Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Nota a “Scrigno” di Rosaria Di Donato

Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.

Michele Nigro 

Nota a “Un tempo minimo” di Selene Pascasi

Sembrerebbe che Selene Pascasi nell’ultima silloge “Un tempo minimo” (Eretica edizioni, 2024) sia riuscita ad asciugare ulteriormente i suoi versi per ottenere, o confermare, una poesia che “rasenta schiva le idee”, che si consegna al mistero della vita e quindi all’indicibile, per abbracciare la sintesi urgente di chi ha conosciuto il dolore della perdita, la morte, l’assenza costante che lacera e non dà tregua… Il ritmo ormai è quello sentenziale e in alcuni tratti lapidario dei salmi biblici; l’essenzialità del verso si rivolge a verità alte con passaggi che non ricordano più dinamiche terrene, pur prendendo spunto proprio da vicende umane, familiari, private; e andando a smentire l’allarme lanciato da alcuni critici per quanto riguarda la perdita di universalità da parte di una consistente porzione di poesia moderna troppo concentrata sull’ombelico dell’Io. Un'”asciugatura” del verso come se ci fosse il timore di perdere l’aggancio con l’infinito a causa di divagazioni non più richieste; il primo verso della raccolta è “Canto la cenere…”: ormai certi dolori, seppur presenti, hanno assunto la forma “incenerita”, compatta, mai rassegnata o spenta, di un caos calmo che solo il tempo e le fisiologiche metamorfosi interiori possono creare in chi scrive. I ricordi hanno finalmente conquistato un loro ordine nella piramide esistenziale: forse l’amore per la vita che continua può ancora mettere le cose al loro posto nonostante la memoria assillante e quotidiana di chi non c’è più; la speranza può sicuramente avere qualcosa da dirci e darci perché “Andare non è perdersi” ma è solo “nascondersi nel tempo”, e perché “l’amore è fatto di attimi / che vivono migliaia di anni”; forse si può alla fine fare pace con Dio, con se stessi… lasciandosi curare “con garze di eufonia”: la poesia – anche se spesso “inciampa / nelle vene del tempo” perché in fin dei conti è prodotto umano legato alla finitezza del tempo -, come la preghiera, è l’unica via per tornare all’indelebile che c’è in ogni esistenza. Solo così si può avere ragione sulla morte, e assolverla.

Michele Nigro

UN TEMPO MINIMO

Sarà un tempo minimo
sfuggito all’universo
a dichiarare carità.
– mi credi?
Estranei di pelle
sapevamo amarci
come lettere inattese.
– ricordi?
Non rendermi ciò
che conservi di me.
Cedilo al respiro.

In disordine sparso…

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Una luce nel buio

ad Alfonso Gatto

“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
chiede con gentilezza la giovane cameriera,
testimone di luppolo e temperate poesie a matita
versi randagi nel vicolo birraio di Salerno
tra discorsi da tavoli vicini, curiosi a distanza
per la torcia telefonica in soccorso di parole
urgenti, fissate in fretta come inchiostri esposti all’aria.

È una barriera poetica d’antan
quella che isola il muto cucitore di impressioni
dal flusso cittadino che non conosce tregua,
simile ad acqua fluviale scivolano ai suoi fianchi
di pietra levigata dal tempo
la parlantina serale tra amiche
il tubare indeciso sul menù degli amanti
l’occhio curioso dei passanti sulla rarità
dello scrivere solitario, gesto antico
da evitare in pubblico, evoluzione dello scandalo,

la non socialità scardinata dall’offerta di un varco:
“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
no, solo dall’oscurità sorgono parole luminose…
… ma tu non lo sai!, speri ancora in lampi verdi nel cielo
primavera di ragazza che offre sorrisi a vecchi scrivani ciechi
assuefatti alla penombra di sconfitte buone per poetare
anonimi avventori di schiume pomeridiane
poggiati con la schiena assolta dagli anni su mura unte di miracoli.

Un evocare da campane

Un evocare da campane serali
tra dormiveglia di turni in strada
allontana il presente che sa come graziare
i condannati da neri pronostici,

un evocare da campane, dolci
pugnali alle spalle, riporta esistenze materne
lasciate indietro per il troppo da farsi,
avremmo dovuto fissare in ambra di tempo
ricordi ordinati e aneddoti ormai persi,

avremmo voluto leggere con una fame diversa
i nostri salvifici libri che attendono più avidi occhi,
le fughe dal reale scritte da penne estinte
conforto alla vita,
sbandati e ignari giriamo in tondo
su mondi piatti e analfabeti
paludati nell’oggi profanato.

Ruberemo pagine clandestine
per sopravvivere all’esistenza
malgrado la regnante follia
alla vigilia di guerre, segreti
riarmi preventivi fatti di carta
testi sacri a perdonarci per gli anni di pace
mentre grandi manovre di sovrani
escludono ritorni a domini di poesia.

Un evocare da campane in provincia
per non somigliare al mondo,
impiegheremo ferie dal quotidiano
per tentare di comporre versi umani,
per essere spie mute tra gente parlante
lasciando sfuggire pomeridiane beltà
aggredite dal tempo.