
Raccomanda Rainer Maria Rilke in Per scrivere poesia (da I quaderni di Malte Laurids Brigge): “… Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate.” Se per alcuni potrebbe risultare inappropriato fissare su carta la cronistoria sotto forma di poesia di un’agonia e dell’assenza imminente di un proprio caro, per un poeta è atto naturale, è sperimentazione sulla propria pelle di quel che un poeta normalmente fa nel quotidiano: prima assorbe e in seguito traduce in versi la realtà, tutta, non solo quella riguardante gli altri – comodamente a distanza – ma partendo dal proprio dolore, dalle perdite più intime, dagli abissi che la vita ci mostra in casa, dai deserti che avanzano intorno a noi.
In Padre Nostro (ed. Letterature Indipendenti, collana “In questa Semi Eternità”, 2020), il poeta teramano Massimo Ridolfi, soprattutto nelle sezioni Lettere a mia madre, Lettere per un ascolto e Lettere agli amici, fornisce un esempio vivo di cosa significa distillare un dolore privato in versi pubblici, tradurre in una poesia diretta e comprensibilissima una perdita che colpisce l’intimità e la storia personale di chi scrive: perché la poesia del dolore non è sfogo casalingo ma si collega alla politica, alla storia del mondo, all’attualità, alla società e alla critica sociale; i canali sensoriali spalancati dalla tragedia riescono a vedere sfumature inedite, e a denunciarle, tra le pieghe dell’ovvio, di ciò che in altri momenti è considerato scontato.
No, il poeta non si isola nel suo dolore ma sfrutta il dolore per darsi al mondo, per risorgere a vita pubblica, come dichiara nel sottotitolo della raccolta, pur partendo da una condizione di naturale solitudine: nessuno può aiutarci a portare e a sopportare una perdita; ci si indigna e si leva un grido di protesta per una società ingiusta e prigioniera della burocrazia, si riesce persino a ironizzare sulle cosiddette istituzioni e su uno stato assente, ma alla fine ogni uomo sa – il poeta in modo particolare – che deve salvarsi da solo e lottare – rifiutando ogni compromesso – contro nuove dittature e vecchi meccanismi incancreniti. Contro il potere ipocrita e che nasconde verità, il poeta contrappone le sue verità, quelle genuine e quotidiane, che nascono da sentimenti su cui è impossibile barare, ma “se volete sentir parlare / di verzure e di viole / dovete rivolgervi altrove”. Certo, la poesia è preghiera, anche quando potrebbe sembrare bestemmia o ribellione verso un dio che non aiuta; alla fine ci si aggrappa alle cose concrete, alle persone che ci sono, agli affetti che puoi vedere e toccare. La poesia come dichiarazione di un’antimetafisica urgente e necessaria; solo la parola può cristallizzare e forse nel tempo calmierare le crude verità di un dolore che sovrasta: prendere appunti mentre muore una madre non è dissacrazione della morte, anzi è sacralizzazione di quel fenomeno (riaprire e rileggere quelle pagine di diario estremo sarà ulteriore atto di coraggio necessario alla resurrezione); per chi ama la carnalità dell’esistenza, la morte, e ciò che la precede, è un insulto alla dignità della persona: la poesia ristabilisce l’ordine, fissa la tragicità del momento in versi che non osano abbellire l’attimo ma semplicemente sublimarlo, ricordarlo per onorarlo in eterno. Diventare cronisti di chi non può più esprimersi. La morte di un proprio caro risveglia da certi sopori; non può esserci primavera e quindi rinascita senza una morte aggiuntiva, la propria, quella dell’anima del poeta che assiste: il dolore smuove energie insospettate, dà il via a processi inimmaginabili e drammaticamente meravigliosi; il segreto è lasciar fare, vivere la trasformazione senza opporsi, ridarsi alla vita quando esistenza e dolore trovano un compromesso, un equilibrio.
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