L’eclissi

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L’eclissi 

Ékleipsis[1]

  

“Buongiorno a tutti gli amici ascoltatori sintonizzati sulle frequenze di Radio Halley che vi trasmette il meglio della musica dalla caldissima Napoli… Oggi è l’11 Agosto 1999… mi dispiace per quelli che sono rimasti in città, ma questa temperatura tropicale non scenderà fino al prossimo martedì…!” – informava sadicamente lo speaker nell’introdurre il suo programma musicale, mentre un condizionatore d’aria puntato dritto in faccia lo predisponeva a sinusiti invernali.

Già da un’ora Niccolò era salito sul campanile della chiesa di San Sebastiano al Vesuvio e, dopo aver sintonizzato la radiolina, si diede da fare per allestire una base d’appoggio per la sua videocamera. La batteria era carica e il quadratino di lastra radiografica, ritagliato per l’occasione da un vecchio rx toracico della nonna, era stato fissato con del nastro adesivo sull’obiettivo. Una precauzione necessaria perché questa volta non si trattava della solita “prima comunione” o di un tipico matrimonio estivo al Sud, ma Niccolò stava preparando la ripresa di uno degli eventi astronomici più interessanti di quel “fin de siècle” tanto atteso da programmatori di computer e astrologi catastrofisti.

La lente della videopostazione casereccia era stata puntata verso il dio Ra, meglio conosciuto come la stella Sole, e Niccolò attendeva fedele l’inizio delle danze cosmiche. Stava per assistere all’ultima eclissi solare del ventesimo secolo e la prossima sarebbe stata troppo lontana nel tempo per fare ottimistiche previsioni mediche su di una sua futura presenza fisica.

“Non è possibile perdere un autobus che ripassa dopo ottant’anni!” – pensò Niccolò sarcasticamente. Di tanto in tanto, affacciandosi dal campanile sulle strade calde e vuote, Niccolò contemplava la desertica solitudine in cui si era andato a impelagare quella mattina a causa dei suoi folli interessi astronomici. Mentre il novantanove per cento della popolazione si trovava al mare, lui cercava di puntare la sua insignificante videocamerina verso uno dei reattori nucleari più potenti dell’universo.

“Non sto bene mentalmente!” – pensava con ironia di se stesso in quei momenti. E l’insolazione che di lì a poco si sarebbe procurato, avrebbe peggiorato le sue condizioni psicologiche già precarie. Ma era felice così. Non aveva mai rifiutato un “impegno scientifico” in nome della mondanità e preferiva le notti stellate trascorse su un plaid alle discoteche rumorose delle località turistiche. Queste scelte radicali forse avevano intaccato la sua elasticità sociale ed era in nome di un coltivato “orgoglio culturale” che si trovava appollaiato su un campanile nel mese più caldo dell’anno. E da lì poteva ammirare anche un altro storico esponente della fenomenologia naturalistica: il Vesuvio, lo Sterminator Vesevo immortalato anche da Leopardi.

Ma non era la settimana dedicata alla vulcanologia e così riprese a guardare attraverso l’oculare della videocamera sperando che la debole protezione posta dinanzi all’obiettivo proteggesse i circuiti interni dalla fusione. L’immagine era perfetta nella sua monotonia e al centro del video il protagonista insolito di quel lungometraggio appariva come un cerchio lucente la cui antica potenza era domata da un irriverente pezzetto di radiografia. Intorno al cerchio di fuoco, a perimetrarlo, si delineava la “corona solare” come quella di un re seduto sul trono, alla vigilia dello spodestamento. Ogni tanto un gruppo di nuvole dispettose si divertiva a passare dinanzi al “set cinematografico” come per ricreare la scena fumosa di un incendio cosmico.

“Che secolo il Novecento!” – rimuginava Niccolò – “… guerre, invenzioni, rapidi mutamenti su scala mondiale, scoperte sensazionali, energie spaventose, viaggi impossibili, tecnologie inconcepibili… E tutto questo mentre l’immutabile gioco celeste di eclissi e stelle morenti si consumava sulla fredda landa di una lente telescopica.”

La luce solare impiega 8 minuti e 18 secondi per raggiungere la Terra e Niccolò pensava che durante quel breve intervallo di tempo si può nascere e si può morire.

Improvvisamente il primo timido lembo di Luna si interpose tra la nostra casa – il pianeta Terra – e la “fornace della vita”, il Sole.

Un’unghiata lunare. Era un momento emozionante. Ma non lo era stato sempre per tutti.

In altre epoche ci sarebbero state reazioni diverse: flagellazioni espiatorie, pentimenti d’urgenza, confessioni pubbliche, sacrifici umani e terrori superstiziosi. Dalla radio del presente, invece, i cronisti raccontavano a caldo, dalle varie città d’Italia e del mondo, le sensazioni della gente: a Sofia ci si aspettava un’improbabile crollo del Capitalismo in concomitanza con l’eclissi, mentre dalla pragmatica Germania giungevano consigli a non abbassare la guardia nei confronti dei borseggiatori che avrebbero approfittato del buio anomalo.

Nessuna atmosfera da “anno mille”. La calda consapevolezza assicurata dalla scienza aveva assopito gli istinti magici ormai da tempo. Per fortuna. Anche se, sotto la cenere delle sovrastrutture culturali, l’uomo continuava ad alimentare una brace irrazionale.

Gli astrofili erano già armati fino ai denti per assistere all’evento: pezzi di vetro scuro, schermi da saldatore, buste nere della spazzatura. Ma qualcuno avrebbe perso la vista perché non istruito a dovere sulle conseguenze della visione diretta del dio Ra.

“Non si può guardare direttamente il volto di una divinità senza pagare un prezzo alto!” – pensò cinicamente Niccolò in un attimo di delirio religioso.

L’irregolarità del vento solare disturbava le frequenze radio e così, di tanto in tanto, Niccolò doveva cercare nuove stazioni e nuove canzoni per quella insolita colonna sonora: l’unica libertà che si era concesso quella mattina. Alla severità dell’evento cosmologico aveva contrapposto un leitmotiv da spiaggia californiana per rammentare a se stesso che, nonostante il rigore scientifico dedicato all’eclissi, faceva sempre parte di quell’effimero formicaio chiamato “umanità” caratterizzato da frivolezze e canzoncine.

Il silenzio cosmico non lo avrebbe accusato di vilipendio.

La Luna, impercettibilmente, completava la sua opera di interposizione, come una donna gelosa che cerca di distrarre il suo uomo caloroso da una rivale lussureggiante. Ma solo in alcune parti del mondo avrebbero sperimentato gli effetti dell’eclissi totale.

“La strana notte”, affievolendo le ombre, induceva i colombi torraioli a gonfiare le penne e a riunirsi in gruppo per l’inatteso imbrunire, ignorando che dopo pochi minuti avrebbero ricevuto l’ennesima sveglia dal sole nascosto.

Intanto dalla radio una sfida a onde medie – “La canzone del secolo” – presentava i suoi candidati per un altro inutile scettro. Quale sarebbe stata la canzone del secolo? Quale motivetto avrebbero votato i fedelissimi radioascoltatori? A Niccolò non importava nulla. Ascoltava e basta.

E mentre saltellava sul campanile infuocato, tra una canzone e l’altra, rileggeva mentalmente i suoi appunti di astrofisica:

“… ogni volta che due masse qualsiasi si trovano presenti nello spazio, si manifesta tra di esse una forza attrattiva direttamente proporzionale alle masse stesse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i rispettivi baricentri. Tale forza è detta gravitazione universale. La sua espressione matematica assume la forma seguente:

f = k  m 1 m 2 / ( r )²

dove m1 e m2 sono le masse, r la distanza e k una costante universale…”.

La precisione e, al tempo stesso, la presunzione racchiuse in quella formula lo entusiasmavano e lo deprimevano. Sapeva bene che molti cervelli e molti secoli erano stati necessari per definire, correggere e rafforzare la Legge della Gravitazione Universale, ma l’evento a cui stava assistendo confortava la sua personale convinzione che l’errore facesse parte di un Piano Superiore e che l’eclissi, solo all’apparenza anomala, rappresentava la conferma di una precisione calcolata.

Sempre dagli appunti:

“… il piano dell’eclittica e il piano su cui è situata l’orbita percorsa dalla Luna attorno alla Terra, formano un angolo di 6° e, a ogni lunazione, la Luna incontra il piano dell’eclittica in due punti detti nodi… il fenomeno dell’eclissi si verifica soltanto se tali nodi vengono a trovarsi esattamente sulla retta che congiunge la Terra col Sole… si è osservato che il fenomeno dell’eclissi si rinnova quasi regolarmente per ogni 223 lunazioni…”.

Nulla è lasciato al caso nella “routine” universale: nemmeno l’errore. E quasi tutto può essere calcolato.

L’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, l’aritmia sinusale, la poesia inedita di Dio, il filo di lana che sfugge alla maglia, il vizio del Creatore, la sbavatura d’inchiostro sulla rivista patinata, le gambe storte del campione, il graffio sul disco, la sordità del compositore… L’errore è la compassione che si prova per il magnifico, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il piccolo mammifero che sopravvive all’estinzione, è “la pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”, è l’amico dimenticato, è la prima cellula tumorale, è la madre che uccide il neonato, è la nave inaffondabile che affonda, è il grattacielo che crolla, è l’eroe che muore per un raffreddore, è la pioggia col Sole, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la vita.

“L’idea è morta… L’Errore ha annunciato i nomi del Governo Rivoluzionario… Lutto in famiglia!” – urlò come un dannato Niccolò dal campanile verso un vecchietto seduto sotto un albero il quale, mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, lo sventolò verso l’astrofilo pazzo come per dire: “… Hai ragione! … Mi arrendo!”.

“Il Cambio-di-Idea è consultabile alla pagina 33 del capitolo Difetti, paragrafo Falliti…!” – disse poi a se stesso rientrando nel campanile.

Il caldo sortiva già i suoi primi effetti, quando improvvisamente sprazzi di biografie di personaggi famosi si affacciarono nella memoria del ragazzo:

“… abbandonò presto la professione di ingegnere per dedicarsi al jazz e alla letteratura…”; “… Condannato a morte nel 1849 con l’accusa di attività sovversiva, si vide commutare, ormai davanti al plotone di esecuzione, la pena a 4 anni di lavori forzati…”; “… Dopo aver studiato medicina, si unì al gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Pietro Gobetti. Dedicatosi alla pittura, fece parte dei Sei pittori di Torino che si dichiararono avversi ad ogni forma di accademismo…”.

“Viviamo di abitudini e aborriamo l’ignoto…” – continuava Niccolò – “… senza il coraggio della retrocessione, senza colpi di coda, evitando quelle periodiche sconfitte che ci fanno crescere e ci fanno più belli e maturi!” – e ripensava agli studi di astrofisica da poco abbandonati per noia.

Anche nella tanto amata sinfonia numero 40 in Sol minore k.550 di Mozart c’erano degli “errori”, ma era proprio grazie a essi che l’anima del giovane misantropo veniva toccata in profondità. Errori di lunghe riflessioni dopo ritmi serrati e decisi e di tonalità incalzanti che nascondevano tensioni spirituali infinite e suddivise, per motivi di burocrazia musicale, in “molto allegro”, “andante”, “minuetto: allegretto”, “allegro assai”.

“Siamo tutti schiavi della forma e c’è sempre un ricco e grasso vescovo da cui farsi commissionare un lavoro…” – concluse beffardo.

Niccolò si sentiva confortato dai suoi stessi pensieri perché nella sua brevissima vita aveva commesso già molti errori e pur trattandosi di errori “umani” sapeva in cuor suo che facevano parte di un Piano.

Anzi, di una Legge.

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Pianto greco

papa Francesco da giovane

Non sederti dal lato fragile della musica
quando stai bene e sorridi,
osserva stupita gli angoli inediti della stanza del figlio
quando il sasso della tristezza ti opprime il petto,

scoprirai oggetti sconosciuti e meravigliosi
in bilico sul presente che frusta la pazienza
arazzi mai sbattuti al sole del passato
punti di vista di quando non porti solo il caffè
puntuale come i treni dell’infanzia.

Di tanto in tanto un pianto ribelle e una goccia chimica
per stare a parlare tra noi, tentare un dialogo calmo,
le musiche che amavi, il mio suono di flauto giovanile
prestato a raminghi santi di strada
sono diventati motivo di facili lacrime,
il corpo e la mente chiedono venia
ma riscuotono la parcella da antichi dolori custoditi

di notte la danza del sonno dei figli intorno al talamo
e nell’alba la speranza di un giorno diverso,
spiarti e tremare dietro le quinte dei malanni
come genitori dinanzi ai primi passi
di una prole al contrario.

Non ho da fare come credevi,
puoi restare quanto vuoi!
Inutili sono le cose del mondo
se l’urgenza riguarda l’essenza.
Congelo attimi e gesti
per le carestie del futuro,

regalami il tuo sguardo sperduto
i sensi di colpa per chi ti sta attorno
gli occhi ingranditi dai vetri
mentre osservi nostalgica
il traffico in strada di gente mascherata
che non attende chi resta indietro,

regalami le mani rabbiose per guarigioni in ritardo
il gioioso passo insicuro verso il confessore
la preghiera smorzata dalla sfiducia
la grigia testa di passerotto vegliardo
in cerca dei sereni nidi dell’anima.

“Conversione di Bernardo” – Riz Ortolani

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L’agenda

LuigiPirandello

Luigi Pirandello

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Sigmund Freud

L’agenda

dedicato a Luigi Pirandello e Sigmund Freud

L’ordine regnava indisturbato tra le pagine dell’agenda di Aldo.

Sarebbe stato difficile risalire alle origini di quell’impeto organizzativo, anche se i suoi ex compagni di scuola dichiaravano candidamente di non averlo mai sorpreso con la cartella in disordine e il diario senza i compiti elencati per materia.

Conclusi brillantemente gli studi presso il liceo classico “Orazio Flacco” di Busto Arsizio, senza battere ciglio si iscrisse alla facoltà di Storia dell’Università di Milano e polverizzando tutti i record fino ad allora monitorati dall’ateneo ambrosiano, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, chiedendo di poter anticipare di una sessione la seduta di laurea.

Fu una discussione quasi solitaria. C’erano lui, alcuni fedeli colleghi universitari, i genitori e il motivo di tanta fretta: Gisella. Si erano conosciuti tra il terzo e il quarto giorno di corso al primo anno e fu quasi subito amore.

Titolo della sua audace tesi: “La disorganizzazione tattica e logistica di Napoleone durante la campagna di Waterloo”.

Aldo aveva programmato tutto. “Non appena sarò laureato, andrò a lavorare presso l’archivio storico della Fondazione San Mauro di Abbiategrasso; il Presidente è uno zio di mamma…” – tranquillizzando Gisella sul futuro economico del loro connubio durante le soavi passeggiate domenicali lungo i Navigli.

“Per quanto riguarda la casa, non preoccuparti cara… Ho pensato a tutto io! Esattamente tra una settimana avrò un appuntamento alle 11 e 15 con l’architetto Righelli, un vecchio amico di papà, che ristrutturerà la casa della mia nonna materna. Sei contenta, amore?” – interrogava Aldo, quasi per dovere d’ufficio, la dolce Gisella che, un po’ per carattere e un altro po’ perché non riusciva assolutamente a contenere l’entusiasmante e preponderante capacità organizzativa del futuro marito, rispondeva sempre con un tenero e rilassato sorriso.

Tra Aldo e Gisella conviveva da anni una terza presenza: l’agenda di Aldo.

Una presenza discreta ma decisiva, elegante e al tempo stesso dittatoriale, senza la quale non si faceva nulla e non si andava da nessuna parte, capace di determinare, negli anni successivi al matrimonio, la definitiva e insindacabile cancellazione del verbo ‘approssimare’ dal vocabolario della coppia.

Da quella tenera e composta unione erano nate Valeriana e Clotilde: due splendide bambine di impareggiabile intelligenza e dolcezza caratteriale. Pazienti fotocopie della madre.

Dopo la morte dello zio materno, senza sortire sorpresa alcuna, Aldo fu nominato Presidente della Fondazione San Mauro così come era stato ordinato dal defunto nel suo testamento.

La vita di Aldo e Gisella era perfetta. I giorni e gli anni trascorrevano lieti e senza attriti. Le asperità e i dubbi venivano appianati con leggerezza da una sorta di dialogo telepatico o da gesti impercettibili e decifrabili solo dai membri della coppia. Il tempo non era nient’altro che un giocattolo facile da smontare e rimontare in base alla volontà del capofamiglia.

“L’esistenza è un puzzle” – ricordava la targhetta posta sulla scrivania nell’ufficio di Aldo. Bastava solo incastonare i vari pezzi di tempo nel modo giusto e l’immagine della propria giornata sarebbe apparsa in tutta la sua perfezione. Tornando da lavoro Aldo riviveva, ormai da anni, i soliti gesti collaudati: posava il cappello sulla consolle dell’entrata, salutava Gisella che si affacciava teneramente dalla sala da pranzo mostrando solo la testa, si toglieva le scarpe, s’infilava le pantofole e dopo aver appeso la giacca all’attaccapanni, indossava soddisfatto la vestaglia da camera. Rarissimi i momenti in cui invertiva la sequenza delle operazioni. Gisella ricordava solo un paio di eventi durante i quali Aldo “si lasciò prendere la mano dal tempo”: quando lo chiamò urgentemente in ufficio non appena si ruppero le acque al termine della gravidanza di Valeriana e quella volta nel Febbraio del 1983 quando la salutò affacciandosi nella sala da pranzo con ancora il cappello in testa. Piccole distrazioni perdonabili di un giovane maritino inesperto e intemperante.

La seconda metà del tardo pomeriggio Aldo la trascorreva nel suo studio privato. Confortato dal caldo abbraccio della sua vestaglia da camera preferita, si abbandonava, prima di cena, alla sua attività prediletta: l’organizzazione dell’agenda.

Aveva una bellissima agenda: i fogli erano bordati in oro e la copertina in pelle di color marrone scuro emanava un odore di stabilità storica.

Ogni giorno Aldo lucidava la copertina con un apposito prodotto svizzero che rendeva elastica la pelle e cancellava le innumerevoli impronte dopo una giornata di duro lavoro e di maneggiamenti. Il laccetto dorato che accompagnava fedele, pagina dopo pagina, il susseguirsi dei giorni non era sfilacciato alla punta come spesso accade nelle agende delle persone sciatte, ma Aldo aveva provveduto a prevenirne lo sfilacciamento con una linguetta di plastica trasparente. Abbinato al prezioso strumento di lavoro e di vita, una penna stilografica con inchiostro impeccabilmente nero regalatagli da Gisella in occasione del loro primo anniversario di matrimonio.

Aldo viveva l’intera giornata aspettando quel momento di rilassamento e di pacata confidenza con la sua amante cartacea. Si sedeva alla scrivania e sotto la luce del lume apriva con un gesto da maestro la sua meravigliosa agenda. Toglieva il cappuccio alla penna e con la precisa leggiadria di uno spadaccino depennava soddisfatto gli impegni affrontati, gli appuntamenti vissuti, le commissioni sbrigate e anche le più insignificanti azioni meticolosamente programmate il giorno prima: “ore 8:00, primo caffè con il capo settore ricerche storiche della Fondazione… fatto! Ore 10:30, riunione generale con i soci onorari della Fondazione… fatto! Ore 11:45, appuntamento con lo storico e scrittore Berardinelli per la stesura della prefazione da me curata al suo nuovo saggio intitolato Storia e tempismo storico… fatto!”

E trascinando il suo parossismo organizzativo anche nella sfera privata: “ore 16:10, riunione insegnanti-genitori; scuola media di Valeriana… fatto! Ricordare a Gisella che posso farci un salto anche io da solo. Ore 17:30, appuntamento dall’ortopedico di Clotilde per ritirare il referto… fatto! Ore 17:50, comprare fiori per Gisella… fatto! Ore 18:15, fare un unico squillo sul telefono di casa per far capire a Gisella che sto per arrivare a casa… fatto!”

Aldo non tralasciava nulla. Anche quei gesti di umana dimenticanza che possono rendere gradevole e intrigante un normale rapporto tra esseri imperfetti, Aldo li aveva eliminati fin dalla notte dei suoi tempi tardo adolescenziali.

Credeva, in questo modo, di poter controllare la propria esistenza, le sfortunate coincidenze e le sciagure di una vita lasciata al caso.

Il “Caso”: un’entità che terrorizzava Aldo. Il “buio” e il “vuoto”, nella scala delle fobie umane, potevano risultare tutto sommato piacevoli se rapportati alla insondabile e incontrollabile libertà del “Caso”. Un mostro con ventiquattro teste, quante sono le ore di una giornata, che spruzzano acidi corrosivi a base di “dolce far niente” e “svago”.

Quante vite erano state sprecate nel mondo e nel corso della storia solo perché non avevano ricevuto una adeguata e saggia programmazione. Gente che bighellonava tra le strade di un’eterna indecisione, abituata a vedere appassire i migliori anni della propria esistenza dietro bigliettini volanti e pro memoria scadenti. Menti deboli e senza futuro.

“Per fortuna che ogni anno, in occasione del Santo Natale, io regalo ai dipendenti della Fondazione… una bella agenda!” – ricordava orgogliosamente Aldo mentre osservava con sgomento dai finestrini del filobus le masse informi di persone che ondeggiavano nel mare dell’approssimazione. La sua vita, invece, era come il motore di una Ferrari e le ore della sua esistenza perfette e cadenzate come il movimento degli ingranaggi del miglior orologio svizzero.

Ma i suoi pensieri sarebbero stati, di lì a poco, sconvolti da una serie di eventi che avrebbero senz’altro minato la sua filosofia di vita apparentemente inossidabile.

Eventi che, distaccandosi dalla spiegazione razionale degli accadimenti naturali, approdavano nel tunnel buio delle ipotesi surreali.

Una sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, Aldo si predispose ad assecondare il suo hobby preferito. Aprì l’agenda in corrispondenza del giorno appena trascorso e con la punta della stilografica andò alla ricerca delle voci che avevano ricevuto la dovuta attenzione e attendevano solo di essere finalmente depennate: “ore 9:00, scrivere lettera al Presidente dell’Associazione Bibliotecari della Regione Lombardia… fatto! Ore 9:46, mandare inviti al consolato spagnolo per la serata dedicata alle opere di Cervantes… fatto! Ore 10:18, toccare il sedere della segretaria…

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Su “Modi indefiniti” di Federica Gallotta

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Tempo fa scrissi nella prefazione (intitolata “La sensualità delle cose quotidiane”) alla raccolta La vita sottomarina di Ana Martins Marques: “… Le cose intorno a noi, a loro insaputa, ci aiutano a rappresentare il nostro mondo interiore: a queste presenze inanimate forniamo – non sempre, ed è un peccato – una funzione maieutica. […] Solo la poesia può dare un significato coerente e organico, in alcuni casi oserei dire filosofico, all’incontro tra oggettistica e memoria; in caso contrario tutto si riduce a un’autocommemorazione museale (in stile pamukiano) fine a se stessa, a un selfie poetico fatto nelle stanze da bagno o mentre stiamo a letto da soli o in compagnia…”

Confermo e, dopo aver letto la raccolta Modi indefiniti di Federica Gallotta (Interno Poesia Editore, 2020), con più convinzione rilancio: l’autrice non delega ad altri quello che deve essere fatto e detto in prima persona; il suo io è onnipresente ma non è mai un io autoreferenziale; è un grimaldello esperienziale e soggettivo che apre altre porte verso stanze in cui l’ego si diluisce, diventa insegnamento filosofico, mitologia, aforisma esistenziale, sentenza lapidaria, interrogativo rivolto al mondo. Domande metafisiche e fenotipiche su potenziali vite parallele e non espresse; gli attimi di quotidianità; l’evocare amori sbagliati e i momenti di apparente debolezza, premessa a nuove forze in arrivo; la fuggevolezza del tempo registrata sulle cose e dalle cose nel quotidiano.

L’approccio è semplice ma non semplicistico – non sono pochi i passaggi ermetici -: il verso confidenziale (al limite di un ingannevole diarismo giovanile) disarma il lettore, lo fa sentire a casa propria, lo fa accomodare sul divano prima di consegnargli quesiti scomodi, dubbi raccolti in frangenti di apparente normalità: che fine fanno le debolezze acquisite nel tempo? Vengono fissate nei geni delle nuove generazioni? Sono inesorabili le conseguenze delle nostre scelte? L’autrice non fornisce risposte certe; non è il suo compito. Ma c’informa sul modo in cui ha imparato a curarsi: repulisti draconiani; tagli necessari all’assertività: per proteggere la casa-corpo e la casa-mente che di tanto in tanto inviano segnali di cedimento, di sofferenza in atto. C’è speranza in un futuro migliore, e le cose quotidiane, gli oggetti d’uso comune, sono l’alibi per sottili insegnamenti di vita che ancora salvano. Ogni tanto un’estraneità al presente, alla condizione vissuta, all’hic et nunc, ci ricollega all’iniziale “Come sarebbe la mia vita se non fosse questa”; l’autrice è consapevole che, subito dopo la nascita, siamo già in corsa verso il disfacimento finale, destino segnato nei nostri corpi fallaci, e allora vorrebbe ricominciare, rilanciare i dadi, scegliere un’altra strada, ma non si può. La decomposizione è iniziata.

Solo l’amore, che nessuno può insegnare, potrebbe, e di fatto a volte può, alleggerire questo carico esistenziale: nonostante il pesante mito dell’amore perduto (di quello che non vuole morire e fa ancora tremare) o giustamente finito, l’insicurezza legata all’esistenza ammorbidita da piccoli appigli e “amuleti”; ancora una volta sorprendersi per amore, stupirsi per le novità che offre, per i gesti delicati di qualcuno e avidamente registrati. Mettersi alla prova, sfidarsi, attraverso le meraviglie della natura a cui non siamo più abituati; accettare uno scomodo confronto con le generazioni passate, con i propri genitori, e anche con le nuove leve: leggera critica a sprazzi di un moderno fare che già non appartengono alla giovane autrice. Sentirsi vivi nel dolore, nel fastidio di un contatto, nel ricordo che abbiamo di persone care e purtroppo assenti da quel quotidiano così bisognoso di senso e di conforto; si avverte la necessità dello sguardo e del tocco di chi non c’è più.

Il Professor Keating de “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) esorta i propri studenti, per mezzo della vera poesia che valorizza il momento, a cogliere la vita prima che questa fugga via; ma “Cosa resta / di tutti quei poeti studiati nei dettagli / ora, che sono tutti morti? Niente.” I poeti non sono immuni al disfacimento: anche loro saranno cibo per vermi, e non solo da un punto di vista fisico. Non dovrebbero invece sopravvivere lasciando tracce? Forse no, o non sempre; forse anche loro devono onorare l’esistenza nuda e cruda al di là dei versi lasciati in giro.

versione pdf: Su Modi indefiniti di Federica Gallotta

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Attesa d’autunno

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E cosa fai mentre aspetti?
Almeno lavori di parole
alla luce degli ultimi lampi,
trasformi la morte che bussa
in sorgente di canto senza musica.

Avaro di un tempo che non conosci
spingi in avanti gli eventi della penna,
t’indebiti col futuro insicuro degli altri
e fai promesse da marinaio senza nave.

Tenersi al mondo

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a Gabriele Galloni*

Mi stupirò per sempre
dell’aria sotto l’ala che fa portanza
del ferro contro ferro sulle rotaie
scintillanti nella notte della storia,
di quest’uomo, errore evolutivo
che sogna e muore, progetta e crepa
si rialza e s’ammazza
lavora e soccombe,

spera e non vede
l’inconsistenza dell’alito
che lo tiene al mondo.

∗ dedica postuma,

poesia pubblicata, inconsapevolmente, nel giorno della sua partenza.

Abbracciare la causa interiore

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Quasi un manifesto poetico

Si può essere un po’ pasticceri, un po’ meccanici, un po’ avvocati, un po’ medici? Si può essere un po’ poeti? E nel dire essere non mi riferisco alla riuscita stilistica (che può verificarsi anche privatamente) o al successo editoriale che (non sempre accade, nonostante l’eventuale maturità letteraria raggiunta) ne potrebbe scaturire. Ma proprio all’essere nel senso di vissuto. No, non mi riferisco nemmeno a un vissuto maledetto, avventuroso o scapestrato, come romanticamente ci si aspetterebbe da un Poeta che, come è noto, non scrive per vivere ma vive per poterne scrivere. Il poeta può passare inosservato, essere ignorato per gran parte della sua esistenza, vivere una vita apparentemente insignificante e sottotraccia, ma al tempo stesso essere considerato poeta da quei pochi, forse pochissimi, che riescono ad affacciarsi dal dirupo della sua anima ed esclamare “Wow!” o “Mah!”.

No, non si può saper guarnire solo alcune torte con un solo tipo di crema; non si può saper aggiustare solo alcuni tipi di motore; non si può conoscere solo una parte del codice civile; non si può conoscere solo una parte dell’anatomia umana. Non si può essere poeti solo sulla carta, quando arriva l’ispirazione e si scrivono versi, quando si pubblica una raccolta con un buon editore, quando si fa il firmacopie sentendosi (ingiustificatamente!) importanti o quando un lettore comunica il proprio entusiasmo al poeta per alcune parole felici o per dei versi che hanno colpito nel punto giusto e al momento giusto. Non si può essere ciò che si è solo quando il gioco gira nella direzione a noi gradita, agli orari e nei giorni preferiti, nelle modalità più comode; bisogna abbracciare la causa interiore in maniera costante. C’è bisogno di essere e non di sembrare ogni tanto. E si è maggiormente poeti quando non visti, addirittura quando non letti, e non per riflesso del consenso dei lettori. Si può smettere di scrivere, si può scegliere di non pubblicare più nulla, ma la ricerca resta in funzione e continua ad agire dentro e fuori il poeta. La ricerca è ascolto, è lo sguardo sul mondo (e prima o poi bisogna dare conto di questo esercizio “visivo” dell’anima), è rispetto della propria sensibilità, è il modo in cui si traduce un panorama non per forza esteriore o uno stato d’animo in parole non scritte ma solo pensate; è il modo di camminare, di non parlare, di non presenziare, di non farsi influenzare in un mondo di influencer; è stile sconosciuto ai molti, perché è più semplice mostrare la parte facile a un mondo che non ha (più?) voglia di conoscere l’altro, il poeta.

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Crudeltà

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Bucando l’asfalto con un chiodo
ho visto zampillare il sangue
sotterraneo e caldo
della storica crudeltà
reggente il mondo
fin dall’alba.

Era il gatto con l’anca spezzata,
il cucciolo sbranato dal potente,
le mammelle inturgidite di una madre
senza più figli da allattare.
Era il monotono latrato notturno
del cane prigioniero,
il vagito del neonato tra i sacchetti,
la fiduciosa falena ignorante
bruciata dalla sensuale luce blu.
Era il colombo schiacciato
dall’auto decisa,
l’albero tagliato
da capricci istituzionali,
il paziente nido di rondine
sfrattato dal muro,
la pianta sradicata
perché senza fiori,
il calcio al ventre del randagio,
il pesce nella boccia di vetro
che sogna oceani.
Era il pitone abbandonato
sulla Salerno-Reggio Calabria,
la madre nell’ospizio
tra piscio, semolino e Radio Maria,
il veleno per i passerotti,
l’intelligenza nazista
applicata alle zanzare,
il vecchio torvo
col bastone severo,
la nidiata affogata per gioco,
il corpo mummificato del vicino
davanti alla tivù
e la cassetta postale
piena di bollette scadute.

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