Resto al sud

a Rino Gaetano

Una mosca di campagna mi bussa al braccio
nervosa, mordente come sposa impaziente
non si adatta alla provincia, al suo laccio
vorrebbe un passaggio in città,
spera ancora in verdi fughe nell’altrove
il mito non americano al di qua dell’orizzonte,

non le bastano più la preghiera serale
le riflessioni camminanti al tramonto
il grido disperato delle volpi
lo struscio notturno dei cinghiali
la lenta decadenza delle cose riparate
i muscoli stanchi allenati in extremis
le ultime volontà letterarie lasciate in giro
il riconoscere nel buio le luci di paesi vicini
l’io resto al sud scoperto in vecchiaia
e la fortuna indeterminata del domani,

allergica alla parola stanzialità
sogna sempre figli meridionali
con l’accento del nord.

“Ad esempio a me piace il sud”, Rino Gaetano

Potere d’acquisto

È spavento d’estate
questa immensa libertà
tempesta di umori grigi
bussa il peso del vissuto
alla porta quesiti dal futuro,

e il potere d’acquisto
apre dolci varchi sull’ignoto
baratri solitari di possibilità
offerti al timoniere di spazi nuovi
e di tempi a venire.

C’è troppa aria aperta in agosto
troppi boschi con echi d’infanzia,
movimenti in saldo, privi di attrito
e pensieri pensati per l’io.
Spalle scoperte, senza più origini
e vuoto sotto i piedi, è mancante
la terra madre degli anni scontati.

Lasciarsi andare al caso, muti
rassegnarsi a essere ascoltatori
di monologhi da cicale egoiste,
liberarsi dal definirsi qui e ora
infine affidarsi al respiro supremo
che conosce strade misteriose,

attendere la gioia come si attende
la parola che diverrà verso
forse poesia per alleviare
questo passaggio terreno
senza nome e ragione.

Nota a “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

Nel primo dei due dotti piccoli saggi che “preparano” il lettore e introducono la raccolta poetica intitolata “Kolektivne Nseae” (Ed. Divinafollia, 2024), l’autore Ivan Pozzoni ci mette in guardia nei confronti di una “malattia letteraria” (forse anche sociale?) che egli definisce – tirando in ballo persino Dante e Cartesio, e in seguito Bene e Fo – “ipertrofia egopatica dell’io lirico dell’autore” che ha annullato nel corso dei secoli qualsiasi possibilità di diluizione dell’io del poeta in una poesia del noi, intrisa di una quotidianità riguardante tutti – quella che i più audaci chiamano “poesia universale” – e conseguente sublimazione/riduzione dell’esperienza personale… L’io del poeta prevale, invece, in ogni angolo del testo, fregandosene del pubblico che di fatto “muore” (ci si legge, sostanzialmente, solo tra poeti!) e di preservare l’universalità del linguaggio. Muore il pubblico ma muore anche la critica che si è arresa dinanzi all’ipertrofia denunciata dal Nostro.

Premesso che non esiste testo, né poetico né narrativo, senza un “io” (gli utopisti della “poesia impersonale” hanno prodotto solo robetta insipida!) che anche indirettamente dia forza al e informi il messaggio contenuto nel testo stesso, Pozzoni – “menestrello combattente” che sfida i “barbari balbuzienti rintanati in tv” – propone come terapia d’assalto una propria, personalissima, “ipertrofia” poetica che aspirerebbe a essere universale e non egotico-narcisistica, come quella oggi in circolazione che ha di fatto annichilito il “noi lirico empatico”. E in non pochi punti della raccolta Pozzoni riesce nell’intento utilizzando un linguaggio apparentemente, e solo a una primissima lettura, occupato dell’io autoriale, ma che a ben vedere è intriso di mondo, dei fatti del e dal mondo.

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Nota a “Anni in testacoda” di Massimo Cecchini

C’è tutta l’urgenza del dire, del fissare prima che sia troppo tardi, del cominciare a tirare le somme perché le forze vengono meno, del ricordarsi dei fatti (“Ora che guardo indietro”) come se fossero neve al sole, in questa Anni in testacoda (Fallone ed., 2025), raccolta “rocambolesca”, e per tale motivo interessante, di Massimo Cecchini. Un poemetto impulsivo, istintivo, perché come fa sottolineare l’autore a Bolaño in epigrafe “la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura” ovvero tra un vissuto in “testacoda” che non sempre programmiamo e la sfida di un ignoto che nell’urgenza ci insegna a sopravvivere e a badare all’essenza delle cose, all'”amore / liberato da aggettivi”. Ma abbiamo sempre la capacità di trasformare le vicende che ci capitano in insegnamenti e in nuova forza?

“Pare sia l’età delle parole spezzate”, dei linguaggi sintetici imposti dai social (dalla fretta?) o delle parole facili per arrivare al dunque, dei versi spezzati andando a capo, perché “Sarà questa la lingua / della vita segreta”, la poesia che salva e traduce il vissuto in segni (che raccoglie il dolore), “la cura del vuoto”, “musica imprevista”.

Il vissuto acquisisce dignità solo quando viene ricordato, rimaneggiato, tradotto, masticato, quando si trasforma in scrittura “turbinando parole”; “Esisto per il nero che macchia/ questa pagina”: prima di conquistare una propria poetica non si è che esserini vaghi, indefiniti, ignoti e ignorati dal mondo delle idee, senza alcuna speranza di eternità. Chissà che così facendo non si riconquisti una seconda giovinezza ripartendo con “il gomito / al vento / guidando con una mano / piano / col panorama / che rotola accanto”.

Michele Nigro

“La sentinella” su Navuss – luglio 2025

Sul numero di luglio di Navuss, periodico di attualità e di informazione, il mio racconto breve inedito intitolato “La sentinella” è stato pubblicato nella rubrica “Il Foglio Bianco” curata dallo scrittore teramano Massimo Ridolfi che ringrazio. Un grazie anche alla Redazione di Navuss…

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