Breve intervista a Roberto Guerra

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Ciao Roberto. Mi accennavi in privato a una tua attività di editing per un editore di Bologna e il genere di cui ti stai occupando è quello fantascientifico. Potresti dire a me e ai lettori di “Pomeriggi perduti” qualcosa di più?

Recentemente mi interesso quasi esclusivamente di Fantascienza. Sono entrato in contatto con un’ottima e anticonvenzionale casa editrice e Associazione di Bologna, le Edizioni Scudo, per la memoria del fantastico e della fantascienza…

Immagino che grazie a questo lavoro editoriale tu abbia avuto la possibilità di tastare il polso del genere Sci-Fi. Ci sono nuove idee? Il genere riesce a sondare la situazione socioeconomica e geopolitica attuale o ha rinunciato alla sua mission di critica che anticipa i tempi?

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Sposando cause

Valgono forse più di ieri
i perfetti giorni semplici?, quando
sposando cause nell’altrove
a darsi un senso eterno
convinta brillava l’anima acerba
idealizzando un tempo
infinito per il poco vissuto,

ora non restano che attimi da candela
sprazzi di un’ultima luce
brandelli canuti e grinzosi
di antichi successi morenti,
attori in disuso e zoppicanti dive
lasciano con un sospiro nel sonno
questo folle mondo in bilico.

Non ricordiamo più
di quando, sposando cause
credevamo di cambiare la storia,
non più che l’equazione è facile
svegliarsi veri è già miracolo
che per spostare monti e fiumi
basta una preghiera, un verso, un suono di lira
briciole di pane guadagnato in umile attesa
a volte anche solo un canto muto dal ventre
o una lacrima anonima dedicata all’imbrunire.

Tempi

Un vento fresco già insiste
tra stanche foglie di gioire
mentre virano dal verde al giallo,
presto si lasceranno andare
a destini in gravità, puntuali
come il presente che ci salva
da un passato che preme, tra nebbie
sull’osso esposto del futuro.

“Viaggio a Tokyo” di Yasujirō Ozu e l’hic et nunc degli affetti

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Tra i film di Yasujirō Ozu, quello più toccante, malinconico e delicato è a mio avviso “Viaggio a Tokyo” del 1953; dietro una trama apparentemente semplice, lineare, che prende spunto dalla quotidianità della vita di persone ordinarie, si nasconde un vasto mondo di sentimenti, di dinamiche familiari comuni a tutte le culture, da oriente a occidente. È praticamente impossibile non riconoscersi in almeno una sequenza di questo film perché in esso sono contenuti tutti i temi principali riguardanti la vita umana, familiare e individuale: il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione “fisiologica” nel tempo, le distanze generazionali e geografiche che spesso allontanano gli uni dagli altri, le gioie e le delusioni che i figli procurano ai propri cari, gli affetti dati per scontati e quelli inattesi e per questo più graditi, la morte che mette in evidenza – quando ormai è troppo tardi – la carenza di attenzioni verso chi immaginiamo essere eterno, la solitudine che insegue ogni essere umano…

Un film che diventa monito affinché non si sottovaluti il passare del tempo, la cura che impieghiamo nelle relazioni familiari e sociali, la fortuna di avere i propri genitori in vita… Una pellicola delicata, si diceva, perché impregnata dall’inizio alla fine di quel modo di fare rituale, ossequioso, educatissimo appartenente alla cultura nipponica; un tipico esempio di “caos calmo” anche in quei momenti in cui le emozioni avrebbero tutto il diritto di prendere il sopravvento. Eppure la compostezza dei personaggi, con i loro gesti calibrati e le frasi sussurrate con una sonorità monotona, nulla toglie all’intensità dei sentimenti che traspare con ancor più forza proprio grazie a un filtro culturale radicato nel tempo.

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