
C’è tutta l’urgenza del dire, del fissare prima che sia troppo tardi, del cominciare a tirare le somme perché le forze vengono meno, del ricordarsi dei fatti (“Ora che guardo indietro”) come se fossero neve al sole, in questa Anni in testacoda (Fallone ed., 2025), raccolta “rocambolesca”, e per tale motivo interessante, di Massimo Cecchini. Un poemetto impulsivo, istintivo, perché come fa sottolineare l’autore a Bolaño in epigrafe “la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura” ovvero tra un vissuto in “testacoda” che non sempre programmiamo e la sfida di un ignoto che nell’urgenza ci insegna a sopravvivere e a badare all’essenza delle cose, all'”amore / liberato da aggettivi”. Ma abbiamo sempre la capacità di trasformare le vicende che ci capitano in insegnamenti e in nuova forza?
“Pare sia l’età delle parole spezzate”, dei linguaggi sintetici imposti dai social (dalla fretta?) o delle parole facili per arrivare al dunque, dei versi spezzati andando a capo, perché “Sarà questa la lingua / della vita segreta”, la poesia che salva e traduce il vissuto in segni (che raccoglie il dolore), “la cura del vuoto”, “musica imprevista”.
Il vissuto acquisisce dignità solo quando viene ricordato, rimaneggiato, tradotto, masticato, quando si trasforma in scrittura “turbinando parole”; “Esisto per il nero che macchia/ questa pagina”: prima di conquistare una propria poetica non si è che esserini vaghi, indefiniti, ignoti e ignorati dal mondo delle idee, senza alcuna speranza di eternità. Chissà che così facendo non si riconquisti una seconda giovinezza ripartendo con “il gomito / al vento / guidando con una mano / piano / col panorama / che rotola accanto”.
Michele Nigro
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