
È come se fin dalla disposizione grafica dei versi nella poesia di Alberto Rizzi vi sia un chiaro invito a una ricerca che non ha e non vuole raggiungere una centralità statica bensì caratterizzarsi per un vagare ritmico tra incrinature e dettagli capaci di avvicinarci a verità nascoste eppure mai completamente invisibili a chi si sofferma sui particolari della quotidianità. Non è necessario andare lontano perché “l’oltre è solo dentro”, seguendo il consiglio olistico – che all’inizio potrebbe spaventare! – di portare con sé la totalità di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto; solo così riusciremo ad “abbandonare”, ovvero ad accettare e a fare finalmente nostro l’enorme bagaglio esistenziale (“un po’ di quel tuo peso dentro”). Superando “inutili ovvietà” e puntando a un risveglio che si fa quesito escatologico: “che cosa resterà di me / del transito terrestre” per dirla alla Battiato; non senza guardarsi alle spalle, tornando a decisioni passate, a scelte, a omissioni, forse a errori. Alle assenze che stridono nonostante ci si opponga con razionalità da Homo Sapiens; assenze che in un certo qual modo fanno compagnia portando l’altrove qui, in una quotidianità apparentemente immobile.
La poesia diventa strumento di ricerca ma non fornisce risposte certe, permanenti; tutt’al più conferma il nostro non sapere, lo presenta sotto forma nobile, sublime. L’ossessione dell’uomo che pensa, non certo di quello che si accontenta di volatili certezze quotidiane, è ottenere un’immagine completa del proprio esistere, di questo scorrere nel tempo chiamato vita, nonostante l’inattendibilità dei sensi. L’inquietudine del poeta è ciò che alimenta la sua ricerca; non saprebbe e non potrebbe fare altro pur essendo consapevole del suo poco sapere. I sensi a un certo punto diventano ininfluenti perché è il grado di coscienza del Tutto a guidare occhi interiori, permettendoci di andare ovunque.
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