versione pdf: Fellini e l’elogio alla pagina bianca

In un sistema produttivistico che obbliga a un efficientismo artistico, il giorno libero dal set, il buio delle idee, la pagina bianca, la confusione mentale ed esistenziale, l’ozio non creativo, rappresentano una salvifica benedizione, sono gli elementi di uno stato di grazia che se inizialmente deprimono e abbattono la voglia di fare dell’artista, in seguito rivelano la loro necessaria funzione risanatrice, di pausa dal mondo, di punto di vista alternativo. E se fosse la fine delle idee, dell’entusiasmo, dell’energia vitale? Se questa depressione ipocondriaca che prende il posto del successo fosse una nuova e permanente condizione interiore da accettare e fare propria? Le domande si fanno insistenti così come le richieste dall’ambiente a cui si appartiene; la lacune esistenziali, il groviglio di contorsioni, di acrobazie autoassolutorie e di alibi in cui l’essere umano si intrappola con le proprie mani, diventano la nuova verità a cui è difficile non credere. Ma i sogni, i desideri e le fantasie a occhi aperti riportano l’uomo sbandato verso un inconscio a cui è difficile mentire: le voci interiori sono vere nella loro assurdità, e torturano l’essere che crede di usare attivamente la propria coscienza, di dominare la vita con la forza di volontà. Si vive di collaudate facciate più o meno accettate perché comode, si scende a compromessi con tutti ma allo stesso tempo si fugge da tutti e da tutto, da se stessi, dalle responsabilità, dagli affari di chi ha puntato su di noi… Qualcuno, però, ha il coraggio di dire: “Sei libero, ma devi scegliere. Non c’è più tanto tempo!”. La fine si avvicina: non siamo immortali e l’orologio ci pugnala alle spalle secondo dopo secondo, ora dopo ora; bisogna compiere delle scelte, selezionare le priorità, recuperare ciò che conta nella vita. Ma più tentiamo di soddisfare queste priorità e più ci incartiamo in noi stessi, più ci allontaniamo dal gesto draconiano e liberatorio; più cerchiamo di dare risposte a chi ci insegue, più rischiamo di dimenticare la nostra anima, i nostri obiettivi interiori. Arriva il momento salvifico della rinuncia, del dire a se stessi la verità; il coraggio di gettare la spugna e rivelarsi deboli ma veri, e ritrovare il coraggio di ricominciare aprendosi a un aiuto, a una seconda possibilità, alla riscoperta della parola “insieme”. Abbattere il castello di menzogne, affrontare i conflitti nascosti nel cuore e trascinati dall’infanzia, aprire le mani in segno di resa e riconquistare l’entusiasmo perduto, la genialità creatrice che rianima. Le proprie debolezze, i propri fantasmi, diventano così alleati, personaggi da rivalutare positivamente, protagonisti di una pellicola non ancora girata: tutti parte di un enorme spettacolo circense chiamato “vita”. Ma per scoprire questo nuovo copione e scoprirsi, bisogna avere il coraggio di rinunciare a insistere, di autocensurarsi, di vivere il silenzio, di ritornare a guardare senza paura il foglio bianco, di non sentirsi artisti necessari ma in bilico e inutili, di strappare il foglio su cui è riportata un’idea che non ci convince totalmente, di mandare tutti a casa, di smontare la scena che non ci appartiene più; perché a volte “distruggere è meglio che creare” in un mondo ipocrita e autoreferenziale che crede di sfornare il romanzo necessario, il film necessario, l’album musicale necessario… Rinunciare al tutto per rivalutare il nulla. Il film non ancora prodotto — e che sarà il più bello — è quello che parla di noi, della nostra più scomoda intimità, delle nostre paure e dei nostri desideri, del nostro sentirci inutili, delle debolezze che danzano con noi in un cerchio finale e risolutivo. Tenendosi per mano, assecondando una musica allegra e al tempo stesso malinconica: la colonna sonora di un circo che felicemente sta per chiudere i battenti.
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