Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?

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Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

Morti davvero

Non troverete titoli d’oro sui dorsi colorati
dei libri ereditati, costretti a leggerli tutti
per capire il punto esatto in cui compaio
sulla scena, assetato di salvifiche parole

se non materia postuma di roghi familiari
dopo lustri indifferenti e alibi illetterati,
è lì che un mio riassunto da decifrare
tra le righe lette e le impressioni a matita
ancora tremerà per farsi notare
dall’occhio che scava per amore in ritardo
per espiare la cecità di quando si è vivi,

no, non perdonerò il vostro scivolarmi accanto
come acque annoiate intorno a gocce d’olio,
ma non sarò da compiangere tra ceneri e ossa
pezzi di marmo e fiori putrescenti

quelle sono cose dei morti,
morti davvero.

(immagine: Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850 ca.)

“Taxi driver” e la solitudine urbana su Pangea.news


Il mio articolo “Taxi driver e la solitudine urbana” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, la prima rassegna stampa delle più belle pagine culturali del pianeta” (Gruppo Editoriale MAGOG), curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo su Pangea.news: clicca QUI!

Sacerdote del vuoto

Albero che tra verdi foglie d’altri ancora non germogli
assapori forse con calma il dominio del tempo?
Eterni, mai lo saremo!,
in mari agitati d’ansia, sotto cieli d’umori grigi
non trascuri la marcia sognata
e i punti cardinali del programma,
non balena di clamore la notizia nei tuoi occhi
è del piccolo mondo ormai la loro cura.

Padre, tu che niente hai visto di noi
accompagni muto in polvere d’ossa
i passi eredi e i rami venuti dopo,
mi dicono sacerdote del vuoto
ma è nel silenzio di vedetta
che di nuovo pronuncio preghiere.

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

versione pdf: “Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

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