Nota a “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli

Leggendo “Sillabario contemporaneo” di Davide Morelli (anche in versione estesa scaricabile QUI) è impossibile non riconoscere, almeno per chi ha letto altri scritti dell’Autore di Pontedera, il suo stile discorsivo, la sua capacità analitica estremamente colta ma mai pedante, la sua passione “chirurgica” nel penetrare il significato delle cose e delle parole, dei fenomeni e delle nostre abitudini, di quei meccanismi umani dati per scontati e che invece nascondono segreti e saperi da sviscerare e comprendere…

Dalla A di “Abitudine…” alla V di “Verità” della versione cartacea, questo sillabario/dizionario è un corposo lavoro “enciclopedico” con cui l’Autore tenta di insegnare a se stesso e ai Lettori il significato di una contemporaneità complessa e articolata, meravigliosa e terrificante, foriera di novità positive ma anche di prospettive contrastanti la dignità umana; uno strumento per imparare a leggere il mondo in cui viviamo e crediamo, spesso troppo ottimisticamente, di agire in piena libertà ma in realtà inconsapevoli di quale sia il vero funzionamento di un sapere che abbiamo accumulato nei secoli senza conoscere le giuste chiavi di lettura.

Dinanzi a ogni singolo argomento affrontato, Morelli non si limita a fornire una fredda e scarna descrizione ma mette in scena un ragionamento articolato, discorsivo, “personalizzato” e per tale motivo altamente divulgativo; molteplici e coltissimi sono i rimandi ad altri autori di innumerevoli altre discipline scientifiche, letterarie e filosofiche: il Lettore è “inondato” da citazioni e spunti paralleli che ramificandosi dalla voce trattata lo invitano a continuare la ricerca andando al di là del sillabario che così dimostra la sua funzione di proiezione verso altre letture e studi… Ma ogni argomento è già di per sé “completo” nell’esposizione di Morelli: gli spunti rilasciati lungo la trattazione sono solo delle tracce che è possibile seguire in piena autonomia o no. Il che svela, oltre alla portentosa capacità multidisciplinare dell’Autore, l’enorme complessità che si cela dietro ogni tematica e dimostra l’esistenza di un libero arbitrio culturale con cui ogni Lettore può decidere o meno di approfondire l’argomento in piena autogestione.

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Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.

 

Franco Battiato – Il lungo viaggio

versione pdf: Franco Battiato – Il lungo viaggio

… noi siamo sempre soli ma’,
pure quando siamo in compagnia!”

Interpretare non significa imitare ma fare proprio un ruolo, introiettare certe caratteristiche e offrirle “filtrate” nuovamente al pubblico; sceneggiare una biografia non significa ricapitolare i fatti di una vita ma scegliere uno o più dettagli su cui soffermarsi e su questi tentare di costruire il racconto di un’esistenza. Nel caso specifico del primo biopic dedicato al cantautore siciliano Franco Battiato questi due intenti sono stati in parte rispettati in maniera originale, realizzati brillantemente, in parte disattesi, rimanendo incompleti, forse volutamente abbozzati nella consapevolezza di non poter sintetizzare una vita, personale e artistica, straordinaria come quella di Battiato.

Un biopic sufficientemente onesto, commuovente, a tratti onirico (purtroppo solo a tratti), che servirà in futuro a chi non ha mai conosciuto, o conosciuto poco, Battiato per improntare un primo approccio, e che avrà fatto versare qualche lacrima nostalgica a chi invece lo ha conosciuto bene, seguito nei concerti, amato come essere umano, studiato dal punto di vista filosofico, poetico, musicale, riascoltato più volte nei momenti bui della vita o nelle pause di riflessione durante ricerche interiori personali. Uno sguardo ovviamente narrativizzato (se non addirittura romanzato al limite dell’invenzione!), a uso e consumo di un vasto pubblico, che non si discosta da una biografia che è più che conosciuta dagli estimatori e non si addentra troppo in terreni misteriosi che avrebbero potuto allontanare lo spettatore medio.

Esagerata, a mio avviso, la costante presenza di Fleur Jaeggy in qualità di musa ispiratrice: figura sicuramente importante sia sul piano personale che artistico ma che nel film surclassa ben altri “incontri con uomini straordinari”. E con donne – una tra tutte l’assente Milva -, salvando la madre Grazia, Giuni Russo, Alice intravista in originale televisivo, e qualche fidanzatina sparsa qua e là. Donne che hanno l’importante funzione di fare da sfondo a una scelta solitaria dell’artista che non esclude l’amore, quello autentico, ma salvaguarda da pulsioni deleterie una libertà fisica e spirituale senza la quale quel lungo viaggio non si sarebbe mai potuto realizzare. Una scelta che, per nostra fortuna, non si trasformò in una radicalità claustrale come nel caso dell’amico fraterno Juri Camisasca: Battiato scelse il successo – come ribadito più volte nel film – ma non le conseguenze del successo, preservando la purezza di un suo angolo, geografico e spirituale, pur continuando a stare nel mondo quotidiano, a contatto con i suoi shock che se ben sfruttati prevengono la meccanicità di un’esistenza animale.

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