Fuga in avanti

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

N I G R I C A N T E

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Spostarsi in avanti con il corpo

a seguire una mente già libera

in viaggio da secoli

attraverso spazio e tempo.

Figure care e pesanti mi rallentano, parole inutili,

schemi abituali, gesti prigionieri di un déjà vu

abbandonati con naturalezza

lungo la strada, per sopravvivere.

Il desiderio di diventare sordo all’oggi

estremo atto liberatorio,

l’onda d’urto dell’insoddisfazione

proietta vestigia ancora calde

verso probabili futuri.

Dietro di te involucri

di esistenze pregresse

come conchiglie frantumate

su spiagge interiori.

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“Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti

“… Il processo di separazione della fantascienza dal mainstream, dal 1979 ad oggi, è stato lentamente ma inesorabilmente realizzato: anche se attualmente si parla tanto di diluizione della fantascienza in altri generi letterari e di innesti tra narrativa sci-fi e altri filoni legati al vasto mondo della creazione fantastica e non… Il problema non è trovare nuove soluzioni per ibridare un genere già da tempo in crisi, ma riuscire a presentare e spiegare in maniera normale e disinvolta una serie di temi, quelli fantascientifici, ad un pubblico che sembrerebbe non avere più gli strumenti necessari per “chiedere” o per sperimentare, e a cui non si ha più il coraggio di proporre “cose antiche” ma che sarebbe utile rispolverare…”

N I G R I C A N T E

Può la televisione del passato essere superiore a quella attuale dal punto di vista dei contenuti? La risposta, quasi scontata, è sì! E ne ho le prove. Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti (regista già noto al pubblico italiano per lavori cinematografici non fantascientifici, anche se la produzione di Blasetti è caratterizzata fin dagli esordi da una interessante eterogeneità) è il titolo di un programma televisivo in tre puntate mandate in onda su Rai Due nel 1979 e rappresenta un esempio di televisione ormai estinta e non soggetta alle dure leggi dell’omologazione mentale, come accade invece nella ipervitaminica e digitalizzata televisione del terzo millennio. Una televisione, quella del programma di Blasetti, ingenua, grossolana, forse approssimativa e per certi versi “rozza” ma efficace, diretta ed entusiasta della propria funzione propositiva. Ho avuto il piacere, recentemente, di rivedere le tre puntate e devo dire che ogni tanto “fa bene alla salute”…

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“Wonderland”: il fantastico in tv

Vedo che lo mandano ancora in onda su Rai4, anche se forse sono cambiate alcune cose rispetto alla stagione di quando scrissi questo post… Trasmissione sempre interessante e stimolante, ricca di spunti e di rimandi a letture: prova che televisione e letteratura possono ancora convivere felicemente nonostante certa spazzatura in prima serata.

N I G R I C A N T E

Tempo fa, in un post intitolato “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti, scrissi una frase percorsa da una vena di pessimismo: <<Francamente non so se torneranno epoche simili dal punto di vista televisivo: la situazione attuale, facendo zapping tra gli innumerevoli canali del nuovo e tanto esaltato digitale terrestre, non mi permette di sperare in nulla di positivo. Le regole ferree di un mercato televisivo sempre più schiavo dello share (e rappresentativo, purtroppo, dello stato culturale e mentale medio nazionale) non offrono spiragli attraverso cui introdurre certi sperimentalismi…>> Facevo questi cattivi pensieri nel maggio del 2010, in tempi non sospetti, un anno prima circa della messa in onda di “Wonderland”, il magazine settimanale di Rai 4 dedicato al genere fantastico ideato da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer. Nato come rubrica di supporto alla programmazione cinematografica di Rai 4, in realtà “Wonderland” è un prodotto…

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Dedicato a Vittorio “Vik” Arrigoni

Dedicato agli Arrigoni, alle Silvia Romano, ai Giulio Regeni, ai “selecercatisti”, a chi non si fa i cazzi propri…

(tratto da “Viaggio in Israele” di Michele Nigro)

N I G R I C A N T E

16-08-1994

Il muezzin di Betlemme è già a lavoro…

La camera 305 dello Star Hotel è bellissima. Forse il mio entusiasmo è eccessivo, ma dopo aver dormito su ponti di navi e letti di fortuna, questa stanza (al di là della sobria e comodissima stanza al ‘Casanova’ di Gerusalemme) mi appare come una reggia. Ci sono molti piani in questo albergo e ad una prima occhiata sembrerebbe “disabitato”: non ho visto altri turisti nell’atrio o sui piani come dovrebbe essere in un normale albergo. Forse sono tutti turisti che si svegliano con il canto del gallo oppure non è un albergo ‘gettonato’ a causa del territorio ‘difficile’ in cui sorge. Andiamo nella sala da pranzo che offre, grazie ad un’ampia vetrata, uno spettacolare panorama su Betlemme. E’ bello fare colazione guardando dall’alto ciò che ti aspetta. Facciamo colazione e nella sala siamo in tre. In un tavolo non molto lontano…

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Distanziamento sociale nel film “The Village”

Pubblicata tre anni fa sul sito L’Ottavo.it con il titolo “The Village e le paure dell’America di oggi”, questa breve recensione filmica potrebbe offrirsi a una rilettura in chiave “post-covid”, passando dal simbolismo trumpiano di un nemico costruito per motivi geopolitici, economici e di conseguenza elettorali interni, a un’esigenza reale, attualissima, scientifica e culturale al contempo; alla realizzazione di quello che abbiamo imparato a definire in questi mesi “distanziamento sociale”. Non più visti come disvalori, punizioni corporali, torture psichiche ma addirittura – moderatamente, senza esagerare! – come opportunità per una preziosa riscoperta di visuali alternative finora trascurate, il distanziamento sociale di tipo nazionale, l’autoisolamento turistico, la quarantena dalle abitudini consumistiche e dalla moda comportamentale, potrebbero rappresentare interessanti punti di partenza non per un arroccamento misantropico tendente al sociopatico o per scadere in un provincialismo esasperante e miope di stampo sovranista o in una quaccherizzazione della socialità, bensì per una salutare ricerca inedita nelle terre interne dell’inconsueto, per una valorizzazione di quei territori culturalmente sottovalutati, delle snobbate distanze brevi, per una risalita delle correnti fino alla fonte di ciò che pensiamo di conoscere e che invece abbiamo rimosso dai nostri itinerari interiori ed esteriori.

Saggio è in questi giorni l’invito, politico e culturale, a una riscoperta del nostro paese; non si tratta di “patriottismo” economico, di una sollecitazione fascistissima a un “consumismo interno”; c’è di più: è un invito a volersi bene non come mero atto buonista, a proteggersi l’un l’altro, a coltivare un senso d’appartenenza stavolta non deleterio, non uniformante, a riscoprire il “villaggio Italia” perché in questo periodo d’emergenza abbiamo capito che, nonostante la globalizzazione, nonostante le difficoltà interne e le bassezze di certi nostri connazionali, non ci si salva che da soli, da dentro in qualità di nazione, dall’interno del bosco, o meglio, passando al bosco (non per forza in termini addirittura jungheriani), lì dove vivono gli altri membri della nostra comunità, senza attendere aiuti esterni o interventi romantici e idealistici da parte di comunità immaginarie, all’atto pratico inesistenti o ritardatarie (vedi quella europea). 

È bello stare al caldo, affidarsi a riti sicuri e regole salde, accolti dal morbido abbraccio di una coperta comunitaria in cui tutto sembra riproporsi come nuovo, spinti dall’onda emotiva di una inflazionata ripartenza; anche se conosciamo la corruttibilità dell’animo umano, anche se per un po’ torneremo a riscoprirci senza coltivare illusioni a lunga percorrenza. Presto questi riabilitati gesti conservativi verranno nuovamente messi da parte: prima o poi, tra una fase e l’altra, ritorneranno di moda l’audacia e l’esotismo. E con essi forse, anzi sicuramente, anche una buona dose di stupida normalità.

locandina

“The Village”

(2004)

regia di M. Night Shyamalan

 

Dividerei la trama di questo interessante thriller psicologico in due momenti principali: quello dell’incanto e quello di un necessario e imprevisto disincanto. La storia si svolge a Convigton, un villaggio nella Pennsylvania del XIX secolo, la cui popolazione vive in serenità, protetta da regole nate insieme al villaggio, circondata da un bosco in cui è vietato inoltrarsi: un antico accordo di reciproca “non invadenza” ha confermato negli anni una pacifica convivenza con le creature misteriose che lo abitano. L’incanto consiste proprio nel credere in questo accordo e nella paura su cui è fondato, nelle regole stabilite dagli anziani della comunità che assicurano a tutti un’esistenza in equilibrio con la natura, con la tradizione che non offre spiacevoli sorprese. Ma il male, la gelosia, la curiosità, sono caratteristiche insite nell’essere umano, anche nel più puro, in quello coltivato sotto la serra dell’innocenza.

Lucius, uno dei giovani del villaggio, introverso e ribelle, è innamorato di una ragazza non vedente, Ivy, figlia di uno dei più autorevoli e influenti anziani fondatori del villaggio. Anche Noah, giovane affetto da turbe mentali, si è invaghito di Ivy e in preda alla gelosia accoltella Lucius. Ed è da questo preciso istante che inizia la fase del disincanto: per salvare la vita di Lucius occorrono farmaci che è possibile trovare solo in una fantomatica città al di là del bosco, fino a quel momento irraggiungibile – e di fatto mai raggiunta da nessuno degli abitanti – a causa dei divieti che circondano Convigton.

Ivy, pur essendo cieca, si offre per andare in città: il padre, infrangendo la regola cardine che assicura tranquillità al villaggio, svela a Ivy che le creature innominabili abitanti il bosco proibito sono in realtà un’invenzione degli anziani per tenere lontani gli altri covillici dalla cosiddetta civiltà. Forte di questa rivelazione sconvolgente, Ivy raggiunge la fine del bosco e finalmente entra in contatto con un primo abitante della città: la sua cecità non le permetterà di accorgersi che quel cittadino incontrato per caso è un ranger del XX secolo e che il suo villaggio sorge all’interno di una foresta protetta, consentendole di restare “vergine” dopo l’incontro col mondo.

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Non abito più qui

tratta da “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016)

https://www.facebook.com/nessunonascepulito/posts/698316290335528:0?tn=K-R

N I G R I C A N T E

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Ho provato a indossare

un abito di quand’ero giovane,

antichi gesti sociali, maschere

a me familiari

ridicole manovre disinvolte

per rientrare in spazi mentali

che non mi appartengono più.

Pensieri dalle forme sgraziate

si adattano a grezzi tessuti morali.

Spinti da tragiche nostalgie

ritornano comportamenti

depositati nei caveau del passato,

riesumo l’ingiallito copione

di un personaggio in disuso

ne ricordo ancora le azioni di scena

le rivivo senza comprendere

il perché di questo recupero

e realizzo così

la distanza maturata negli anni.

Allo specchio

non mi riconosco,

la libera pelle di oggi

pulsa indispettita.

Le querce non rimpiangono

le foglie cadute sulla strada

calpestate dalle ruote del tempo,

se ne occuperà

un coraggioso vento

proveniente dal mare dei naviganti a vista.

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Fermoposta

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Mi sposterò dal punto in cui
spererete di cogliermi in fallo,
divergono le strade nate insieme
dal punto madre sopravvissuto
di tanto in tanto un toccarsi d’ufficio
ma ognuno vivrà un tramonto
diverso come la verità senza cronaca
delle nostre vite per sentito dire.

Ve ne farete un’idea
sarà quella sbagliata,
pedaggio salato e prevedibile
da chi impegnato a fissare
esistenza su carta e pelle
non ama raccontarsi.

Quadri e paesaggi anticipati
rancori stagionati, lontani
e consensi casuali
dai rami più giovani,

seppellirete uno sconosciuto
chiamato fratello, o forse
ci salverà una voce estranea
che diremo d’amare per non morire
aspettando pensioni esotiche
già descritte in altre raccolte acerbe.

(immagine: dal film “La casa sulle nuvole”)

Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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