Nota a “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

Nel primo dei due dotti piccoli saggi che “preparano” il lettore e introducono la raccolta poetica intitolata “Kolektivne Nseae” (Ed. Divinafollia, 2024), l’autore Ivan Pozzoni ci mette in guardia nei confronti di una “malattia letteraria” (forse anche sociale?) che egli definisce – tirando in ballo persino Dante e Cartesio, e in seguito Bene e Fo – “ipertrofia egopatica dell’io lirico dell’autore” che ha annullato nel corso dei secoli qualsiasi possibilità di diluizione dell’io del poeta in una poesia del noi, intrisa di una quotidianità riguardante tutti – quella che i più audaci chiamano “poesia universale” – e conseguente sublimazione/riduzione dell’esperienza personale… L’io del poeta prevale, invece, in ogni angolo del testo, fregandosene del pubblico che di fatto “muore” (ci si legge, sostanzialmente, solo tra poeti!) e di preservare l’universalità del linguaggio. Muore il pubblico ma muore anche la critica che si è arresa dinanzi all’ipertrofia denunciata dal Nostro.

Premesso che non esiste testo, né poetico né narrativo, senza un “io” (gli utopisti della “poesia impersonale” hanno prodotto solo robetta insipida!) che anche indirettamente dia forza al e informi il messaggio contenuto nel testo stesso, Pozzoni – “menestrello combattente” che sfida i “barbari balbuzienti rintanati in tv” – propone come terapia d’assalto una propria, personalissima, “ipertrofia” poetica che aspirerebbe a essere universale e non egotico-narcisistica, come quella oggi in circolazione che ha di fatto annichilito il “noi lirico empatico”. E in non pochi punti della raccolta Pozzoni riesce nell’intento utilizzando un linguaggio apparentemente, e solo a una primissima lettura, occupato dell’io autoriale, ma che a ben vedere è intriso di mondo, dei fatti del e dal mondo.

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