Nota a “La religione della bellezza” di Ilaria Giovinazzo

Se la bellezza ha una sua religiosità allora la poesia potrebbe rappresentarne la prelibata preghiera, il canto che ne evoca le manifestazioni in questa nostra vita fatta di sensi limitati. Quello che i cinque sensi riescono a percepire è solo una minuscola parte della bellezza da cui siamo circondati, e di questa parte infinitesimale solo un’altrettanta microscopica frazione riesce a essere fissata e resa immortale attraverso le arti visive, sonore, scultoree, letterarie… Se le immagini e la musica sembrerebbero avere la strada spianata in questo gioco di rappresentazione artistica del Bello, la poesia ha la difficile responsabilità di contenere in se stessa visione e musica, di concentrarle in un unico gesto, di creare immagini e di proporre un ritmo tutto suo.

Nella raccolta La religione della bellezza (peQuod, 2023) Ilaria Giovinazzo sembrerebbe aver trovato una sintesi personale di questa difficile concentrazione d’intenti chiamata poesia. Versi trasparenti, comprensibili, diretti, mai artefatti o adulterati da un’inutile complessità metrica; un’essenzialità derivante, forse, da una ricerca che affonda le proprie intenzioni in culture filosofiche orientali, comunque esotiche, quanto non apertamente esoteriche, ma mai escludenti il lettore. Si vuole rappresentare il giusto equilibrio tra gli elementi percepiti in coincidenza dei moti d’anima; solo in alcuni passaggi l’autrice si lascia andare a rese dei conti, a sfoghi tutti terreni: fissare paletti, tagliare con il passato, gestire una libertà raggiunta, sottolineare regole conquistate a fatica e nel tempo, rendere partecipe il lettore delle proprie prese di coscienza raggiunte non senza un lavoro interiore anche, ma non solo, poetico: “Cos’è la poesia / se non l’anima nuda / sbattuta su un foglio?”…

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