Nota a “Il poeta che non sono mai stato” di Davide Morelli

Nonostante le eterogenee “escursioni” stilistiche che in questa così definita “auto antologia” di Davide Morelli abbracciano periodi diversi per intenzioni e cronologicamente distanti tra loro, i generi letterari adottati – dalla poesia lirica e libera a quella più “discorsiva” e didascalica, da quella rimata alla poesia prosaica fino alla vera e propria miniprosa – hanno in comune una caratteristica che da sempre segnala l’Autore fino alla sua più recente (ma non tanto recente) versione di critico letterario ovvero di appassionato recensore delle altrui scritture: sia nel Morelli poeta che nel Morelli critico insistono da tempo una miriade variegata di domande che spostandosi dalla soggettività autoriale investono inevitabilmente l’umanità, il mondo, la vicenda privata e pubblica dell’essere umano su questo pianeta, il senso dell’esistere, le questioni escatologiche, le ipotesi scientifiche, il comportamento dell’uomo nella Storia e nel quotidiano, il mistero che avvolge anche le cose più semplici della vita… È come se il Morelli critico anche attraverso le opere degli altri autori in realtà continuasse a interrogare se stesso, a perfezionare quel processo di estrapolazione delle verità che caratterizzano la vita umana senza quasi mai giungere a sentenze lapidarie e definitive, a risposte buone per tutti i tempi e tutti i lettori, limitandosi a descriversi e a descrivere gli eventi quotidiani, le storture e le contraddizioni degli esseri umani, le usanze curiose o decisamente discutibili dei propri simili, le assurdità concepite da una specie animale “evoluta” chiamata Homo Sapiens… In questa raccolta “enciclopedica” Morelli fa un passo indietro verso se stesso, il proprio passato poetico che dichiara “esaurito”, tra i tanti dubbi di chi legge perché la poetica come l’energia si trasforma ma non si distrugge e non si può etichettare, seguendo un comando razionale, come “conclusa”. Anche la critica è poesia!

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Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?

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“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

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“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

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Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

Versione PDF: Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

 

Dopo aver letto la ricca ed esaustiva postfazione, a firma di Angelo Maria Ripellino, alla raccolta di poesie di Blok edita da Oscar Mondadori nel 1990, è alquanto arduo riuscire ad aggiungere ulteriori dati senza risultare inutilmente ripetitivi: Ripellino non solo ci propone un excursus biografico dell’autore ma entra, con il taglio tipico di chi ha familiarità con il pensiero più intimo di un poeta, nei processi creativi di Blok differenziando le varie epoche e le relative poetiche. Blok infatti fu un poeta dall’esistenza multiforme e di conseguenza variegata fu la sua produzione: ha vissuto più vite in una perché appartenente a una generazione irrequieta e intimamente consapevole del suo essere al confine tra due epoche, in eterna attesa della rivoluzione perfetta, del cambio drastico degli schemi sociali e culturali. Da un’adolescenza idilliaca e appartata all’atmosfera sovreccitata dei salotti frequentati dai simbolisti russi; dalla teologia al teatro… Ambienti sicuramente stimolanti ma distanti dalla realtà tragica di una società bisognosa di cambiamenti chirurgici, profondi, drammatici. Blok, compiendo un ulteriore ma stavolta necessario passaggio esistenziale e artistico, riuscì a sintonizzarsi con le esigenze reali del popolo, con il travaglio di una società in procinto di ribaltare lo stato delle cose. Ed è questa, a mio avviso, l’epoca più dolorosa e affascinante dell’esistenza del poeta russo: come nel corso di una muta interiore, Blok lascia dietro di sé la vecchia pelle borghese intrisa di misticismo e di un inutile sperimentalismo artistico fine a se stesso, per armarsi di un realismo che lo porterà a immergersi interamente negli anfratti di una società sull’orlo di un’apocalisse attesa da tempo. Scrive Ripellino: “Blok soffrì fisicamente il ristagno e la reazione che seguirono alla rivolta del 1905. […] L’umor nero di Blok non è una propensione letteraria, un abito esteriore, ma il basso continuo, la fosca filigrana della sua vita, giorni e notti, giorni e notti. Incalzato dall’ansia di ramingare, di perdersi negli angoli abietti e remoti della periferia cittadina, egli va alla ventura, girando per squallide strade fiancheggiate da lerci abituri… Le lettere e i diari di Blok abbondano in questo periodo di appunti di passeggiate notturne ai margini di Pietroburgo e di memorie di incontri con zingare e acrobate in ristoranti e postriboli…” C’è un bisogno viscerale di conoscere il “mondo terribile” della Russia alla vigilia della rivoluzione: dai divani stinti dei salotti mondani, un tempo frequentati dal poeta, passando alla strada della periferia dove la vita è più vera, Blok impara a fiutare la Storia scendendo in quegli abissi sociali ignorati dall’aristocrazia; il contatto col popolo è salvifico e il populismo è un buon antidoto contro la solitudine. Accolse positivamente l’Ottobre del 1917 perché scorse nella rivoluzione bolscevica (pur non essendo un convinto marxista) un ideale capovolgimento di privilegi e di schemi sociali tradizionali, quegli stessi privilegi e schemi che avevano protetto la sua classe d’appartenenza fino ad allora. 

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“Agli amici”, “I poeti”: due poesie di Aleksàndr Blok

“Tacete dunque, libri maledetti!
Io non vi ho scritti, non vi ho scritti mai!”

dalla raccolta “Poesie” a cura di Angelo Maria Ripellino, Arnoldo Mondadori Editore 1990; lettura di Michele Nigro.

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Nota a “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli

Leggendo “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli (anche in versione estesa scaricabile QUI) è impossibile non riconoscere, almeno per chi ha letto altri scritti dell’Autore di Pontedera, il suo stile discorsivo, la sua capacità analitica estremamente colta ma mai pedante, la sua passione “chirurgica” nel penetrare il significato delle cose e delle parole, dei fenomeni e delle nostre abitudini, di quei meccanismi umani dati per scontati e che invece nascondono segreti e saperi da sviscerare e comprendere…

Dalla A di “Abitudine…” alla V di “Verità” della versione cartacea, questo sillabario/dizionario è un corposo lavoro “enciclopedico” con cui l’Autore tenta di insegnare a se stesso e ai Lettori il significato di una contemporaneità complessa e articolata, meravigliosa e terrificante, foriera di novità positive ma anche di prospettive contrastanti la dignità umana; uno strumento per imparare a leggere il mondo in cui viviamo e crediamo, spesso troppo ottimisticamente, di agire in piena libertà ma in realtà inconsapevoli di quale sia il vero funzionamento di un sapere che abbiamo accumulato nei secoli senza conoscere le giuste chiavi di lettura.

Dinanzi a ogni singolo argomento affrontato, Morelli non si limita a fornire una fredda e scarna descrizione ma mette in scena un ragionamento articolato, discorsivo, “personalizzato” e per tale motivo altamente divulgativo; molteplici e coltissimi sono i rimandi ad altri autori di innumerevoli altre discipline scientifiche, letterarie e filosofiche: il Lettore è “inondato” da citazioni e spunti paralleli che ramificandosi dalla voce trattata lo invitano a continuare la ricerca andando al di là del sillabario che così dimostra la sua funzione di proiezione verso altre letture e studi… Ma ogni argomento è già di per sé “completo” nell’esposizione di Morelli: gli spunti rilasciati lungo la trattazione sono solo delle tracce che è possibile seguire in piena autonomia o no. Il che svela, oltre alla portentosa capacità multidisciplinare dell’Autore, l’enorme complessità che si cela dietro ogni tematica e dimostra l’esistenza di un libero arbitrio culturale con cui ogni Lettore può decidere o meno di approfondire l’argomento in piena autogestione.

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Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

Nota a “Reboot del sentire” di Giulia Catricalà

Sembra quasi che con questa breve silloge, Reboot del sentire (Fallone editore, 2025), Giulia Catricalà voglia farsi ponte tra due mondi coesistenti in parallelo – anche dal punto di vista linguistico -, che si compenetrano da tempo senza mai comprendersi, incontrarsi veramente; o forse si sono già incrociati quando è stato indispensabile per escludersi e progredire o per integrarsi e salvarsi. Un incontro tra smartphone, bit, swipe, bulk, debug, influencer, reel, glitch, pixel, script, firewall, buffering, server, feed, podcast, CAPTCHA, Insta-guru e cyber-qualcosa, e un mondo analogico da preservare, a cui aggrapparsi per sapere di essere ancora umani, per riavviare un sentire non del tutto atrofizzato, per cercare un senso che non può venire fuori dallo schermo di un telefonino. È dall’incontro alla vecchia maniera, con altri esseri umani ronzanti nella “brulicante calca del parlare”, che si diventa consapevoli “del sentire straniato, del mezzo inquinato”; si cerca di compensare con “un frame di un’altra epoca”, una nonna in grembiule che svanisce tra i fornelli, un’immagine analogica che redime. Saremo prigionieri di un futuro efficientissimo e performativo capace di riavvolgere ed emendare; ci salveranno, forse, “sistemi rozzi / – analogici e traslati – / Ti sembreranno fossili!”. Una filosofia boomer che preserverà dall’estinzione un sentire bizzarro e obsoleto. C’è sempre una diatriba in atto tra contemporaneo e antico, tra un linguaggio che ci ricorda a che società apparteniamo e altre parole in disuso, scenari analogici, abitudini dimenticate; persino i sogni si valutano in base alla risoluzione e si scoprono “nuove frontiere dell’anaffettività” anche se “fuori c’è un tramonto ancora umano”, un CAPTCHA per capire se apparteniamo ancora a quella stessa specie animale evoluta che è stata in grado di compiere nei secoli opere memorabili e immortali senza l’ausilio di intelligenze artificiali.

XI

Le Muse scrollano, annoiate,
fanno l’autopsia al feed
Re Mida trasforma tutto
in azioni volatili e criptovalute,
specula su realtà aumentata
e nuove frontiere dell’anaffettività.
Io resisto all’automazione:
è uscito un podcast
su come sopravvivere all’artificio.
Una voce omeopatica e vibrante
mi insegna a non svanire
nei flussi binari del delirio.
Fuori c’è un tramonto ancora umano
una coda liquida di colore
e fosforescenza –
appare dal nulla
come un CAPTCHA.

Nota a “Anedonia (o i piaceri scomparsi)” di Pietro Edoardo Mallegni

Entrare nella versificazione adottata da Mallegni significa dover consigliare a se stessi di abbandonare fuori dalla lettura le comuni coordinate di significato che normalmente il lettore utilizza per muoversi in una poetica sconosciuta; abbandonarsi al flusso generoso di termini mai scontati o ripetitivi: ogni verso corrisponde a un piacere ritrovato, a una sorpresa semantica derivante dall’equilibrato accostamento tra parole d’uso quotidiano e parole ricercate, inusuali, dal sapore scientifico… Le immagini che scaturiscono da tale alchimia istintiva ma al tempo stesso studiata, sono belle, interessanti e rappresentano una sfida nel momento in cui si tenta un approccio razionale, un voler mettere ordine tra i messaggi contenuti. Immagini che hanno un forte potere immaginifico e quindi evocativo; anche un dolore reale o un dramma vissuto acquisiscono una patina quasi surreale, fantasiosa, fuori da regole letterarie vincolanti.

Nella raccolta Anedonia (o i piaceri scomparsi), Nero Latte edizioni – 2025, il lettore è testimone di una poetica ipertrofica, piacevolmente complessa ma mai inaccessibile; di una confessione intima presentata con elegante fantasia metaforica perché si vuole dire tutto ciò che si ha nell’animo ma pensando a un congegno poetico che richiede un minimo di sforzo come dinanzi a un rebus, a un enigma non facilissimo. L’indicibilità della forma poetica è in tal modo rispettata anche se non viene trascurato il carattere “colloquiale” su cui è impiantata la raccolta. La parola ricercata, rara, non è un vezzo per elevarsi al di sopra del linguaggio medio ma è un modo per “nobilitare” il vissuto, per renderlo eterno in bellezza. La poetica di Mallegni è un concerto di suoni, colori, luoghi, esperienze sensoriali eterogenee che convergono nell’unico punto possibile capace di condensarle, restituendo al lettore lo stesso stupore complesso e articolato provato dall’autore. Mallegni di professione cuoco, ben riesce anche in ambito poetico a coniugare sapientemente gli ingredienti dei significanti di cui è ricca la nostra tradizione poetica ed enogastronomica: il risultato non è mai un sapore indecifrabile ma una volta amalgamati è impossibile riuscire a separarli, a distinguerli come all’origine; diventano sapori e odori inseparabili, parte di un processo alchemico irreversibile.

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Ricordati che devi morire!

Memento mori

Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora

la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,

ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,

non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.

È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.

Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio

ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.

tratta dalla raccolta “Carte nel buio”

(ph M.Nigro©2026; titolo: “Andare sempre controsenso”)

Nota a “Immanenze e persistenze” di Alberto Rizzi

È come se fin dalla disposizione grafica dei versi nella poesia di Alberto Rizzi vi sia un chiaro invito a una ricerca che non ha e non vuole raggiungere una centralità statica bensì caratterizzarsi per un vagare ritmico tra incrinature e dettagli capaci di avvicinarci a verità nascoste eppure mai completamente invisibili a chi si sofferma sui particolari della quotidianità. Non è necessario andare lontano perché “l’oltre è solo dentro”, seguendo il consiglio olistico – che all’inizio potrebbe spaventare! – di portare con sé la totalità di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto; solo così riusciremo ad “abbandonare”, ovvero ad accettare e a fare finalmente nostro l’enorme bagaglio esistenziale (“un po’ di quel tuo peso dentro”). Superando “inutili ovvietà” e puntando a un risveglio che si fa quesito escatologico: “che cosa resterà di me / del transito terrestre” per dirla alla Battiato; non senza guardarsi alle spalle, tornando a decisioni passate, a scelte, a omissioni, forse a errori. Alle assenze che stridono nonostante ci si opponga con razionalità da Homo Sapiens; assenze che in un certo qual modo fanno compagnia portando l’altrove qui, in una quotidianità apparentemente immobile.

La poesia diventa strumento di ricerca ma non fornisce risposte certe, permanenti; tutt’al più conferma il nostro non sapere, lo presenta sotto forma nobile, sublime. L’ossessione dell’uomo che pensa, non certo di quello che si accontenta di volatili certezze quotidiane, è ottenere un’immagine completa del proprio esistere, di questo scorrere nel tempo chiamato vita, nonostante l’inattendibilità dei sensi. L’inquietudine del poeta è ciò che alimenta la sua ricerca; non saprebbe e non potrebbe fare altro pur essendo consapevole del suo poco sapere. I sensi a un certo punto diventano ininfluenti perché è il grado di coscienza del Tutto a guidare occhi interiori, permettendoci di andare ovunque.

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Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

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Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo (critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.

La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione. Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa. Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi cosa!

Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo” (Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).

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Breve intervista a Francesco Innella

versione pdf: Breve intervista a Francesco Innella

Breve intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

Come è nata l’idea di “Poetici Ritrovamenti”?  

Volevo pubblicare una raccolta dei miei scritti poetici più importanti da inserire in un unico volume. E iniziando a rileggere le mie raccolte, fui colpito da Questi miei versi, la prima in assoluto, pubblicata nel 1982 e da Aenigmata del 1991. Queste due raccolte in effetti rappresentano entrambe la mia iniziazione al poetare. Ciò che mi ha spinto alla poesia è stata essenzialmente la solitudine che io ho inteso sempre come rifugio interiore, ma anche la sofferta ricerca della mia identità interiore. I miei versi trasmettono il senso di estraniazione e di alienazione dell’uomo contemporaneo e testimoniano la mia sofferta distanza dal mondo contemporaneo, dove la poesia è divenuta sempre più marginale nel contesto culturale italiano.

Quant’è importante secondo te ritrovarsi, recuperarsi, rileggersi, a volte rinnegare ciò che si è scritto e autocensurarsi? 

Attività fondamentale del poeta è la rilettura dei propri testi. Avere l’umiltà di riconoscere di aver fatto un buon lavoro poetico, o di non aver raggiunto dei buoni risultati. Dobbiamo piacere a noi stessi prima di pubblicare. Ritengo che una riflessione, una sorta di autocritica, sia fondamentale per il poeta e la sua poesia.

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Nota a “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

Nel primo dei due dotti piccoli saggi che “preparano” il lettore e introducono la raccolta poetica intitolata “Kolektivne Nseae” (Ed. Divinafollia, 2024), l’autore Ivan Pozzoni ci mette in guardia nei confronti di una “malattia letteraria” (forse anche sociale?) che egli definisce – tirando in ballo persino Dante e Cartesio, e in seguito Bene e Fo – “ipertrofia egopatica dell’io lirico dell’autore” che ha annullato nel corso dei secoli qualsiasi possibilità di diluizione dell’io del poeta in una poesia del noi, intrisa di una quotidianità riguardante tutti – quella che i più audaci chiamano “poesia universale” – e conseguente sublimazione/riduzione dell’esperienza personale… L’io del poeta prevale, invece, in ogni angolo del testo, fregandosene del pubblico che di fatto “muore” (ci si legge, sostanzialmente, solo tra poeti!) e di preservare l’universalità del linguaggio. Muore il pubblico ma muore anche la critica che si è arresa dinanzi all’ipertrofia denunciata dal Nostro.

Premesso che non esiste testo, né poetico né narrativo, senza un “io” (gli utopisti della “poesia impersonale” hanno prodotto solo robetta insipida!) che anche indirettamente dia forza al e informi il messaggio contenuto nel testo stesso, Pozzoni – “menestrello combattente” che sfida i “barbari balbuzienti rintanati in tv” – propone come terapia d’assalto una propria, personalissima, “ipertrofia” poetica che aspirerebbe a essere universale e non egotico-narcisistica, come quella oggi in circolazione che ha di fatto annichilito il “noi lirico empatico”. E in non pochi punti della raccolta Pozzoni riesce nell’intento utilizzando un linguaggio apparentemente, e solo a una primissima lettura, occupato dell’io autoriale, ma che a ben vedere è intriso di mondo, dei fatti del e dal mondo.

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Nota a “Anni in testacoda” di Massimo Cecchini

C’è tutta l’urgenza del dire, del fissare prima che sia troppo tardi, del cominciare a tirare le somme perché le forze vengono meno, del ricordarsi dei fatti (“Ora che guardo indietro”) come se fossero neve al sole, in questa Anni in testacoda (Fallone ed., 2025), raccolta “rocambolesca”, e per tale motivo interessante, di Massimo Cecchini. Un poemetto impulsivo, istintivo, perché come fa sottolineare l’autore a Bolaño in epigrafe “la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura” ovvero tra un vissuto in “testacoda” che non sempre programmiamo e la sfida di un ignoto che nell’urgenza ci insegna a sopravvivere e a badare all’essenza delle cose, all'”amore / liberato da aggettivi”. Ma abbiamo sempre la capacità di trasformare le vicende che ci capitano in insegnamenti e in nuova forza?

“Pare sia l’età delle parole spezzate”, dei linguaggi sintetici imposti dai social (dalla fretta?) o delle parole facili per arrivare al dunque, dei versi spezzati andando a capo, perché “Sarà questa la lingua / della vita segreta”, la poesia che salva e traduce il vissuto in segni (che raccoglie il dolore), “la cura del vuoto”, “musica imprevista”.

Il vissuto acquisisce dignità solo quando viene ricordato, rimaneggiato, tradotto, masticato, quando si trasforma in scrittura “turbinando parole”; “Esisto per il nero che macchia/ questa pagina”: prima di conquistare una propria poetica non si è che esserini vaghi, indefiniti, ignoti e ignorati dal mondo delle idee, senza alcuna speranza di eternità. Chissà che così facendo non si riconquisti una seconda giovinezza ripartendo con “il gomito / al vento / guidando con una mano / piano / col panorama / che rotola accanto”.

Michele Nigro

Nota a “L’assente” di Fabio Prestifilippo

È singolare il fatto che in questa silloge di Fabio Prestifilippo (Fallone editore – 2025, collana Il fiore del deserto) l’elemento più presente (anche nel titolo) e ripetuto in quasi tutti i componimenti sia denominato “l’assente”; ma è un’assenza che ha un peso nel quotidiano, che cerca una sua ragione materica nella seconda parola più importante della raccolta che è corpo, perché “l’assente rivuole la sua carne”, ed è “un luogo / su cui combattere una guerra d’ossa”, e rivuole il suo sesso con cui godere ancora una volta, pur sapendo che non riavrà la sua forma originale. Il corpo vuole esserci al mondo anche dopo la sua fine, vuole tastare la sua utilità; ce lo ricorda una domanda nell’epigrafe di T. S. Eliot (da The wast land) scelta dall’autore: “… quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino, / ha cominciato a germogliare?”

Ma chi o cos’è l’assente? Una persona cara scomparsa, che sta scomparendo o mai veramente apparsa, un malato in una anonima corsia d’ospedale e “privato della bellezza” e che “abita ciò che avanza”, un’idea, una memoria bisognosa di eredi, un’esperienza in cerca di un nome che gli dia sostanza, una parte interiore e mancante dell’autore, la parola poetica che in un mondo frastornato e caotico non riesce a trovare un corpo tutto suo? (“… allora la parola / riemerge l’assente scomparso, / lo fa splendere nelle ossa…). L’assenza è la condizione che precede la morte?

Ma per compiere il miracolo dell’assente in cerca di un corpo c’è bisogno di una matrice, di una madre, perché “… è nelle mani della madre / che l’assente incontra il corpo…” ed è da quelle mani che parte per l’ultimo viaggio.

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Nota a “Poetici ritrovamenti” di Francesco Innella

In Poetici ritrovamenti, Innella ritorna sui propri passi fatti di versi, perché il camminamento dell’esistenza è accompagnato da una poetica che ne vorrebbe fissare la cronistoria e il ritmo, le rilevazioni filosofiche e le angosce, le umane bassezze e le verità nascoste alla maggioranza delle persone incontrate… Unendo in “matrimonio editoriale” due sue passate raccolte – Questi miei versi (1982) e Aenigmata (1991) – l’autore lucano, di origini materane ma residente a Battipaglia, si ripercorre in cerca di se stesso, delle impressioni avute in questa vita (per dirla alla Battiato) e racchiuse in “conchiglie sparse sulla riva del mare”.

Nei versi di Innella, poeta che “conosce la solitudine del verso”, alberga un conflitto esistente tra lo stupore dell’esserci, per quegli elementi naturali che accompagnano l’osservatore nel suo vagare terreno, e la ciclica angoscia che ogni essere vivente riceve in eredità al momento di venire al mondo (“l’ostilità del mondo che viene”).

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Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Nota a “Scrigno” di Rosaria Di Donato

Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.

Michele Nigro 

Nota a “Un tempo minimo” di Selene Pascasi

Sembrerebbe che Selene Pascasi nell’ultima silloge “Un tempo minimo” (Eretica edizioni, 2024) sia riuscita ad asciugare ulteriormente i suoi versi per ottenere, o confermare, una poesia che “rasenta schiva le idee”, che si consegna al mistero della vita e quindi all’indicibile, per abbracciare la sintesi urgente di chi ha conosciuto il dolore della perdita, la morte, l’assenza costante che lacera e non dà tregua… Il ritmo ormai è quello sentenziale e in alcuni tratti lapidario dei salmi biblici; l’essenzialità del verso si rivolge a verità alte con passaggi che non ricordano più dinamiche terrene, pur prendendo spunto proprio da vicende umane, familiari, private; e andando a smentire l’allarme lanciato da alcuni critici per quanto riguarda la perdita di universalità da parte di una consistente porzione di poesia moderna troppo concentrata sull’ombelico dell’Io. Un'”asciugatura” del verso come se ci fosse il timore di perdere l’aggancio con l’infinito a causa di divagazioni non più richieste; il primo verso della raccolta è “Canto la cenere…”: ormai certi dolori, seppur presenti, hanno assunto la forma “incenerita”, compatta, mai rassegnata o spenta, di un caos calmo che solo il tempo e le fisiologiche metamorfosi interiori possono creare in chi scrive. I ricordi hanno finalmente conquistato un loro ordine nella piramide esistenziale: forse l’amore per la vita che continua può ancora mettere le cose al loro posto nonostante la memoria assillante e quotidiana di chi non c’è più; la speranza può sicuramente avere qualcosa da dirci e darci perché “Andare non è perdersi” ma è solo “nascondersi nel tempo”, e perché “l’amore è fatto di attimi / che vivono migliaia di anni”; forse si può alla fine fare pace con Dio, con se stessi… lasciandosi curare “con garze di eufonia”: la poesia – anche se spesso “inciampa / nelle vene del tempo” perché in fin dei conti è prodotto umano legato alla finitezza del tempo -, come la preghiera, è l’unica via per tornare all’indelebile che c’è in ogni esistenza. Solo così si può avere ragione sulla morte, e assolverla.

Michele Nigro

UN TEMPO MINIMO

Sarà un tempo minimo
sfuggito all’universo
a dichiarare carità.
– mi credi?
Estranei di pelle
sapevamo amarci
come lettere inattese.
– ricordi?
Non rendermi ciò
che conservi di me.
Cedilo al respiro.