“Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

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Nell’ultima raccolta di Michele Nigro si definisce un percorso poetico sempre coerente alle sue precedenti scritture. Già in Pomeriggi perduti il lirismo dell’autore mi era apparso fortemente introspettivo, con richiami provenienti da conoscenze approfondite di grandi autori italiani e stranieri, ma soprattutto avevo scorto la pacata ironia che gli consentiva di prendere coscienza del senso dell’esistere senza tuttavia mai abbandonare la fiducia nella poesia.

Nigro si può definire un poeta appartato e schivo, immerso nel suo mondo poetico, lontano dall’urgenza dell’apparire, soprattutto motivato da quella del dire, in versi, una realtà del quotidiano che tocca temi universali, ma senza alcuna retorica. Il suo linguaggio è colloquiale, ma colto; severo, ma ricco di citazioni che si affacciano fin dalla prima sezione dell’opera, nell’esergo in cui inserisce alcuni versi di Dylan Thomas: “Non andartene docile in quella buona notte,… / Infuria, infuria, contro il morire della luce”.

Fin dai primi versi affiora un forte senso vitale, l’aspirazione a voler essere altro, a sperimentare altre vite mentre ammira il geco nelle sue evoluzioni con i compagni sull’alto campanile, e quell’inerpicarsi che è espressione di perfezione lo colpisce, lo spinge a scrivere: “Essere uno di loro, un equilibrio di code / agile, avventato e con ventose infallibili”.

In questa ammirazione verso le creature trapela il senso del tutto che appartiene al quotidiano dove gli odori, le storie, le urgenze del mondo, l’apparente acquiescenza a un inutile esserci, diventano poi belle metafore come, per esempio, quella degli elettroni lenti, se periferici, ma improvvisamente veloci quando agognano la luce. Una poesia dunque non edulcorata, ma contraddistinta sempre dalla riflessione e straordinariamente ricca di comparazioni è quella che si offre al lettore di Carte nel buio.

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