Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

versione pdf: La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

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Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Libero arbitrio

(a Raymond Carver)

Quando dici “ma perché non te ne vai
in palestra?” – o al diavolo! È uguale –
mi fai sentire indesiderato e perfetto
come un uomo sposato, anzi
come un uomo libero, quale sono

infatti la gente, anime di città
scorre, dall’altro lato della vetrina di Casa Laciò
dove seduto con caffè sambuca osservo
e scrivo di un tramonto coperto dai palazzi,
libera, pioggia fredda sul vetro già freddo
di indifferenze trafficate e trafficanti – direbbe Leone,

qualcuno – peste lo colga! – continua ad aprire
la porta del locale sulla gelida strada dell’ora di cena,
fanno corrente d’ossigeno omicida che alimenta ustioni
gli avventori inquieti che non leggono libri
non scrivono, non cercano salvezze serali, un “cosa stai leggendo?”
come scusa per andare a letto e fare l’amore,
riprendono con assurdi apparecchi magici
incendi dal soffitto sulle loro teste acerbe, senza fuggire.

Una massa che gira a tutte le ore,
ecco perché non so niente dei cognomi illustri
della loro storia legata agli aneddoti di città,
bisogna stare di più in mezzo alla strada
diluirsi tra chiacchiere e volti, assorbire cultura locale,
non conosco neanche il nome delle vie – “non sono di qua!”
Ed è vero. Per questo faccio sempre lo stesso tragitto dal 1978,
per non perdermi.

“Ma perché non te ne vai in palestra?”
Mi confermi che sono un uomo colto
solo per farmi contento,
niente fiaccolate omeopatiche stasera per i morti di fiamma
accendimi di solitudine e ghiaccio
e dimmi che sono un animale colto anche se il mondo
distratto non lo sa. Dai, fallo, per piacere!

Nota a “Immanenze e persistenze” di Alberto Rizzi

È come se fin dalla disposizione grafica dei versi nella poesia di Alberto Rizzi vi sia un chiaro invito a una ricerca che non ha e non vuole raggiungere una centralità statica bensì caratterizzarsi per un vagare ritmico tra incrinature e dettagli capaci di avvicinarci a verità nascoste eppure mai completamente invisibili a chi si sofferma sui particolari della quotidianità. Non è necessario andare lontano perché “l’oltre è solo dentro”, seguendo il consiglio olistico – che all’inizio potrebbe spaventare! – di portare con sé la totalità di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto; solo così riusciremo ad “abbandonare”, ovvero ad accettare e a fare finalmente nostro l’enorme bagaglio esistenziale (“un po’ di quel tuo peso dentro”). Superando “inutili ovvietà” e puntando a un risveglio che si fa quesito escatologico: “che cosa resterà di me / del transito terrestre” per dirla alla Battiato; non senza guardarsi alle spalle, tornando a decisioni passate, a scelte, a omissioni, forse a errori. Alle assenze che stridono nonostante ci si opponga con razionalità da Homo Sapiens; assenze che in un certo qual modo fanno compagnia portando l’altrove qui, in una quotidianità apparentemente immobile.

La poesia diventa strumento di ricerca ma non fornisce risposte certe, permanenti; tutt’al più conferma il nostro non sapere, lo presenta sotto forma nobile, sublime. L’ossessione dell’uomo che pensa, non certo di quello che si accontenta di volatili certezze quotidiane, è ottenere un’immagine completa del proprio esistere, di questo scorrere nel tempo chiamato vita, nonostante l’inattendibilità dei sensi. L’inquietudine del poeta è ciò che alimenta la sua ricerca; non saprebbe e non potrebbe fare altro pur essendo consapevole del suo poco sapere. I sensi a un certo punto diventano ininfluenti perché è il grado di coscienza del Tutto a guidare occhi interiori, permettendoci di andare ovunque.

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