“Mi vien la Musa, la magnifica cupezza, e la Ginestra. Un saluto all’amico Giacomo”, di Ilaria Cino

Sola tra persone che cenano sole come a testimoniare nel pubblico una storia che non è stata uguale per tutti, mi vien la Musa, la magnifica cupezza, e la Ginestra. E così riprendendo la scrittura, il sovrumano sforzo, e la pietà di un invito […/A queste piagge / venga colui che d’esaltar con lode / il nostro fato ha in uso, e vegga / quanto è il genere nostro in cura / all’amante natura /…]. La Napoli del poeta “bruttissimo” come Leopardi amò dire di sé, e del suo unico ritratto in vita (1), non fu così diversa da quella del 1976 di mia madre, di me prossima ad avvenire con fatica, e dalla Napoli assente di questo farsi ventunesimo secolo. Fedele ad una poetica del vero, e del terribile che ne penalizzò la lettura d’oltralpe, e postuma, G. Leopardi concepì la canzone libera “La Ginestra”, di settenari sciolti, durante il suo soggiorno a Napoli, nel 1837, in simili contesti di grande moria, e dell’apparire di figure misteriose come maschere napoletane che vanno ad incensare le strade. La Ginestra fu l’ultimo mirar del poeta di Recanati, come ne scriverà la sorella Paolina, terzogenita di casa Leopardi, “donna di rara indipendenza intellettuale, nel suo addio a Giacomo, tumulato nella chiesa di San Vitale sulla via di Pozzuoli” (2).

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