Carpere diem

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Se l’obbedienza è dignità, fortezza
La libertà una forma di disciplina”
All’inizio non ci volevo credere quando gli “esperti” in tv e sulla carta stampata annunciavano, in tempi non sospetti, prima ancora dell’inizio della “liberazione vaccinale” realizzata in queste settimane e che sembra avanzare spedita verso un “risorgimento immunitario”, che il post-covid sarebbe stato caratterizzato a livello psicologico da una sorta di “limbo decisionale”: della serie, anche quando saremo quasi tutti vaccinati e avremo, forse, raggiunto la tanto leggendaria immunità di gregge, vivremo un periodo di “auto-lockdown” nonostante i cancelli delle gabbie aperti da un bel po’. Saremo come quei cani che abbaiano da dietro il cancello fino a quando però il cancello è chiuso; una volta spalancato, con tutta la libertà di mordere sbattuta in faccia, si diventa buoni, mansueti, diplomatici: si pianifica con calma il morso da dare. Tanto c’è tempo. Sarà l’espressione di un “gene inibitorio” rimpolpato dalla clausura, nutrito a pizza e streaming. La “glocal culture”, che a me piace, sarà la sua giustificazione filosofica: un riscoperto “localismo” per non allontanarsi troppo da casa, così come quando si sceglie il lato del letto matrimoniale più vicino al bagno, in caso di urgenze fisiologiche.
Sicuramente non sarà così per tutti, molti stanno pronti e scattanti sulla linea di partenza da mesi e quando il mossiere sparerà il colpo non si faranno pregare due volte prima di ritornare in pista a 100 all’ora.
Per alcuni ci sarà un attimo di indecisione prima di lanciarsi col paracadute nei cieli liberi del “dove si va?”; sarà l’improvviso eccesso di zona bianca che, abbagliandoci, ci travolgerà e che all’inizio sembrerà ingestibile, abituati al buio della quarantena che protegge e delle regioni colorate che intralciano la carriera del virus.
E le notizie di mezzi di trasporto mal gestiti e che addirittura uccidono, certamente non aiutano il ri-lancio; nei ritorni alla normalità di movimento – dopo mesi di immobilismo – molti cercheranno con rabbia e avidità di arraffare tutto il guadagno non fatto, “arronzeranno” sulla manutenzione e sulla qualità di un turismo che ha bisogno sì di ripartire ma di riprendere quota rispettando la qualità (e la sicurezza). L’immoralità di pochi si ripercuoterà sulla ripresa di tutti (e sulla vita di alcuni).
Ma neanche queste tristi notizie, per fortuna nostra e degli operatori, ci bloccheranno a terra: ripartiremo prendendo tutti i mezzi di trasporto che l’invenzione umana ha messo a disposizione per la gloria della specie e non per la sua morte, con la voglia di esplorare, e sarà bellissimo.
C’inventeremo mille pigrizie per non ripartire ma alla fine, come accade da millenni dopo una batosta, ripartiremo. Torneremo a gustare il senso del carpe diem, dell’occasione da non perdere, da agguantare perché il tempo fugge.
E allora carpelo, carpelo santiddio, sto cazzo di diem!

Le idee sono finite

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Passeggiando nell’imbuto delle soluzioni
si restringe giorno dopo giorno
lo spazio d’azione.

Panchine fredde sotto la luna
e tavoli felici dall’altra parte del vetro,
i quartieri periferici del sabato
tentano esperimenti di ripresa sull’umanità.

Tra rigurgiti di passato
s’insinuano, esibite con un finto orgoglio
le capitali solitarie dei viaggi per dimenticare.
Tempeste cerebrali in cerca di finali romanzati
agitano i chupito notturni dei capitoli già scritti,
mentre latita dall’orizzonte degli eventi reali
un meritato spiraglio sulla semplicità.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“Losing my religion”, R.E.M.

Nota a “Pomeriggi perduti” su Atelier

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È stata pubblicata sul sito della rivista “Atelier” una nota di lettura alla raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma di Antonio Fiori.

“… Le poesie sono settanta, senza suddivisione in sezioni, e s’ergono improvvise, ora palesemente evocative ora ammonitrici, talvolta venate d’ironia. Stefano Serri parla di ‘viaggio multiforme’ e sottolinea la precisione lessicale della poesia di Michele Nigro, ma ci segnala anche che il poeta non pretende il controllo spasmodico su oggetti e avvenimenti…” (Antonio Fiori)

Per leggere l’intera nota: qui!

“Xavier de Maistre e i nuovi zombi” su Pangea.news

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Il mio articolo “Xavier de Maistre e i nuovi zombi” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Indiana Jones e l'”approccio americano” dalla geopolitica all’archeologia

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Chi non vorrebbe vivere una vita come quella di Indiana Jones? Avventurosa, culturalmente interessante, sessualmente soddisfacente e al tempo stesso indipendente, geograficamente movimentata, appagante dal punto di vista professionale e universitario? Lo so, è un archeologo immaginario, un parto della mente di quel genio prolifico che risponde al nome di George Lucas (e della regia altrettanto geniale di Steven Spielberg), e come ho avuto modo di ribadire per quanto riguarda i supereroi, nel post dedicato a Joker, e alla loro improbabile esistenza nel mondo reale, la stessa cosa dirò riferendomi al nostro archeologo giramondo: è molto improbabile che tutte queste virtù – “immortalità”, capacità di sopravvivere a situazioni intricate, sapienza da bibliotecario mista a un atletismo che rasenta l’autodistruzione adolescenziale, fortuna con le donne, tempismo sfacciato, ecc. – si materializzino in un’unica persona. Eppure dietro l’ovvia irrealtà del personaggio si cela una certa “americanità” che invece è realissima e storicamente documentata. Il modo in cui Indiana Jones approccia alla risoluzione dei problemi che incontra nel corso delle sue avventure è tipicamente americano, anzi sarebbe più corretto dire “statunitense”. Indiana Jones parte dal presupposto che per uno statunitense il mondo sia come la tavola di un immenso gioco di ruolo privo di regole in cui muoversi senza chiedere il permesso a nessuno, senza tenere conto delle leggi locali… Tutto sembra facile e aperto nel mondo di Jones, nonostante le fatiche delle sue gesta. L’importante è raggiungere il proprio obiettivo, agguantare l’oggetto prezioso che ha innescato l’impegnativa quest, in nome di un bene comune internazionale. In questo gli statunitensi sono bravi: far passare per battaglia universalmente necessaria, un qualcosa che interessa solo l’America, la sua gloria o quella di un suo singolo cittadino, la sua ricchezza museale, come in questo caso.

Indiana Jones apre porte, si cala con delle funi in meandri, sfonda pareti, s’arrampica in proprietà private, ammazza e insegue (o si fa inseguire da) i cattivi usando – rubandoli – tutti i mezzi (terrestri, acquatici e aerei) che trova a portata di mano, profana catacombe e città sepolte, usa femori di scheletri per fabbricare torce, danneggia pavimenti a martellate, deturpa monumenti in paesi stranieri (Italia compresa: vedi Venezia), agguanta, rubacchia, scippa, incendia per sbaglio, depreda, così come fanno i suoi avversari, però a fin di bene, sgraffigna, rimuove, dissacra, gratta via, sfregia se necessario, causa crolli, altera l’equilibrio di luoghi delicati che erano rimasti in santa pace fino al suo arrivo…

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Scherzosi viaggi

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Ho dato una botta a Sereni
e un’altra a Toma
per superar odi e veleni
e i mesi in coma.

Non mi solleva Manganelli
o l’ode a Ferlinghetti
ho perso i versi quelli belli
ma spuntano i mughetti.

Dov’è l’onesto Saba
e il viaggiatore Gatto?
Diretti già alla Caba
in compagnia d’un matto.

Montale e il buon Pessoa
insieme a Majakovskij
un giro di canoa
e respiriam nei boschi.

Con Milton e Neruda
non tutto è già perduto
meglio una donna nuda
che un capo ormai canuto.

(ph M.Nigro©2021)

Sole d’Atene

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Sarebbe una luce diversa
quella su Atene
sul ponte di salsedine
e sudore, di una nave
se avessi il coraggio
di salpare al tramonto.

Perduto è ormai
l’ingenuo scatto
come di acerbi soldati turisti
che non sanno della morte
imbarcati, diretti al fronte
dello spasso rubato,

solo ricordi e disincanto
sui conosciuti mari
del passato
che tenta un ritorno
all’origine del tutto.

Happy birthday White Duke

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Wall

Muro di capricci politici e divisioni studiate
di famiglie separate nella notte, cemento di stato
padre a est, madre a ovest, speranza senza bussola
una mano tra il filo spinato saluta lontano
non lascia tracce sulla sabbia rastrellata,
muro di fredde guerre
da riscaldare al sole mortale dell’atomo.

Muro contro muro
abbattuti da fallimenti ideologici
e da colori ragazzi
mescolati dai fari assassini
di sentinelle devote,
da traballanti economie
e lunghe file per l’aria.

Un tricolore francese
su vecchie mura nemiche
e un leitmotiv marsigliese
segnano nuovi giorni
di dolore e sangue,
e nuovi mattoni
per moderne paure
a oriente del progresso.

Pensieri ribelli dipinti
e lasciati fiorire sul muro del potere,
da luogo bizzarro della storia
a meta turistica.
Un filo d’umana follia
unisce le diverse forme
dell’assurdo
tra un selfie e un currywurst.

(Berlino, 13 novembre 2015)

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Red zone

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Cambiano colori e sfumature
a quest’arcobaleno nazionale
prima della nascita dell’unto,
apocalittici e disintegrati
tra mancate reunion, vite a punti.

Non mi agito dinanzi al presepe deserto
resto immobile, ma più vivo di voi,
da eoni oramai cuore e mente
sono nella rossa zona dell’insondabile.

“In viaggio”, CSI (Ko de mondo, 1994)

Distant Worlds: omaggio terrestre ai Mondi lontanissimi di Franco Battiato

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Distant Worlds

Mondi diversi, lontanissimi
eppure vicini si sfiorano, lembi casuali
in ognuno una lingua astrusa
barriera cortese contro
accidentali diluizioni.
Esperienze culturali,
vibrazioni opposte come voci
risalenti da folle di mercato.

Incontri comici, a volte
poi ritornano a reggere, paralleli
il proprio angolo di universo
credendosi centro, verità unica
in storie impermanenti.

Un cielo materno
punteggiato di ali
accoglie le invisibili rotte
di razze e destini astrali.

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