dei corto circuiti creativi che in soggetti normali vengono definiti “geniali”: si ripropone ancora una volta l’eterno confine tra genialità e follia. A definire tale confine ci pensano certi schemi mentali e i pregiudizi a essi collegati ed ereditati per convenienza sociale.

Il nozionismo, la preparazione accademica, l’ordine conoscitivo delle cose, l’approccio scientifico al sapere, l’anatomia del significante attraverso il tempo, rappresentano la base, l’humus necessario per dare vita a solide creazioni che sopravvivono agli anni; ma giustamente c’è chi ha paragonato l’atto poetico a una forma di autismo, e certi istinti non si conquistano attraverso titoli accademici. La “pazzia” fa perdere i freni inibitori della lingua (che non significa straparlare ma collegare significati in maniera trasversale), trasforma un’impresa impossibile per menti ordinarie in gioco salvifico, apre canali comunicativi altrimenti inesplorabili (tutto è incomprensibilmente più chiaro e interconnesso, si ha una visione limpida dell’insieme), rende possibile l’unione tra concetti apparentemente inconciliabili creando bellezza. Non tutti sanno riconoscere il bello creato in questo modo, non tutti accettano i processi creativi che si discostano dall’ordinario: si bada più alla forma non sconveniente che all’efficacia finale del contenuto. Meglio, quindi, tenere nascosta la componente folle di un successo, meglio non rendere pubblici un nome e un cognome che potrebbero mettere in imbarazzo l’istituzione e la sua élite. 

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Lost afternoons, alcuni “Pomeriggi perduti” tradotti da Gray Sutherland

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Su Iris News una bellissima versione inglese di alcune poesie da “Pomeriggi perduti” a cura del poeta e traduttore canadese Gray Sutherland. Interessante ed emozionante, come accaduto anche con la versione in spagnolo, leggersi in un linguaggio e con un ritmo differenti dall’originale. Un grazie particolare a Chiara De Luca per aver fatto incontrare le mie poesie con Gray Sutherland.

Lost afternoons è anche il titolo dato, in tempi non sospetti, alla foto di testata di questo blog: quella del “tramonto nuvoloso con antenna”, per intenderci!

A selection of poems from Michele Nigro’s poetry collection “Pomeriggi perduti” [Lost Afternoons], wonderfully translated by Gray Sutherland.

Per leggere la selezione tradotta, qui!

One Centigrade (Grado Celsius)

With the coming of the first
night-time warmth
through the open window
street scares reach up to me.
Someone bumming down the alleys
moans a lament, “Mom, mom!”
life withdrawal symptoms
a sleepless siren among my dreams
desperate bell chimes
heatwave shindigs
and easy knives.

I love the cold that calms everything
under a motionless veil
raunchy molecules cool down,
I look for the winter that hushes
like a strict teacher
the chilly pains of the world.

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Queste parole sono la mia terra

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Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me.

(“This Land Is Your Land”, Woody Guthrie)

 

Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’intervista, all’indomani della pubblicazione della mia raccolta “Nessuno nasce pulito”, adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Quasi una pacifica (e ossimorica) dichiarazione di guerra a un territorio invisibile, popolato da lettori e critici invisibili, presenti o futuri, vicini o lontani, non importava. Una dichiarazione preventiva, pur in assenza di detrattori ufficiali, ma necessaria, programmatica, un manifesto assertivo valido per tutti i tempi, scritto più per me stesso che per gli altri.

In seguito, leggendo finalmente “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, ho, in più punti del celebre epistolario, individuato stralci di saggezza e benevoli consigli paterni (e mai paternalistici) indirizzati a Franz Xaver Kappus, che riprendevano in maniera decisamente più esaustiva la mia acerba dichiarazione di assertività.

Il frenetico bisogno di consenso che emerge agli esordi, l’inutile necessità di combattere i detrattori (solo dopo si comprende che è inutile e distraente), l’energia mentale, che dovrebbe essere impiegata sapientemente in una privata ricerca poetica, sprecata in tediose ed esasperanti battaglie sociali (o social, visti i tempi e le mode comunicative): tutti questi fattori di tensione rappresentano veri e propri veleni per l’anima. Oltre che un’irreparabile perdita di tempo.

Scrive Rilke: <<Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico…>> soprattutto se questa, come dirà in seguito, <<nasce da necessità>>. L’urgenza meditata, e non il dilettante autocompiacimento rilassato o lo sfogo amoristico, imprime quasi sempre bontà nell’opera: questo accade perché nell’urgenza, spesso dignitosamente dolorosa o comunque non vissuta con piglio hobbistico ma con un responsabile impegno verso se stesso e il mondo, il poeta è più vero, trasparente, naturale come il suo dolore (o la sua gioia), il suo linguaggio è più asciutto ma mai freddo e sterile, e non inquinato da tecnicismi accademici o razionali barocchismi per stupire, il suo pensiero è destrutturato, diretto, efficace, lontano da scuole o manifesti letterari ufficiali.

E ancora, ribadendo l’elogio dell’inutilità degli altri nella critica poetica: <<… Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato [l’infanzia, ndb]; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita…>>

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“Pomeriggi perduti” e le Edizioni Kolibris

Gentile Michele,

ho letto subito i suoi Pomeriggi perduti, per poi rileggerli a freddo a distanza di un po’ di tempo. L’ho trovato un libro molto solido e coeso, pervaso da un ritmo uniforme, senza cedimenti, dalla prima all’ultima poesia. Non una raccolta, ma un viaggio di cui ogni poesia è una tappa. (Trovo che chi scrive anche romanzi e racconti abbia spesso una marcia in più anche nella strutturazione di un libro di poesia, in cui personalmente cerco sempre una storia, un leitmotiv, una coerenza narrativa, la resistenza del maratoneta della parola). 

Anche la lingua mi ha molto convinta, per la sua cifra personale, che la rende distinguibile tra molti (cosa ormai rara). Il verso è teso, asciutto, efficace, senza autocompiacimento o sentimentalismi, anche nel dolore o nella solitudine, e senza artifici e sfoggi di letterarietà eccessiva.

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